Lettera alla mia prima figlia.

Cara prima figlia, ti ringrazio per esserti assunta questo ruolo.
In te riconosco la forza di chi sa contenere, sopportare, resistere ai miei errori, alle mie cadute.
Mi dispiace per gli errori fatti, frutto dell’inesperienza, di una pazienza che prima non c’era e che sto imparando con te. Sta crescendo con te.
Mi dispiace per le volte in cui non ho compreso il tuo pianto, più volte mi sono spazientita, avrei urlato “ma cosa ti manca? perché non dormi?” e quell’abbraccio non è stato l’abbraccio che avresti voluto.
Grazie per aver trovato ancora nelle mie braccia un porto sicuro, un ancoraggio.
Ti sono grata per non esserti fermata a quelle volte di fatica e di aver sempre considerato la maggior parte delle “volte buone”.
Io non ne sono capace. Ti osservo. Imparo.

Mi dispiace per quelle volte in cui non ho accolto i tuoi bisogni.
Non avevo compreso quando, il loro presentarsi con prepotenza, era sintomo di un messaggio. Io reagivo solo alla prepotenza.
Mi dispiace di non averlo capito subito, ma ti ringrazio per aver continuato a mettere in atto quelli che tutti chiamiamo capricci, perché a forza di presentarmi la stessa lezione…alla fine ho capito. I capricci non esistono. Lo confermo.
Sono una richiesta semplice, con il linguaggio da bambino, per un mondo adulto che non sa ascoltare. Che lo ha dimenticato.
Che lo ha disimparato quando anche egli, bambino o bambina, ha cercato di urlarlo il dolore, il disagio, e quell’urlo veniva zittito, con un ciuccio, con un urlo, con un “non è niente!”
Ti ringrazio per aver aspettato che io mi mettessi nella giusta posizione per comprendere ciò che mi stavi chiedendo, dovevo riprendere il vocabolario, spolverarlo e riappropriarmene.
Da sola ho rischiato di non farcela. Ho chiesto aiuto, e sono riuscita a trovare la chiave di lettura.

Mi dispiace per quelle volte che ho dimenticato la tua età pretendendo da te un comportamento adulto, in quel momento io stessa, non lo sono stata!
Facevo la bambina, pretendevo da te qualcosa che non eri in grado di darmi.
Ho dimenticato che io sono madre, e tu sei figlia.
Ti ringrazio per aver avuto pazienza, per aver protestato che tu quel ruolo non lo volevi.
Le tue urla e opposizioni mi hanno ricordato chi sei, la tua età… il mio ruolo.

Mi dispiace per le volte in cui non riesco a fare ciò che ho intenzione di fare. I comportamenti automatici qualche volta sono più forti di un intenzione sana ed educativa.
Ringrazio però la mia tenacia a rialzarmi sempre, e sono felice che tu possa guardarmi, perché possa anche tu imparare a non mollare, mai! A cercare, sempre!
Ti vorrei insegnare la disponibilità a metterti in discussione, perché questa è l’unica via per crescere.

Mi dispiace ma sono certa che non riuscirò mai a essere la madre ideale che vorrei, ogni giorno cerco di fare qualcosa ma l’idea che ho in mente cambia, si trasforma.
Cambia e si trasforma nel quotidiano, nel nostro stare insieme.
E sta cambiando perché a me le sbavature piacciono, la perfezione è spesso così disumana.
Ti ringrazio perché mi concedi il lusso di poter smetterla di pretendere da me qualcosa che non ci sarà mai e mi stai insegnando a vivere accogliendo la mia smisurata e imperfetta umanità.
Permettendolo a me, sono certa, riuscirò a permetterlo anche a te.

Con amore, mamma.

Letture per l’inserimento

Settembre è anche il mese che spesso associamo all’inizio scuola.
Si riprendono le attività, i bambini iniziano nuovi cicli e questo comporta nella loro vita grandi cambiamenti.

L’inizio della “scuola dei grandi” crea sempre tante aspettative, sia nei bambini sia nei genitori. Spesso anticipiamo ai bambini che sarà entusiasmante conoscere nuovi amici, fare nuove esperienze. Ma quasi sempre dimentichiamo di dire che sarà un’esperienza che i genitori non saranno presenti alla scuola dell’infanzia.
Ambiente nuovo, nuove insegnanti, nuovi amici ma senza genitori.

È un’informazione che pensiamo sia scontata ma spesso è proprio l’omissione di questo semplice dettaglio che crea così tanti problemi ai bambini.
Ecco allora che ai genitori si richiede una maggiore presenza, una maggiore pazienza e capacità di accogliere i bisogni dei loro figli.

Possiamo aiutarli con delle letture.

Questo albo illustrato, molto semplice, offre la possibilità al genitore di affrontare le paure e le angosce dei bambini quando si trovano soli, senza la mamma. Ci sono tanti modi di affrontare l’assenza: la certezza che sia andata a procacciare il cibo, il timore di non rivederla, la tristezza per la mancanza.
e lei tornò! Soffice e silenziosa.
Perché vi agitate tanto, lo sapevate che sarei tornata!
Un’immagine bellissima, che permette di affrontare, anticipandole, le paure dei bambini.
Leggere questo libro qualche giorno prima l’inizio della scuola ci permette di immaginare le paure, ipotizzare il modo in cui verranno affrontate.
“Anche tu, ad un certo punto, potrai sentirti solo perché non vedi la mamma e allora cosa puoi fare? Puoi essere fiducioso (o fiduciosa): la mamma è andata a comprare il pane e ora torna, oppure potrai essere un pò triste, come Tobia, ma io sarò come mamma gufa, e tornerò, e sarà bello abbracciarsi”


Questo è un altro testo, che narra l’ingresso di un bambino nei suoi primi giorni alla scuola dell’infanzia. Questa lettura è utile perché, oltre a esorcizzare le paure dei bambini, possiamo già immaginare i momenti della routine quotidiana e l’opportunità di ritrovare più mamma e più papà, ovvero l’esperienza della separazione vista come arricchimento di esperienza.

A questo albo illustrato è associato il quaderno pedagogico.

