Era sabato. Finalmente riesco a organizzarmi dopo moltissimo tempo per incontrare la mia cara amica Alessia che non è solo un’amica, è una sorella, una guida, una di quelle persone che non solo continui a frequentare nella tua vita, ma che più la frequenti più ti piace.
Tutti dovrebbero avere un’amica così nella propria vita.
Negli ultimi anni siamo incontrate, abbiamo vissuto momenti indimenticabili con le nostre famiglie, ma non eravamo mai sole. E invece noi abbiamo bisogno di chiacchierare, di confrontarci, di farci i nostri “pipponi”, senza che nessuno ci dica che ci stiamo facendo diei “pipponi”. Questa volta dunque, grazie ad una sua meravigliosa intuizione, abbiamo voluto dedicarci un tempo esclusivo, solo io e lei.
Al mattino, quando mi sono alzata, ero già emozionata. Come se mi stessi preparando ad un appuntamento importante. E in effetti era così!
La cosa più bella è stata che mentre eravamo sedute in un bar a bere un thé verde, mi è venuto da osservarci, e che bello constatare che nessuna delle due abbia avuto l’esigenza di tirare fuori il cellulare ed appoggiarlo sul tavolo.
Eravamo reperibili sono per noi stesse. Che libertà!
Ci siamo confidate, abbiamo sorriso, ci siamo feedbakkate a vicenda, e la cosa che mi sono portata via, è un dono che posso condividere perché è mio, rimane con me, ma sta crescendo ogni giorno e in questi giorni sta modulando la mia esistenza: “Cerchiamo di evitare il giudizio, la critica, facciamo che dalla nostra bocca escano solo parole d’amore e parole che curano”.
Quando ci rivolgiamo a qualcuno, quando stiamo per dire la nostra su un argomento, domandiamoci: le parole che sto per dire, contengono un’intenzione amorevole per l’altro? Le mie parole cureranno o saranno spade taglienti?
Questo mi aiuterà a scegliere, mi permetterà di muovermi responsabilmente nelle relazioni. La misura di chi voglio essere dipende solo da me.
E così…con queste poche righe, vi auguro una buona settimana, un’amica e un thé caldo.
Se il ‘900 è stato il tempo dell’educazione autoritaria, il primo ventennio degli anni 2000 è stato sicuramente il tempo dell’educazione autorevole…e a me piacerebbe che ora fosse il tempo dell’educazione AMOREvole.
Sì, perché dell’amore tutti ne parlano, lo desiderano, ma in pochi sono capaci di praticarlo. Se poi all’amore aggiungiamo la parola “educazione” la faccenda si complica ancora di più. Perché, diciamocelo, non c’è niente di più complicato dell’educazione. Dell’essere modelli educativi.
Prima di tutti in educazione bisogna saper dire le cose giuste, fare le cose giuste, essere un genitore, un modello perfetto. Perché se agli studiosi basta un genitore “sufficientemente buono”, nella realtà a noi comuni mortali non basta, dobbiamo essere perfetti.
Peccato che la perfezione male si sposa con l’educazione. Deve essere davvero difficile per il figlio del genitore perfetto diventare un uomo o un donna sereni, senza l’ansia di sbagliaree liberi dal bisogno di essere sempre e comunque performante, al di là della propria capacità, della propria possibilità, e di tutti i fattori che possano ostacolarlo.
Come potrà mai quel bambino diventare un adulto felice?
Quali occasioni ha avuto quel bambino per vivere se stesso, nei propri limiti, nelle proprie fragilità? Sempre e sopra a tutto dovrà essere perfetto. E ognuno di noi sa quanto sia difficile e faticoso mantenere uno standard di perfezione cosi alto nella propria vita.
A leggere queste righe non vi è già venuto l’affanno?
A me piace la coerenza. Che va ricercata, e rende più felici della perfezione. Perché ci sia coerenza è necessario aver fatto un lavoro di scelta: Chi voglio essere come genitore? Che tipo di adulto vorrei che mio figlio diventasse? Allora potrò capire che il mio comportamento è IL modello educativo, più delle parole.
E infine c’è il come si educa. Se sei troppo duro, li traumatizzi. Se sei troppo buono, faranno come vogliono… ma insomma come bisogna fare?