A cosa serve? Questo è un quaderno che offre percorsi di formazione e incontro con i genitori per prepararli a vivere l’esperienza dell’inserimento in un modo fisiologico e arricchente, sia per loro sia per i bambini.
È anche un testo teorico a cui fare riferimento, per pensare percorsi di accoglienza, scelte progettuali, riflettere sull’idea che abbiamo del bambino e della sua permanenza a scuola.

Rispetto a come gestire i pianti dei bambini, la comunicazione con loro, puoi leggere qui alcune info più pratiche.

Buon rientro.

2 giugno, per me è cura.

Per me il 2 giugno non è solo la festa della Repubblica, anche ma non solo.
Per me il 2 giugno è il ricordo di un compleanno speciale, di una donna che non c’è più fisicamente da tanto tempo ma che sento vivere in me, grazie a tutti gli insegnamenti che mi ha trasmesso e che io ho coltivato.
Quando mia zia è morta ho pensato nessuno mi avrebbe mai fatto sentire amata come sapeva fare lei. E in parte è stato così.
Mi sono sentita persa.

Poi negli anni ho imparato che l’amore resiste il tempo e lo spazio. Le parole dette non volano, ma rimangono. Impresse nel cuore, nella memoria.
Ma quello che maggiormente resta e vive in me sono i gesti. La cura con cui faceva ogni cosa.

Mia zia non apparecchiava la tavola, lei la imbandiva.
Mia zia faceva un dolce, un dolce me lo portava, perché? Perché era generosa, perché amava condividere.
Mia zia non si vestiva per uscire, lei si preparava con un gusto che ogni giorno era un giorno speciale.
Mia zia non ti faceva un regalo, lei te lo personalizzava, era proprio il tuo. Non un presente perché andava fatto, i regali di mia zia non erano impersonali, riciclabili.
Mia zia passava sotto casa passeggiando con il cane, fischiava e quello era il suo “buongiorno” per me.
Mia zia non ti chiamava tanto per… lei ti chiamava perché aveva voglia di sapere come stavi e cosa succedeva nella tua vita. E lo faceva spesso. Non a Natale o al compleanno.
A mia zia interessava l’umano che dimora in ogni persona.
Lei ti faceva sentire unica.
E sapeva farlo con ogni persona che aveva avuto la fortuna di sostare nella sua vita.

Ma questa non è una cosa di cui essere gelosi.
Perché non trattava tutti allo stesso modo.
Ogni persona era trattata e amata nella sua specificità.
Non è il faccio così per tutti ma faccio così per te.

Da lei ho imparato che l’amore non dimora nelle intenzioni ma nelle azioni;
che le mani creano ciò che il cuore vuole dire;
che l’ambiente parla della bellezza che portiamo nel cuore.
Lei vive in me, nella bellezza che ricerco nella mia vita.

E se qualcuno mi chiedesse dove penso che sia adesso… risponderei:
ovunque ci sia un pò di bellezza.

Ciao zia

Tutti a casa, mai così distanti.

Un anno fa si annunciava il primo lockdown generale.
Tutti a casa!

Da vita frenetica, agende con impegni sovrapposti, tutti sempre di corsa a tutti fermi!
Senza distinzioni.

Il giorno prima pensavi di essere indispensabile. Il giorno dopo scopri di aver poggiato una vita su una serie di robe che… puff! In un attimo possono essere sospese e sostituite da esperimenti culinari, tutorial di chitarra, arcobaleni appesi.

È stato un anno duro, faticoso, ognuno di noi ha cercato di adattarsi a ciò che stavamo vivendo. Qualcuno si è visto costretto a salutare i suoi cari senza nemmeno averli accompagnati nelle lunghe e solitarie degenze.

È stato un anno di bollettini di morte, DPCM, virologi da marciapiede, limitazioni, distanziamenti e ognuno ha cercato, come è stato possibile di sopravvivere. Anche grazie agli ansiolitici e antidepressivi che in molti casi hanno sostituito l’aperitivo delle sette di sera.
Qualcuno ne ha approfittato, per fare le cose sospese, occuparsi della sua felicità e da uno dei periodi più brutti della storia ne è emersa una meravigliosa opportunità di rinascita.

Ora siamo qui, dopo un anno, zona rossa.
Ma dove sono finiti tutti quei cantori da balcone “dell’andrà tutto bene”, aperitivi sul balcone, gomitino e “volemoce bene”?

Siamo messi cosi:
Scuole chiuse.
Bambini a casa.
Ragazzi e ragazze in didattica a distanza.
Professori in didattica a distanza. Da casa.
Industrie aperte.
Genitori al lavoro, quelli messi meglio.
Genitori in smartworking, quelli che stanno peggio.

Cerchiamo di immaginare uno scenario che può apparire fantastico. Ma è tutt’altro che immaginario.
Ipotesi 1
Una appartamento di 80mq. La sala da pranzo è diventata ufficio del papà, il piano di lavoro della cucina si è trasformato in scrivania della mamma. La stanza dei bimbi è aula didattica del figlio più grande, il comodino della camera da letto dei genitori banco di scuola del figlio piccolo.

Ipotesi 2
Papà lavora fuori, mamma lavora da casa due giorni a settimana, il resto è in ufficio. Due figli. Uno in didattica a distanza alla primaria e il secondo più piccolo che ha la sua didattica a distanza, ma è all’infanzia quindi il suo impegno è ridotto ad un paio di collegamenti a settimana. E fin qui…Se non fosse per i compiti da fare, il materiale che viene caricato nelle piattaforme, il cellulare che si impalla con le notifiche e il bambino piccolo che vuole giocare, ma da solo no.

Potrei continuare all’infinito perché di situazioni complesse me ne raccontano tante, e mai come in questo periodo ho ricevuto telefonate e messaggi per un confronto su come intervenire con i bambini.

I bambini, quella categoria dimenticata!
La tratterò in un articolo dedicato, ora quello che mi interessa mettere a fuoco è che in entrambe le ipotesi ci sono intere famiglie in casa. Eppure ogni persona vive nel suo mondo. Dietro ai suoi impegni.

Tutti insieme. Mai così distanti.

I primi gg di zona rossa ero sempre a casa con mia figlia, eppure lei non è mai stata così nervosa, e di riflesso io.
Mi sono sembrati giorni terribili.
Poi ci ho riflettuto, mi sono confrontata e ho capito.