L’amore. L’amore secondo me può trasformare radicalmente il nostro modo di educare. Nel tipo di amore che intendo io c’è la compassione, il perdono, l’accettazione… e tutto ciò che permetta a me adulto di trattarmi con gentilezza. Sì, proprio a me. Perché prima del figlio che ci siamo noi adulti, e solo quando noi adulti, ciascuno per sé, saremo capaci di trattarci con amore di fronte ad un errore, con gentilezza di fronte ad un limite, con compassione di fronte ad un dolore, e di perdonarci, allora saremo in grado di farlo con i nostri figli.
Educazione AMOREvole è allora quel tipo di educazione che mi permette di vivere in una quotidianità senza dimenticarmi che mio figlio sta crescendo in una condizione dis-umana: lontano dalla natura, eccessivamente esposto a luci artificiali, in posizioni statiche e con ritmi che richiedono le abilità di incastro di un esperto giocatore di Tetris. Sarò sufficientemente AMOREvole quando rinuncerò a un pò della mia ambizione personale come genitore per scegliere di farmi modello di un tempo lento, che risponda ad un ritmo umano, naturale.
Smetterò di lamentarmi dei ritmi sostenuti e inizierò a “tagliare”, a ridurre gli impegni, a scegliere le priorità.
I bambini di oggi dormono in media un’ora al giorno in meno dei loro coetanei di 15 anni fa. Ciò significa scompensi enormi in termini di attenzione, concentrazione. Non dormono soltanto un’ora in meno al giorno, ma hanno vite nevrotiche e stressanti che i loro coetanei di 15 anni fa nemmeno si sognavano (anzi, non lo sognavano affatto!!!): 2 sport per due volte a settimana, catechismo. E per chi fa gare aggiungiamo il sesto impegno settimanale (oltre la scuola), la domenica mattina. Mi sembra che gli stiamo chiedendo troppo…
Pensare ad un’educazione AMOREvole allora può significare decidere di fare meno. E sono certa che a questo corrisponderà un “fare meglio”, inteso con maggiore presenza, attenzione, partecipazione.
Fare meno e pretendere meno. Da noi stessi, dagli altri. Se sarò disposto a pretendere meno da me stesso, a concedermi la possibilità di sbagliare, a essere gentile con le mie fragilità, sarò sicuramente disposto a non incasellare mio figlio o mia figlia in rigide organizzazioni settimanali; potrò educare a stare nelle cose, piuttosto che al fare bulimico e compulsivo senza possibilità di riservare un tempo di integrazione dell’esperienza; darò importanza ai momenti condivisi in famiglia, la lettura di un libro, la visione di un cartone insieme, la preparazione di un dolce o una passeggiata. O semplicemente decido che posso accettare il tempo del non fare niente. Ma come non siamo tutti fan dell’elogio all’ozio?
Questo stile di vita ci porterà, tra 15 anni, a una società nevrotica, bulimica. Avremo adulti non abituati alla riflessione, alla capacità di comprendere l’altro, incapaci di SO-STARE nelle relazioni. Come possiamo fermarci a comprendere cosa vive un adolescente se non abbiamo il tempo di ascoltarlo? Ma veramente ci nascondiamo dietro il dito delle condivisioni social o degli audio (odiosi) di whatsapp? Ci può bastare per conoscere veramente nostro figlio o nostra figlia, per costruire una relazione con lui o con lei? Come può sentirsi ascoltato o ascoltata se non trova occhi e orecchi adulti pronti ad ascoltarlo in modo esclusivo, senza distrazioni?
Se comprenderemo il valore di un tempo lento in cui prenderci cura della relazione con noi stessi, se come genitore comprenderò quanto è importante fermarmi e “riconoscere” la mia anima, la mia umanità, riterrò indispensabile coltivare la spiritualità di mio figlio o di mia figlia quale caratteristica che gli permetterà di essere un uomo o una donna migliori.
Se decideremo di educarci AMOREvolmente saremo protagonisti attivi, responsabili, di una moltiplicazione di gentilezza, compassione, amorevolezza, senza paragoni.
Sto facendo del mio meglio, me lo ripeto ogni volta che sento di non essere all’altezza.
Sto facendo del mio meglio, me lo dico ogni volta che mi guardo allo specchio, che vedo il mio viso stanco, l’espressione corrucciata e sento la mia energia spegnersi.
Sto facendo del mio meglio, penso, quando sono seduta a terra con le mie figlie e intanto nella mia mente scorrono le 37 cose che dovrei fare, le 59 che ho rimandato e quelle indefinibili che non so quando farò. Sto facendo del mio meglio.
Sto facendo del mio meglio, quando parlo troppo in fretta, quando perdo la pazienza, quando sperimento una me che non riconosco. Non sembra, ma sto facendo del mio meglio.
Sto facendo del mio meglio, quando devio una chiamata, rispondo ad un messaggio dopo tre giorni o dimentico un compleanno.
Sto facendo del mio meglio. Mi sto perdonando. E ammetto l’esistenza di una me lenta, non preformante, incapace di gestirsi nel quotidiano, totalmente assorbita da un presente di ciucciate, pannolini, imprevisti e pochi sostegni.
Sto facendo del mio meglio. Con le mie possibilità di questo momento.
Eccoci qui, mancano poche ore al passaggio e io saluto il 2022 con la riverenza con cui un discepolo saluta il suo maestro, il più severo.
È stato un anno faticoso, in cui la mia mente ha mentito tante volte, creando una percezione di mancanza anziché prendere atto dell’abbondanza.
Guardo a questo anno che termina come i viaggiatori salutano la terra da cui le navi salpano. Inizialmente con sollievo, come a dire “è finita!” ma a mano a mano che si allontanano sentono sempre di più nascere lo stupore e la gratitudine. Stupore per aver raggiunto le vette altissime, superato strade impervie, e sentirsi ancora integri. Non frammentato, non distrutto, intero. Grata per le lezioni imparate, per la scoperta di una forza e resistenza che non credevo di avere, per un linguaggio dell’ego che riconosco come non mio e che sto imparando a lasciare. Scelgo il linguaggio della compassione, del perdono.
Ti saluto mio caro 2022 con la riverenza e la gratitudine con cui saluto uno dei più grandi maestri di tutti i tempi della mia vita. Lo faccio con il profumo di un pandoro appena sfornato: quest’anno ho cucinato tante volte per dovere; questa volta è stato un piacere. Lo faccio con un buon prosecco, perché mi merito il meglio. Lo faccio scrivendo memoria di questo anno, perché io non possa mai dimenticare le difficoltà, i pianti, le tristezze. Ma sopratutto perché io possa ricordare la forza percepita al termine delle prove, il potere che sento e l’integrità nell’essere me stessa. Voglio onorare chi c’è stato. Voglio rispettare il modo in cui ognuno ha potuto esserci. Voglio perdonarmi per tutte le volte che potevo fare meglio. Voglio amarmi.
Grazie 2022. Sei stato un grande maestro. Mi hai insegnato che so resistere. Imparerò a farlo senza lamentarmi. Mi hai mostrato che ho una forza che non conoscevo. Ne farò memoria. E imparerò a non spaventarmi. Ora so che le difficoltà non sono insormontabili. Un passo alla volta si può superare ogni vetta.
Brindo a me. Brindo a te, che come me hai superato una montagna, che l’hai fatto scoprendo che sei forte, coraggioso o coraggiosa, che sei tenace, che sei integro o integra. È stata dura. Ma ora è tutta discesa. Godiamoci il panorama e brindiamo. Alla gioia, alla vita… che scorre anche negli inverni più rigidi. Brindiamo, balliamo, ridiamo. Ce lo siamo meritato.