Ero tutto il giorno a casa con mia figlia, ma non ci stavo con la testa. Ero molto impegnata a capire come organizzarmi per le cose che erano rimaste sospese ed ecco che si è rivelata di fronte a me la più nota e scontata legge dell’educazione. Il bambino ha bisogno di quantità di tempo in cui ci sia una qualità relazionale.

Io non credo a quelli che dicono che in presenza di una buona qualità, la quantità di tempo non conta. Riflettiamoci e pensiamo a quando eravamo giovani e innamorati. Io mi ricordo che dopo un weekend di passeggiate, tempo lento, abbracci e coccole, quando arrivava il momento di salutarci ero disperata. Il mio cuore si struggeva.
Ah!!!! se quei binari delle stazioni potessero parlare! quante lacrime hanno raccolto, quante promesse hanno custodito!
Ecco con i bambini funziona uguale.

E allora cercate di godervelo il tempo in cui siete la luce dei loro occhi. Che poi succede che il tempo passa in fretta, prendono la propria strada e anziché lasciarli andare, li teniamo stretti alle nostre sottane, dimenticando però che un tempo, eravamo noi a essere sfuggenti, ad avere altro da fare, a scappare. E pretendevamo che ci capissero, che comprendessero i nostri bisogni.
E noi siamo disposti a capire i loro bisogni?

E come si fa?
Torniamo al principio di questa breve riflessione.

Tutti insieme. Mai cosi distanti.
Come possiamo evitare che questa distanza diventi strutturale e vada a modificare sostanzialmente la relazione all’interno delle famiglie?

Stiamo vivendo una quotidianità in cui siamo costantemente connessi. La connessione verso il fuori ci scollega dalla connessione dentro. Proviamo a fare una prova di famiglia?
ecco la mia piccola proposta per questa settimana:
Il più coraggioso della famiglia chieda al partner e ai figli, se ci sono, se sono disposti a impegnarsi in scelta di famiglia.

Quale?
Tutti i componenti concordano un orario in cui spegnere il telefono. Tipo dalle 20 alle 22 o, per i più temerari, dalle 20 fino alla mattina dopo.
All’inizio è dura. Osservate come ogni 3/4 minuti vi viene automatico andare a prendere il cellulare per controllare se avete notifiche, di qualsiasi tipo. Se succede, non mollate. Controllate il vostro istinto e osservate l’effetto che fa in voi.
Se si rende necessaria una ricerca improvvisa e assolutamente necessaria su google rimandatela alle 22! Agite come se foste voi il padrone di voi stessi.

Che cosa fare?
Perché questa proposta sia proficua dovrete condividere le proposte di cosa fare in quel tempo di disconnessione. Provate ad ascoltarvi e a dire cosa vorreste fare: si accetta di tutto, anche pulire le finestre insieme, oppure impastare una pizza, leggere un libro, costruire un castello o guardare un film. Proposte un po anni ’80, ma io sono di quell’epoca, ed eravamo liberi dai social.

Quando?
Subito! Appena vi viene l’ispirazione, non la perdete.
All’inizio sarà difficile abbandonare l’abitudine di starsene sul divano con il proprio smartphone, c’è sempre una notifica importante da controllare, ma ricordatevi di agire come se foste liberi e non schiavi dalle tecnologie. Ricordate però che la casa, la famiglia ha bisogni di relazioni per mantenersi viva. A meno che non siate semplici coinquilini.
Ma se sentite che quello che sto dicendo ha un pò di verità provate, una volta a settimana, solo il venerdì o tutto il weekend.

Concludo, dicendo che non propongo niente che io non abbia sperimentato.
Che propongo solo cose che ho sperimentato e che hanno portato un contributo alla mia vita.

Aspetto i vostri feedback, sarei così curiosa di conoscere le vostre esperienze.
Buona domenica….disconessa.

8 marzo

8 MARZO: UNA DONNA TANTI RUOLI.

Io non lo so come è essere maschi.
Ma so cosa significa essere femmina.

E essere femmina significa essere figlia, poi essere donna, essere sorella, poi scegliere di essere moglie o compagna di vita, e poi (non sempre e per diversi motivi) scegliere di essere madre. Partiamo dall’essere figlia. Spesso, non sempre per fortuna, se sei femmina ti devi comportare da “brava bambina” e non per che lo vuoi ma perché devi, perché sei femmina. Se sei femmina poi non puoi farti le sbrasciate con la bicicletta… “e mica sei un maschiacchio!”, non puoi uscire con un gruppo di maschi ma devi uscire con le bambine “come te”, anche se quelle bambine parlano di cose che a te non interessa e vorresti solo corriere dietro ad un pallone o con i motorini; non puoi dire le parolacce perché “sulla bocca delle bambine certe parole sono tanto brutte” e se ti arrabbi…per qualsiasi motivo, non ti puoi arrabbiare, e se proprio non ne puoi fare a meno, cerca almeno di farlo con moderazione, perché “le femmine sono pazienti e devono imparare ad andare d’accordo con tutti”.
A I U T O!!!!
Purtroppo non sono racconti di fantasia ma sono frasi comunemente usate da mamme, nonne, zie, insegnanti, ogni persona che si relaziona con una bambina.
E poi quella bambina, a cui è stato negato ogni diritto di essere se stessa, diventa donna ma non sa più cosa vuole, cosa le piace, perché fin da piccola qualcuno le ha detto che come era non andava bene.

E allora?
Le più fortunate spariscono, su un treno per l’università, su un aereo per un anno di studio all’estero e finalmente iniziano a pensare di poter costruire se stesse in un territorio in cui non sono nessuno. Quando non sei nessuno, puoi essere tutto. E si salvano. Torneranno nuove, alcuni non le riconosceranno, ma loro si muoveranno con fierezza tra gli sguardi, perché ora sanno chi sono e cosa vogliono. E non permetteranno a nessuno di intralciare i loro sogni.
Le meno fortunate?
Dura l’emancipazione di chi non si da il permesso di costruire un’identità libera e indipendente. Ecco allora che le troviamo schiacchiate dal peso delle aspettative di qualcun altro, di solito la famiglia di origine, ingabbiate in matrimoni senza entusiasmo, in vite senza ossigeno, che considera amici i contatti sui social e che i figli, “ah! I figli sono la mia vita!”. Per queste donne l’8 marzo è il loro giorno, quello che in cui pretendono di essere riconosciute, amate, apprezzate e riempite di fiori. Generalmente è anche il giorno della libera uscita…ma quest’anno niente. Non si può fare, mannaggia al covid!