Giura che non lacerai passare un minuto senza infilarci dentro un respiro gioioso. Giura che andrà così e che parlerai agli altri con immensa accoglienza e li guarderai con commozione, ogni giorno è l’unica e l’ultima occasione che abbiamo. Giura che sarai una casa per chi non ha casa, un cielo in cui gli uccelli stanno bene, la terra giusta per il verme, la bocca pronta a baciare. Giura che in ogni giornata avrai più vita di tutta la vita che hai avuto. Giura che ti taglierai le unghie con piacere, ti vestirai con gioia, camminerai come se fossi un paralitico guarito, ascolterai ogni parola come un sordo che ha ritrovato l’udito. Franco Arminio
(Grazie alla mia amica Benedetta, per questa poesia di Franco Arminio, sembrava scritta per me)
Dai 3 ai 5 anni i bambini iniziano a porsi le prime domande relativamente la morte. E per noi adulti generalmente iniziano i primi imbarazzi. Cosa succede quando qualcuno non c’è più? Riusciamo a parlare ai bambini della morte? Quando ci diamo la possibilità di parlare della morte, onoriamo anche la vita che c’è stata prima. Parlare di morte è dunque parlare di vita. E parlare di vita comporta anche parlare della morte.
Molte volte mi è capitato di situazioni in cui i bambini sono stati tenuti lontano dalla possibilità di partecipare ad un culto funebre, fatto in buona fede per preservare il bambino. Ma in realtà non lo stiamo aiutando. Stiamo perdendo l’occasione di dare senso a ciò che si vive.
Francoise Dolto, psicoterapeuta francese, ha trattato spesso questo argomento con i genitori, ha chiesto loro di sostenere le domande dei bambini, non rifiutarle, di cercare le risposte, non evitarle. Alla domanda: “Perché si muore?” È possibile rispondere “Perché ha finito di vivere”. Poche parole, che soddisfano il sano bisogno del bambino di avere risposte. “Dopo la morte cosa c’è?” Ad ognuno la risposta secondo i propri valori, il proprio credo, ma non lasciamo che queste domande rimangano senza risposta. Se non le abbiamo possiamo onestamente rispondere: “non lo so, ma noi possiamo continuare a ricordare lo zio. Lo sai cosa diceva sempre?…”. Parliamo loro della bellezza di ciò che è stato vissuto, dei momenti condivisi, solo così potremo rendere quella vita immortale. “È andato via!” senza mostrare un corpo, un rito funebre, può indurre il bambino ad un grande senso di smarrimento, instabilità, rispetto alle figure che ama: non si può rifiutare la vita e non si può evitare la morte. A volte come adulti abbiamo la grande paura di affrontare questi discorsi, riconosciamoci piccoli di fronte ai grandi eroi senza paura: i bambini. Per loro invece è un evento del tutto quotidiano, perché la vivono attraverso la natura (foglie che cadono in autunno, per esempio), fanno esperienza quotidiana e diretta dei cicli di nascita e morte. Osserviamo la natura, le stagioni e ricolleghiamola alla nostra vita.
C’è un bellissimo cartone della Disney-Pixar, COCO, che parla del culto dei morti messicano in cui ogni famiglia vive in modo il ricordo di chi non c’è più: è proprio la vita di chi oggi ha terminato di vivere, che ci ha permesso di essere qui. Ricordiamo dunque i nonni sulla poltrona, le nonne che facevano i ferri, le torte delle zie, le partite a carte nei giorni invernali, ricordiamo e onoriamo coloro che ci hanno amato, cresciuti, i loro insegnamenti…perché quando una persona viene a mancare non è tanto l’eredità economica a farcela ricordare, ma le azioni che ha compiuto nella sua vita, le parole che ha donato, l’amore che ha condiviso. Portare questo nei nostri cuori, fare delle azioni che ci fanno ricordare chi amiamo ma che non c’è più, mantengono viva la memoria di quella persona e questo significa rendere immortale la sua vita. E questo per me è importante, per non dimenticare. E allora andiamo nei cimiteri, fermiamoci a raccontare di quanto rendeva speciale quella persona, di cosa ha fatto, delle cose divertenti che ha detto. Da poco tempo è venuta a mancare una persona a cui ero molto legata. Il suo fare materno mi ha sempre fatto sentire una persona scelta, attraverso la cura dei gesti e dell’ambiente in cui viveva, mi ha insegnato a circondarmi di bellezza, di semplicità.
A non strafare, ma ad avere cura delle cose per avere cura anche delle persone. Lei mi ha insegnato ad agire in virtù di un bene per tutti, non un guadagno individuale, ma un benessere collettivo. Mi capita oggi di camminare sotto i tigli di piazza Cavour, a Tolentino, di respirare quel profumo intenso e penso a lei, penso a lei ogni volta che sono vicino ad un tiglio, alle sue battaglie perché non venissero abbattuti, alle sue lotte per donare bellezza a tutti. Le sono grata e quando ci passo con mia figlia le parlo di lei, dei suoi occhi azzurri, dei suoi ideali, dell’esempio che ha rappresentato per me.
Ciao Antonella.
Perché la morte è vita, luci di luce altrove. (Dal film Coco)
Pochi giorni fa ero al mare con le mie figlie. Non potevamo fare il bagno già da un paio di giorni a causa del forte vento e della pioggia. In quei giorni abbiamo scoperto che il mare può donare grandi tesori, offrire uno spazio relazionale, e la spiaggia può diventare un ambiente ricco di giochi, stimoli, opportunità.
Raccogliere i vetri che il mare, nel suo andare e tornare, rilascia sulla spiaggia. Esplorarli, con la vista, il tatto. Uno è più trasparente, l’altro meno. Uno è più levigato, l’altro meno.. Provare a classificarli. Per colore, forma. Disporli in ordine di grandezza.
Gli occhi diventano strumento di osservazione, catalogazione. Il bambino allena attraverso il gioco la concentrazione, la capacità di osservazione e discriminazione.
Bambino e adulto insieme, in una serie infinita di rilanci, impegnati a costruire momenti di relazione, a fissare ricordi che durante l’inverno possono donare tenerezza, calore. Dopo l’osservazione si può passare alla sperimentazione, alla costruzione di nuovi giochi: strade, case, ecc.
Mi domando sempre se un gioco di quelli strutturati, acquistati in negozio possa fare tutto questo. Possa tenere impegnati bambino e adulto per un lungo tempo.
La natura si conferma il miglior parco giochi di sempre, il più ricco di materiale, il più bello da toccare e sperimentare, il più emozionante da guardare, il più stupefacente da scoprire.
E allora cari adulti, buon divertimento, scoprite nei vs figli degli ottimi compagni di viaggio, lasciatevi stupire da ciò che vi circonda, ci sono infinite possibilità di esplorazioni: foglie, legnetti, conchiglie, pini, un materiale unico e sempre diverso per ogni stagione.
Buon divertimento.
PS: queste occasioni che io chiamo avventure ed esplorazioni aiuterà vs figlio/a ad imparare divertendosi, a creare un legame speciale con voi, e saranno proprio i momenti di condivisa esplorazione e scoperta a farvi ricordare, ad imprimere nella loro memoria la vs presenza e a ripeterla quando saranno genitori a loro volta. PS2: Se ci capita di rivolgerci ai ns figli con frasi tipo: “Non mi disturbare”, “Sei una scocciatura!”… fare esperienze di questo tipo li aiuteranno a sentirsi importanti, speciali per voi.
Ho ricevuto un’educazione per cui dire NO era da egoisti, quindi mi hanno insegnato che era meglio dire di SI, accontentare, anche se poi questo comporta un enorme sforzo personale, un sacrificio. Della serie… prima viene il dovere, poi il piacere.
Crescendo ho imparato che nella vita bisogna vivere anche facendo le cose che ci piacciono, che è importante trasformare il linguaggio e ho iniziato modificando i miei DEVO in VOGLIO.
“Ma non si può fare solo quello che ci piace…nella vita ci sono anche i sacrifici!”
L’avete sentita anche voi questa voce in testa? Per me è martellante però ho anche imparato a dare spazio all’altra voce… quella che mi dice: “Cerca di scegliere, di vivere le cose perché lo vuoi e non perché devi, anche ciò che non ti piace”. Ecco che allora tutto cambia sapore. Perché la vita è, né bene, né male, essa è, e si manifesta. A noi poi la scelta di quale parole usare per definire ciò che viviamo, quale dialogo per interpretarla; diventa importante dare spazio e accogliere la parte di noi fragile in modo amorevole, che anche se non è felice di ciò che sta vivendo, sceglie di viverlo pienamente. Con le energie, la voglia, la motivazione di quel momento. Magari poca, ma il cento per cento di quel poco.