Attenzione alle mamme che dicono: “i figli sono la mia vita”, stanno mettendo su quei figli un peso enorme, li stanno incatenando a loro e probabilmente stanno costruendo la stessa gabbia affettiva in cui sono cresciute loro.
Queste sono le donne che una volta che i figli se ne vanno, si ritrovano con un marito che non vedevano dal giorno in cui il figlio è nato e che spostano la loro attenzione dal figlio a… “E ora che non sono più mamma??? Che faccio??? Speriamo mi facciano presto un nipote!”

Sto estremizzando? Io non credo più di tanto. Ma accetto disconferma.

Poi ci sono le donne, le donne mogli, le donne madri, che pur riconoscendo il loro ruolo di moglie e madre non perdono di vista il loro essere donna.

E che cosa significa questo?

Significa imparare a essere equilibristi tra le diverse sfaccettature di noi stesse, significa Dare il meglio di se stessi, e sapersi ricaricare. Sono le donne che con coraggio trasformano la loro vita se qualcosa non va, non buttano sugli altri la nostra pesantezza, perché sanno che lamentandosi inquina se stessa anche le vite degli altri. Sono le donne che si prendono cura ogni giorno della donna che alberga in loro, che non si accontentano perché puoi sa di meritare il massimo; si occupano di se stesse perché solo così sanno che si potranno occupare degli altri in modo gratuito, senza condizioni o ricatti. Sono le donne che hanno il coraggio di dire “NO!” Se si sentono stanche e accettano di fare meno, non significa non fare niente. Sono le donne che non si risparmiano, che danno il meglio di loro, che danno valore ai gesti, scelgono le parole con cui rivolgersi alle persone che amano. Sono le donne che coltivano la pazienza, che offrono la gentilezza, senza pretendere nulla in cambio. Sono le donne che con fatica hanno costruito il modello di donna che vogliono diventare, e che approfittano ogni giorno per lavorare alla loro opera d’arte.

Buona festa della donna ogni giorno dell’anno.
 

Essere donna è cosi affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non finisce mai.
Oriana Fallaci

Questioni di alimentazione

Da quando sono insegnante e vivo molte ore con i bambini mi capita di osservare cosa mangiano durante la merenda.
Il tipo di merenda scelta dalle famiglie, ovviamente, parla di loro!

Non giudico nessuna scelta alimentare, in molti potrebbero giudicare le mie, prendo solo atto. Osservo e constato.
Per motivi di salute ho dovuto fare molta attenzione alla mia alimentazione, con l’aiuto di un medico nutrizionista mi sono documentata, ho imparato le proprietà curative del cibo, e quando sia importante una sana educazione alimentare per stare bene in salute, avere una mente lucida, un cuore tranquillo.

Tutto questo?
Si!

Se viviamo periodi di grande stress emotivo per esempio, è bene avere una alimentazione basica, semplice, è la scelta migliore per affrontarlo in modo più sereno.
Non ci credete? provate!

Avete mai fatto caso che dopo le feste di Natale siete tutti congestionati? Raffreddore, tosse…eppure è proprio durante le festività che esageriamo con gli eccessi alimentari. Oppure dopo Carnevale o ogni periodo carico di zuccheri.
Fateci caso.

Quando avete raffreddore o tosse provate a eliminare glutine e latte…
Provate. Osservate.

Quando un bambino è vivace provate a dargli una colazione a base di zuccheri (brioche al cioccolato, biscotti al cioccolato, latte con cereali al cioccolato o bevanda al cioccolato) e lo vedrete sicuramente più agitato ma mentalmente meno attivo, e con scarse possibilità di concentrarsi. In un corpo piccino poi tutto succede più velocemente.

Ecco quindi che spesso mi trovo ad osservare (senza giudicare) le merende che le mamme preparano ai bambini e constato i momenti successivi.
Osservo scelte casalinghe, attente, che variano ogni giorno.
Osservo scelte confezionate, sempre uguali, cariche di zuccheri.
Osservo bambini che dopo la merenda riescono a concentrarsi e a svolgere un’attività con la massima attenzione.
Osservo bambini irrequieti, poco motivati, che fanno fatica a concentrarsi. E non riescono a stare fermi.

Uno spuntino a metà mattina dovrebbe apportare il 5% delle calorie giornaliere, l’assunzione di alimenti dovrebbe seguire la piramide alimentare, come descritta dalla Società Italiana di Pediatria, che rappresenta uno strumento di educazione alimentare per tutti i bambini sin dall’età prescolare (io direi dallo svezzamento).

Qui trovate una tabella completa per organizzare l’alimentazione quotidiana e settimanale, equilibrata e il più possibile varia. La salute passa attraverso l’alimentazione.
Ricordiamocelo!

Venerdì scorso ho portato i bambini della sezione a fare una passeggiata e ho chiesto alle famiglie “merende di facile consumo” da consumare fuori, all’aria aperta.
È stato così interessante osservare due bambine, sedute vicine, con merende così opposte. Entrambe guardavano alla merenda dell’altra incuriosita.
Io anche.


Non voglio inibire nessuna mamma che prepara la merenda ai figli, per carità! Ognuno fa le proprie scelte ed è bene che si rispetti. Non ho potuto osservare, però, la cura nella scelta di una merenda sana. Io, come insegnante, avevo suggerito cracker, taralli, roba da non sporcarsi insomma!! Ma la mamma di destra ha fatto di più. Ha scelto una merenda di “grassi buoni”, che permettesse alla propria figlia di avere energia e calorie utili da spendere nel gioco all’aria aperta.
Chapeau!

Leggo la tabella: sono previsti per bambini dai 4 ai 6 anni, 30 g dolci da forno o 10 g cioccolato, marmellata ecc. o 100 g dolci a cucchiaio, 2 volte a settimana. Constato che ci sono bambini che, dal lunedì al venerdì, nel loro portamerende hanno: 1 tramezzino cotto e sottiletta + una bevanda al cioccolato + 1 barretta al cioccolato, oppure 1 merendina al cioccolato + 1 bevanda al cioccolato, oppure merendina al cioccolato + succo di frutta.
Leggo, osservo e mi chiedo, cosa posso fare io come insegnante per sostenere lo sviluppo di questi bambini?