Oggi ragionavo sul fatto che spesso vorremmo che i nostri figli siano “soldatini” pronti ad accettare e a fare ciò che diciamo. La fase in cui si manifestano i NO (dai 18 mesi in poi) la chiamiamo: i terribili due, giusto per farci un’idea di quanto accettiamo il loro diniego.
Nell’ottica di crescere un figlio che diventerà adulto capace di vivere la propria quotidianità, di scegliere per sé ciò che è bene e rifiutare ciò che è male, evitando dunque di seguire il gregge, la mia domanda è: come li stiamo preparando? Stiamo offrendo loro uno spazio in cui dire NO? Accettiamo che possano dire NO? O accettiamo solo quando fanno ciò che diciamo? Ciò che vogliamo? Inoltre, siamo modello di integrità e riusciamo a dire NO a un invito che non ci piace, ad una proposta che non sentiamo nostra? Oppure diciamo SI per non rimanere “fuori dal gruppo”?
Nel pomeriggio un’amica mi ha chiamata e le ho fatto una proposta relativamente alla possibilità di condividere un progetto. Mi ha risposto: “In questo momento non ce la faccio. Ho troppi impegni e, pur credendo nel progetto, non posso partecipare”. Il suo NO mi è dispiaciuto molto perché avevo in mente una cosa e se gliel’ho proposta è perché ci tenevo a farla con lei, ma il suo NO mi ha dato uno spazio di riflessione in cui fermarmi a mia volta e domandarmi: “È quello che voglio in questo momento?” in più mi ha permesso di sentire la mia amica nella sua essenza più profonda. E mi sono detta: “Wow!!! Che figata pazzesca! Ma chi l’ha detto che bisogna sempre dire SI a tutto: idee, proposte, cose, parole…io posso dire NO!!” e se ci penso, quando lo dico, non sento un peso ma un profondo senso di libertà.
È davvero necessario dire SI a tutto? Abbiamo bisogno di tutto oppure ci possiamo permettere il lusso di dire NO?
È molto più semplice dire SI che NO, questo lo dobbiamo riconoscere. Il NO qualche volta va motivato, può essere doloroso nell’accettarlo, ma il NO mi definisce, dona all’altro la chiarezza di chi sono, in questo momento. ..ma la cosa più importante restituisce me stesso a me. Posso riappropriarmi delle mie scelte, del mio tempo, dei miei valori.
Questo è il mio proposito per questa nuova settimana: dare un nome ai SI che dico, pesare il dovere e il piacere, modificare i miei SI in NO, se per me è troppo “faticoso”. Darmi la possibilità di definirmi e offrire all’altro una versione di me più autentica, più vera. Voglio dire dei sinceri SI e provare a dire autentici NO, sentendo la vita che scorre in me nel farlo. Non per opposizione all’altro, ma per amore.
I bambini hanno bisogno di essere guardati, per lungo tempo. Qualcuno mi ha chiesto: “cosa hai provato quando è morta tua moglie?” Ho risposto: “Per me è cambiata la vita”, perché dopo sono sopravvissuto, non mi è interessato granché restare al mondo. E tuttora non mi interessa granché. La cosa più dolorosa è la perdita del testimone. Tu quando sei al mondo hai bisogno di essere guardato da qualcuno. Quante cose fai perché uno ti guarda? Lo sguardo è il primo processo di socializzazione: Il bambino appena comincia ad aprire gli occhi e incontra lo sguardo della mamma, la prima cosa che fa è ridere perché esce dalla solitudine, entra nella socializzazione. Noi viviamo se qualcuno ci guarda, se qualcuno ci fa da testimone, quando non hai più nessun testimone puoi anche avere sei mila persone che ti applaudono, ma non ti importa niente. I bambini allora bisogna guardarli, mentre giocano, mentre guardano un film; e, mentre lo guardi, chiedigli cosa prova, cosa pensa mentre fa la sua cosa, in questo modo non lo lasci alla sua cosa, alla sua solitudine. Guardandolo puoi accorgerti dei suoi progressi, e li riconosci. Questo lo aiuterà a farne altre mille di passi, per il solo fatto di essere gratificato dallo sguardo”.Umberto Galimberti. È dall’ascolto di queste parole, che esprimono una verità tanto semplice quanto scontata, che nasce la riflessione di questo mese, che è il primo di un nuovo anno. In quest’epoca in cui di domandiamo spesso che effetto avrà sulla vita psichica dei bambini essere circondati da persone a cui è nascosto il sorriso, io rilancio ricordando che abbiamo lo sguardo.
Quando il nostro sguardo è distratto, manca. Se è impegnato a osservare lo scorrere di uno schermo inevitabilmente non può testimoniare la vita che si manifesta davanti ai nostro occhi. Se è impegnato a “catturare” un’immagine da inserire in un profilo social, dimentica la sua funzione reale ovvero di riconoscere e rimandare al bambino ciò che sta accadendo. Allora dopo aver catturato, sarà importante restituire (da 0 a 99 anni): “Vedo che sei impegnato a costruire una torre molto alta”, oppure “vedo che sei riuscito a fare questa cosa molto difficile…” Faccio esempi a caso, ma necessari per comprendere il tipo di feedback di cui ha bisogno il bambino/adolescente che non è il “bravo!” ma è il: “con il mio sguardo ti vedo, per me esisti, riconosco i tuoi cambiamenti, la tua evoluzione, ti sostengo”.
Perché è così importante? Il bambino/l’adolescente nel momento in cui viene guardato, e quello sguardo produce un pensiero nell’adulto che si trasforma in parole, percepisce di esistere. E percepisce che la sua esistenza è vista da qualcuno. E questo, inevitabilmente, permette di sentirsi parte di una relazione, di sentirsi amati.
Care mamme che “approfittate” del momento in cui allattate per controllare le notifiche sul cellulare, cari genitori che incollate il vostro sguardo sui social in cerca di notifiche (ovvero di essere guardati da qualcuno) e non prestate attenzione al fatto che il vostro bambino ora sa spingersi sull’altalena da solo, cari individui che cenate con il cellulare sul tavolo per controllare se qualcuno vi cerca, cari tutti, riconosciamo che fisicamente siamo con i nostri figli, con i nostri affetti, ma che in realtà il nostro corpo sta dicendo: “sono qui ma vorrei o mi rendo disponibile ad essere altrove con qualcun altro”.
Per crescere, e aggiungerei, per vivere, abbiamo bisogno che l’altro (il genitore, il partner, l’altro in generale) sia nella relazione: quando parliamo abbiamo bisogno di essere ascoltati con gli orecchi, ma anche con il corpo, con gli occhi. Non possiamo ascoltare se stiamo facendo un’altra cosa.
Quando una persona ha bisogno di parlarci, richiede la nostra attenzione e gli diciamo: “tu intanto parlami, che io ti ascolto” (e intanto lavi i piatti), oppure “tu dimmi, intanto rispondo un attimo a questa persona” stiamo dicendo all’altro: “ti ascolto ma non sei così importante per me da darti uno spazio esclusivo”.
Mi piacerebbe che questo articolo suscitasse in ognuno di noi la volontà di fare un piccolo esercizio: creare uno spazio esclusivo per le relazioni significative. Se siamo a cena, spegniamo le suonerie dei cellulari e dimentichiamoli per mezz’ora in un cassetto. Se un bambino ci sta parlando diamogli tutta la nostra attenzione, il nostro sguardo. Quello sguardo è l’unico strumento che abbiamo per farlo sentire amato, e quella certezza dell’amore lo farà crescere forte e sicuro.
Ho riflettuto tanto sulla possibilità di scrivere questo articolo, ma non potevo agire come se non stessimo vivendo un periodo storico pazzo e tremendamente cruento. Allora ho riflettuto sul come e cosa era importante per me comunicare perché questo dolore, queste immagini, non fossero solo memorie visive ma potessero trasformare la quotidianità di ciascuno di noi, il modo in cui facciamo i genitori, nonni, zii.