Qualche volta ho provato a invitare i genitori a variare la merenda, scegliere frutta al posto delle merendine, ma la risposta spesso è: “vuole solo quello!”

Bene, certo! Ognuno di noi, io stessa, se a 4 anni qualcuno mi avesse messo davanti le due opzioni: barretta o mela, non avrei dubbi sulla scelta che avrei fatto.
Ma davvero 4 anni, o anche 9 anni, possono essere un’età in cui il bambino sceglie la propria alimentazione?

L’alimentazione è una scelta di famiglia, dettata dal principio di salute, di benessere.
Spesso mi trovo a dire, “Beh certo se in casa ci sono barrette o cibo spazzatura, e sono a disposizione del bambino, è normale che poi lui opti per la soluzione più golosa, ma la soluzione più golosa non è la più sana.”
Che poi uno potrebbe dire, “Ma a te che ti interessa? fatti gli affari tuoi!”

Ma quali sono gli affari di ogni persona che vive in questo mondo se non il benessere e la salute degli uomini e delle donne futuri?!

Lo sappiamo che lo zucchero ha lo stesso effetto nel cervello di una sostanza psicotropa, ovvero di una droga? Ci rendiamo conto che se un bambino viene continuamente esposto a cibi con molti zuccheri diventerà dipendente e svilupperà meccanismi di dipendenza?

Un pò forte? No, purtroppo questo è quello che accade.
I cervelli dei bambini vanno a 10 con gli zuccheri mentre i loro corpi vanno a mille. E allora?
E allora ci troviamo con bambini super eccitati, perché quella non è energia, se per energia intendiamo “il motore a fare le cose”, quella è solo eccitazione.
Eccessiva eccitazione in cervelli rallentati. Quindi molto movimento, niente concentrazione, niente attenzione. Solo caos.

Ovviamente sono mamma e mia figlia, come tutti i bambini del mondo, vorrebbe mangiare le caramelle, fare merenda con un leccalecca, cenare con un gelato.
Ma bisogna fare una scelta. A volte bisogna scegliere di non accontentarli, ma di educarli.
Si fanno dei comprimessi, ovvio.

La domenica si mangia il dolcetto perché è domenica. La colazione con i biscotti ok, ma fatti in casa. Lo yogurt benissimo, ma scelgo quello bianco e di completarlo con della frutta fresca e granola di buona qualità.

“Eh, ma tu sei fortunata! ti mangia tutto!!!”
Non credo alla fortuna. È stata una scelta dal momento in cui sono rimasta incinta. Durante la gravidanza no fumo, no alcol, no eccessi alimentari.
Perché?
Non solo perché lo ha detto il medico o perché fa bene, ma perché il mio agire ha conseguenze sulla vita di un altro essere umano, che poi non è uno qualunque. È mia figlia. E per lei voglio il meglio. Ogni genitore vuole il meglio per il proprio figlio.

E lo stesso durante l’allattamento. Il mio nutrimento è il tuo nutrimento.
Allora scelte chiare, sane, senza dubbi.

Svezzamento. “Il bambino assaggia tutto quello che lo incuriosisce…” mi disse il Pediatra, “…sta a lei Signora scegliere cosa mettere sul tavolo, se farla incuriosire di alimenti sani per la sua salute o di alimenti che non la aiuteranno a crescere sana, forte, lucida.”

Eh gia! Sta a noi scegliere di cosa riempire le dispense, che cosa mettere a disposizione dei nostri bambini.

Una cosa la devo ammettere. È dura! Durissima! Perchè ci sarà sempre qualcuno che ti guarderà strano quando rifiuti una caramella, la nonna non capirà moltissimo le tue scelte se a Pasqua dai la sorpresa ma nascondi l’uovo, gli amici ti guarderanno storto quando diari un “no!” alla cioccolata calda, “no!” al leccalecca e a tutto quello che per te è cibo che fa male a quella età del bambino.

Il segreto è resistere. Tenere duro e non cedere, non avere paura del giudizio degli amici, dei parenti, di chi ti guarda dicendo: “ma lo mangia tutti!”…e pazienza!
Il fatto che lo facciano tutti non significa che è la scelta migliore.
Voi sapete perché lo state facendo. Voi sapete per chi lo state facendo.

Quindi genitori facciamoci forza, non temiamo di essere esagerati, chi definisce cosa è esagerato e cosa non lo è?
Chiariamoci in coppia, in famiglia, il nostro concetto di salute e perseguiamolo, abbiamo una grande responsabilità, quello che facciamo oggi ha una ricaduta sul futuro.
Facciamolo capire ai nonni, agli zii, agli amici, aiutateli a comprendere e ad accettare la diversità di pensiero.
Forza!!!

Concludo:
Vi auguro di scegliere con cura cosa tenere in dispensa.
Auguro ad ogni bambino e ogni bambina di scoprire che il cibo non serve solo a sfamare ma anche a nutrire, curare e sostenere uno sviluppo psico-fisico.
Mi auguro di trovare il canale per sostenere le famiglie nelle loro scelte.
Auguro ad ognuno di noi di sentirci responsabili della salute e del benessere di ogni uomo e donna futuri.

Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo.
Ippocrate

Per chi lo fai?

È un venerdì sera di inizio febbraio, sono stanca, è stata una giornata faticosa di una settimana faticosa, di un periodo faticoso. Sento che devo riposare. 

Per fortuna la bambina è stanca e si addormenta presto, io decido di spendere le mie ultime energie leggendo. 

Riprendo il libro nel cassetto, abbandonato insieme ad altri avviati, anche se questo è diverso… ultimamente richiama la mia attenzione, cerco di leggerne una o più pagine prima di abbandonarmi al sonno. 

E stasera finalmente ho più tempo delle altre sere.

“Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio per me è sufficiente” (C. Ramville)

Wow!!!!
Come terminare una giornata con un pensiero potente e liberatorio.

Eh si perché in un’epoca di performance, di condivisione social senza giustificato motivo porsi la domanda: PER CHI LO FACCIO? è qualcosa che in me, in questo momento della mia vita, risuona come le campane a mezzogiorno in Prato della Valle, a Padova! 
Le avete mai sentite?

Non puoi non sentirle. 

Se avevi l’illusione di vivere addormentato loro ti fanno tornare presente.

Proprio come la frase:

Per chi lo faccio? Che poi porta alla seconda Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio, per me è sufficiente.

È davvero sufficiente?

O andiamo ancora a bussare alla porta di chi ci ha preceduto a elemosinare un pezzo di riconoscimento da parte di chi non l’ha mai concesso nemmeno a se stesso?

Quando sono in procinto di fare una cosa, una qualsiasi, lo faccio immaginando di ricevere il “bravo!!!!” che sto aspettando da mio padre, mia madre, ecc, oppure vivo perseguendo l’unica possibile scelta di fedeltà, a me stessa? 

Per chi lo faccio? È stata la domanda che mi sono fatta un attimo dopo aver pubblicato il sito internet e deciso di realizzare quel sogno chiuso in un cassetto da ormai troppi anni. Me lo chiedo ogni volta che pubblico un articolo.

 Per chi lo faccio? Lo faccio per me.
Per essere fedele a quella promessa scritta sullo zaino delle superiori “memento audere semper”, per quella maglietta ai tempi dell’università “non mi avrete mai come volete voi“, ma anche per quella roba lì che ormai ho 40 anni e allora, “o adesso o mai più”. 

Ma soprattutto lo faccio perché la condivisione per me è sempre arricchimento. Chi non lo fa, magari perché spaventato di perdere qualcosa, priva gli altri dei suoi doni, e si priva della possibilità di essere contaminato.

Una volta era normale condividere, lo si faceva intorno ad un camino, seduti davanti casa o sotto un albero. Oggi è diventato “mettersi in mostra”, ma come una volta, bisogna stare attenti al modo in cui condivido, a cosa condivido, perché condivido, per chi condivido.

Io guardo con profonda ammirazione chi non si nasconde ma viaggia libero nel mondo, fiero di condividere se stesso, la sua storia, le sue domande, le sue riflessioni. Non mi piace chi condivide solo risposte senza farsi le domande, non mi piace nemmeno chi non accetta che gli altri si possano fare delle domande.

Chi mi credo di essere? Uno come te, cammino, inciampo, cado e mi rialzo. Non mi chiedo che senso ha rialzarsi, ma tendo a chiedermi che senso ha avuto cadere per me, per la mia storia, per la mia vita. 

Ci sono momenti in cui dimentico quel patto di fedeltà a me stessa e cedo ad altri di potere di farmi dire se valgo, quanto. 

Rimango delusa. Chiedendo a chi non ha avuto so già che non potrò ricevere. Ma allora perché? Perché bramare brandelli di riconoscimento a chi veste di toppe?

La riposta è nella ns storia personale. 

La soluzione e il cambiamento sono nella nostra storia personale. 

Allora iniziamo a fare qualche piccolo esercizio di consapevolezza, iniziamo a scegliere come spendere le nostre energie anziché disperdere.

Di fronte ad un’azione, ad una scelta lavorativa, ad una condivisione social, chiediamoci:
per chi lo faccio? 

Lo faccio per sentirmi dire bravo? e allora sorridiamo, perdoniamoci, siamo buffi, tremendamente buffi e goffi di fronte ad una vita che non sempre siamo pronti a vivere.

Bisogna pur sopravvivere!!!

Recuperiamo il diritto a vivere la ns vita da protagonisti, non per il bisogno di sentirci dire quanto siamo bravi ma per il diritto a vivere una vita vera, autentica nelle motivazioni che spingono le nostre azioni. Cerchiamo di togliere quel velo di ipocrisia che ci fa trovare tanti falsi nomi perché ci manca il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. 

Per chi lo faccio? Per i like? che valore ha in me quel click.
Che bisogno di amore si nasconde dietro alla considerazione social?
Che valore ha per la mia vita pesare ciò che dico con la quantità di “mi piace” che ricevo?
Ho bisogno degli altri per avere la percezione di essere vivo oppure sento la mia esistenza presente e viva?

Liberiamoci da quell’immagine perfetta di noi che ci hanno dato, nonostante ci hanno sempre trattati come disastro umani. Ci dicevano: “Sei sempre il solito scansafatiche” e poi pretendevano da noi che fossimo i primi della classe, i primi nello sport, come se per essere tutte queste cose insieme non fosse necessario anche una bella dose di supporto emotivo e autostima.
Che poi come può uno che si è sempre sentito dare del fallito sentir nascere dentro di se un’immagine di se stesso positiva?
(è contorta, lo so, oggi è così!)

Abbiamo una storia. Ma come adulti scegliamo ogni giorno che cosa scrivere sulla pagina del nostro presente che poi determinerà il nostro futuro. E il futuro di chi ci seguirà.

E tu? Con quale parola stai scrivendo il libro della tua vita? Scrivi sotto dettatura oppure stai facendo un tema libero?

Per chi vivi?

Auguro ad ognuno di voi di trovare la forza di sapere perché fate le cose e di farvi bastare il fatto che sapete perché lo state facendo.

Riprendo il libro…

“Se lasciamo che sia il nostro atteggiamento positivo a guidare la ns vita,
nulla potrà più fermarci nella marcia verso il successo.”
Claudia Ramville

Educare alla libertà

Libertà.
Dal dizionario: “capacità del soggetto di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti esterni, e di autodeterminarsi scegliendo autonomamente i fini e i mezzi atti a conseguirli”.

E gli impedimenti interni?
Subdoli, invisibili, quelli che ti piantano a terra e nel passato, come vecchie cornici polverose?

Libertà.
Termine inflazionato, impoverito, trasformato, a seconda delle esigenze. Totalmente personali.

Faccio l’insegnante. Ho l’illusione di educare alla libertà.
Ma io sono libera?

Mi sento libera di dire “NO!”?
Mi sento libera di dire “SI!”?
Di scegliere secondo i miei bisogni?
(Apro una piccola parentesi rispetto a questo così evitiamo fraintendimenti. Non è egoistico ascoltare e dare voce ai propri bisogni. Lo è non farlo perché poi viviamo nella pretesa, che siccome ci spendiamo tanto, gli altri debbano fare altrettanto, annullando – guarda un pò – la libertà dell’altro).

E tu sei libero/a?
Oppure vivi in salde prigioni, in cui le sbarre sono gli attaccamenti e i carcerieri le aspettative di altri?


Avete mai provato a fare qualcosa di inaspettato e autentico ma totalmente opposto a quello che ci si aspettava da voi?
E come ha reagito il mondo circostante a questo slancio di libertà?

Vi siete sentiti accolti? “Non sono d’accordo con te, ma accetto”
Oppure vi siete solo sentiti giudicati? “Da te proprio non me lo aspettavo”… cosa ci si aspetta da te? Quali aspettative stai assecondando?

Chiediamo ogni giorno ai bambini di smettere di ascoltare ciò che provano e di agire fedelmente alla loro natura, per inseguire le nostre idee, le nostre aspettative.
Vi è mai capitato di dire: “Su, su, non è niente, e poi i maschi non piangono, sono forti!” oppure “Mi raccomando comportati bene che sei una femminuccia”.
Ho visto madri terrorizzate quando hanno visto il proprio figlio spingere un passeggino o prendere in braccio un bambolotto. Alle bambine è ammesso allenare la loro capacità di diventare mamme, ai bambini quella di diventare padri no.
Estremizzo e non generalizzo. Lo so che ci sono le eccezioni.

Se chiediamo ad un bambino di smettere di manifestare se stesso, perché qualcuno lo ha chiesto a noi quando eravamo piccoli, stiamo perpetuando una catena di dipendenza per cui: io non so più che provo, ho bisogno di qualcuno che me lo dica. Però dirò a un bambino quello che deve provare (secondo quello che mi è stato detto) e allora addio empatia, ascolto, e tutte quelle cose che ci permettono di stare in relazione.
Rischiamo di popolare il mondo di corpi fisici senza anima, senza vita.

Il “bravo/a” diventerà la misura del mio andar bene, ricercarlo sarà la mia spinta motivazionale all’azione, ma attenzione: così facendo rischiamo di infilarci in lavori che non vogliamo, in relazioni che non desideriamo, in vite che ci peseranno come zavorre e non ci permetteranno mai di navigare in mare aperto.

Ci plasmeremo a immagine e somiglianza di qualcun altro a cui avremo delegato il potere di decidere per me la vita che devo vivere.
Abbiamo delegato il potere, ma la scelta è stata nostra.

Dobbiamo smetterla di prendercela con gli altri.
Forse eravamo distratti e ad un certo punto ci sveglieremo da questo torpore, ma di una cosa dobbiamo essere consapevoli: ogni parola che esce dalla nostra bocca, ogni azione che muove dalla mia mano è solo nostra. Siamo gli unici che abbiamo il potere di dire/non dire quel giudizio, fare/non fare quella carezza.

Quando fai un gesto, un pensiero carino per qualcuno, ti aspetti qualcosa in cambio?
Sai accettare che l’altro dia un valore diverso alle tue azioni?

Sei libero?
Lasci l’altro libero?
Accogli, comprendi, o giudichi chi non fa secondo quello che ti aspetti?

Come reagisci quando tuo figlio vorrebbe fare qualcosa per cui non sei d’accordo? La tua risposta è: “Non sono d’accordo ma ti sostengo” oppure “Fai come ti dico che sono più grande, ho più esperienza”.

Eccoli allora i bambini che anziché cercare se stessi, come unico modello a cui ispirarsi, cercano di accontentare il papà “così è orgoglioso di te”, la mamma “così fa bella figura”, la nonna “così è contenta e mi sgancia qualche caramella sottobanco” e tutto il resto del parentado, pure i defunti che dall’alto ci guardano.

Ma in tutto questo, dove stanno i bambini? Dove la loro libertà?

La libertà, io credo che se riuscissimo ad aprire gli occhi su come viviamo, come educhiamo, smetteremmo di parlarne e forse inizieremmo a cercarla.

Dove?
Ognuno ha le sue cantine buie e polverose dove cercare. Non ci sono scorciatoie ne strade predefinite. C’è solo quel senso di liberarsi da catene messe da chissà chi, da chissà quando.

Riconoscere che sono libero nel fare di tutto perché io possa diventarlo mi permetterà di smettere di cercare qualcosa in una relazione o in una amicizia che mi priva dell’unica cosa di cui sono in possesso. Me stesso.

Io credo che il processo verso la libertà inizia quando ti guardi allo specchio, ti dai un paio di pacche sulle spalle e ti dici che forse non sei così male. Ma che ora BASTA! Devi smetterla di cercare il riconoscimento fuori.

Ora è tempo di trovare il tuo riconoscimento. Non sarà facile.
La libertà si acquista con dolore. Il dolore di lasciare legami ingabbianti e che vogliono vita. Il dolore di salutare noi bambini per diventare adulti e aprirsi alla possibilità di scegliere. Di provare. Di iniziare a sentire il gusto delle cose.

Sì, perché non ve ne siete accorti. Ma cedendo il diritto a fare le vostre scelte, avete rimesso anche il diritto a sentire il gusto della vita.

Lo ritroverete, un pò arrugginito, là dove lo avete lasciato.
Vi sta aspettando. E non vi giudicherà se lo avete relegato in un angolo, vi perdonerà! Abbraccerà la vostra debolezza, si prenderà cura della vostra fragilità e la trasformerà in un dono prezioso, un tesoro autentico, gratuito.

Non è più tempo di rimandare.
Liberando te stesso, liberi gli altri.
Inizia ora.

La libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti.
Nelson Mandela

2021 L’anno dei sogni

Erano gli ultimi giorni di dicembre, desideravo condividere quello che per me, da molti anni, è una sana abitudine di inizio anno: riflettere per chiarire i miei bisogni, mettere per iscritto i miei desideri, guardare al nuovo anno come il migliore in assoluto.

Si, perché ci possono essere anni che vanno meglio e anni che vanno peggio….ma meglio o peggio di che se non lo abbiamo chiarito prima?

Così ho invitato la mia amica Alessia Maracci, autrice del blog Donne eccezionali, counselor e orientare alla felicità, a parlarne in una diretta Facebook, in un appuntamento che abbiamo chiamato: 2021, l’anno dei sogni.

Qualche giorno prima Alessia mi chiama e mi dice: “Di cosa parliamo venerdì Laura? Secondo me con questo titolo hai alzato le aspettative!”
L. “Si Alessia, lo so! È quello che volevo fare” (mi piace osare, c’è una parte di me che qualche volta se lo concede).
A. “Ma secondo te le persone che cosa si aspettano?”
L. “Noi ci occupiamo di responsabilità, del fatto che se le cose vanno bene non è questione di fortuna, dipende da una serie precisa di atteggiamenti e di azioni”

Su queste basi abbiamo costruito un incontro di un’ora e mezzo in cui abbiamo parlato di orientamento, scelte, pianificazione, responsabilità.

Se non decido io per me , lo farà qualcun altro.
Di fronte ad una scelta, quanto ci aiuta essere orientati? Per orientamento intendiamo “avere chiaro la meta da raggiungere”. È importante avere chiaro dove si vuole andare perché questo ci aiuta a fare scelte mirate, senza disperdere energie, senza affannarci in imprese che potrebbero solo affaticarci senza gratificarci. Vagare senza orientamento nel nostro viaggio di vita è un po come scegliere di salire su un autobus senza sapere destinazione. Forse tutti abbiamo desiderato farlo ma quanti di noi ne hanno avuto il coraggio?

Cosa posso mettere in atto io per avere un buon anno?
Immaginarsi al 31 dicembre 2021 e guardarsi indietro. Che cosa ci potrebbe far dire che quello trascorso sia stato un buon anno? Quali progetti vorremmo realizzare inquietante questo periodo di tempo?

Di cosa ho bisogno per fare questo?
1. ASCOLTARE IL MIO BISOGNO e questo comporta prendermi un tempo e uno spazio per respirare, staccarmi un po dalle distrazioni quotidiane e lasciar emergere ciò che nasce da dentro di me. Mettere a tacere il volume esterno e invece alzare al massimo quello interno.
2. DEFINIRE GLI APPUNTAMENTI CON NOI STESSI.

Nel pianificare un nuovo anno Alessia ci ha fornito uno strumento importante per iniziare a farlo, senza indugiare ma prendendoci un impegno serio con noi stessi.

Da dove iniziare?
Prendere un blocco di post-it e scrivere un post-it per ogni ambito di vita:
FAMIGLIA
COPPIA
AMICIZIA
LAVORO
VIAGGI
FORMAZIONE PERSONALE
SALUTE FISICA
PROGETTI

Per ogni area chiedersi:
Cosa possa fare io per questa area?

Abbiamo condiviso un esempio rispetto all’area famiglia, nello specifico:
FAMIGLIA: aumentare la gentilezza, promuovere l’allegria.
Ogni obiettivo va poi strutturato in azioni concrete da fare per raggiungerlo, per esempio, relativamente all’area gentilezza: “chiedere le cose per favore”, ecc.

Per chi lo facciamo?
Nel mettere in atto questi comportamenti evitiamo di aspettarci che l’altro faccia altrettanto, noi non stiamo facendo questo prospetto o operando dei cambiamenti per qualcuno, lo facciamo per noi stessi, per un chiaro progetto che abbiamo su noi stessi.

Nel pianificare il nostro progetto una buona domanda potrebbe essere:
Io come vorrei essere per essere disposto ad amarmi?

Perché qualcuno dovrebbe amarmi?
Quali caratteristiche di me vorrei sviluppare essere più amabile?

Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto,
devi essere pronto a fare qualcosa che non hai mai fatto. 
(Thomas Jefferson)


Natale 2020… è davvero andata così male?

Riflettevo su questo periodo storico “pazzo” dove ognuno di noi, nessuno escluso, è messo nella condizione di vivere le limitazioni, i propri limiti.
È davvero andata cosi male?

Mi interrogo sul senso dei pranzi e delle cene interminabili (soprattutto per chi prepara e pulisce), delle tavolate da 30 persone che poi diventa un conto alla rovescia su chi si autorizza ad andare via per primo, che poi diventa un fuggi fuggi generale.
È davvero andata cosi male?

Quanti di noi sono generalmente presi dall’ansia, anche economica, dei regali, dei cesti e dei pensierini, che poi diventa una corsa a spendere il giusto per poter accontentare tutti?
È davvero andata cosi male?

Personalmente trovo che il senso del Natale e lo spirito del Natale siano altro da tutte le follie descritte sopra. Se mi chiedo: “È davvero andata cosi male?” mi rispondo: “NO!”

Intendiamoci, grande rispetto per le tradizioni e per le famiglie, ma davvero si riduce tutto a questo? Sarà che quest’anno siamo stati veramente nella condizione di poter scegliere come spendere questo tempo lento, di casa e di riposo?

Non si voglia tra le righe cogliere una mancanza di rispetto per tutte le persone che stanno soffrendo per la mancanza dei loro cari, per chi vive un momento precario di salute, tutt’altro. In questo momento vorrei riflettere sull’opportunità che abbiamo in questo Natale 2020: dove gli aperitivi della distrazione sono annullati, i viaggi “per non pensare” cancellati, le tensioni familiari (che poi durante le feste sono sempre scintille) sciolte.
È davvero andata cosi male?

Ci sono ovviamente molte cose che mi mancano, ma se mi interrogo sul senso del Natale questo è sicuramente l’anno in cui l’ho potuto sperimentare.
L’impossibilità avere vaste alternative per “passare il tempo” mi ha messo nella condizione di scegliere con cura il modo in cui trascorrere le mie giornate.
È davvero andata cosi male?

Quante volte ho lamentato di non avere tempo per leggere? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non avere tempo per sistemare la stanza dei giochi, togliendo ciò che non serve? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non riuscire a vedere quel film perché la sera mi addormento sempre troppo presto? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non poter fare una partita a carte in famiglia perché non c’è tempo? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non avere tempo per fare ginnastica? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di… Continua la tua lista e ricorda di scrivere: Ora ce l’ho.

Se non vuoi rischiare di mettere troppa carne sul fuoco crea una lista giornaliera, permettendoti di trasgredirla, di cose che vuoi fare. Pianifica e orienta le tue azioni.
Sentirai che questo tempo ha fatto nascere in te un grande desiderio di “tornare” a te, di prenderti cura di te stesso, perché solo amandoti e prendendoti cura di te, potrai prenderti cura di chi ami.
È davvero andata cosi male?

Non rimandare più. Il tempo è adesso.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato.
A. Einstein