Leggo molti articoli in cui si dice: “non appesantiamo i bambini!”, sono d’accordo ma non nascondiamo la testa, né giriamola dall’altra parte, cerchiamo di fare in modo che questo dolore non vada sprecato, che la sofferenza di milioni di profughi diventi maestra per la nostra vita. Non facciamo come gli ipocriti che pensano che questa sia l’unica guerra e gli ucraini, gli unici profughi. Al mondo ci sono altre guerre e profughi sono anche coloro che arrivano via mare, per scappare da altre guerre altrettanto violente ma sembra che ci interessano meno.
Chissà perché… Generalmente viviamo in case in cui le TV vengono dimenticate accese, le immagini scorrono, le parole creano un sottofondo tutt’altro che piacevole che vanno ad appesantire uno stato d’animo affaticato, un pensiero stanco, quindi anche se questi bambini non li vogliamo appesantire…lo stiamo facendo!
Spegniamo le TV! Accendiamo una candela. E quando i bambini ci chiederanno: “Perché?” Rispondiamo che stiamo sostenendo con la luce un popolo in pericolo, che nel nostro cuore stiamo coltivando un pensiero di pace.
AH! La pace! Quanto ci piace nominarla con i bambini: “Fate la pace!”, “Non litigate, dovete andare d’accordo!”
Dovete? Ai bambini diciamo “dovete andare d’accordo” e tu che stai leggendo…ci riesci? Riesci ad andare d’accordo con tutti? Come adulti non dovremmo mai chiedere ad un bambino qualcosa che anche noi non siamo disposti a fare.
E non paragoniamo la guerra con i litigi! Sono due cose ben diverse. I bambini litigano, non fanno la guerra. Gli adulti non litigano, fanno la guerra. E non bisogna essere capi di Stato, ognuno di noi, ogni giorno, fa le sue personalissime guerre al tizio che gli taglia la strada…a se stesso. “Guerra e conflitto non sono sinonimi, per quanto la comunicazione oggi li usi come tali. Nella guerra c’è violenza, nel conflitto no. Violento non è colui che litiga sempre, ma colui che non sa litigare”, dice Daniele Novara, Centro Psicopedagogico per la pace. “Per questo occorre imparare la competenza conflittuale”.
E poi c’è l’accoglienza, gli aiuti. I nostri figli vedono che ci stiamo mobilitando per sostenere un popolo martorizzato dalla sofferenza, abbiamo l’opportunità di mostrare che siamo un grande modello di generosità e accoglienza, ma facciamo di tutto perché non siano “a tempo determinato”, cerchiamo di mantenerle e di viverle nel quotidiano e per lungo tempo. Cresciamo in generosità, accoglienza, gratuità, nelle nostre case, all’interno delle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro.
Osservando il periodo storico che stiamo vivendo, sento dunque che come genitori, insegnanti, popolo civile dobbiamo riflettere su alcuni punti:
Educhiamo alla pace permettendo ai bambini di vivere i loro conflitti: sosteniamo i bambini nel costruzione di una competenza legata alla capacità di confliggere, che comporta sentire le proprie emozioni, comunicarle, cercare una risoluzione del conflitto senza perdenti, rispettando l’altro. Impariamo come adulti il linguaggio emozionale, forniamo gli strumenti ai nostri bambini e ragazzi per andare nel mondo e vivere relazioni autentiche, costruttive. Diamo la possibilità ai bambini di allenarsi nelle loro capacità di mediare i conflitti, che non è fare finta di niente ma fare luce sul conflitto, lasciar parlare le loro emozioni. “Il conflitto non è violenza, piuttosto è quando non si avverano le tue aspettative. Il problema è che oggi tutto ciò che ci infastidisce troppo, viene percepito come violenza. Ma dove c’è una buona educazione al conflitto, la guerra non ha ragione di esserci, Daniele Novara.
Evitiamo tutti quei cartelloni pieni di parole, simboli se poi noi adulti non siamo modelli di accoglienza. Evitiamo di giudicare i bambini quando non fanno ciò che vorremmo, comprendiamo i genitori che, seppur con fatica, provano a fare il loro mestiere riconoscendo che lo fanno senza strumenti, totalmente sprovvisti. E quindi si, a volte arrancano! Un pò per pigrizia, un po’ perché “siamo cresciuti tutti”… E finiamola con questa storia, perché a occhio e croce nessuno è tanto contento di come è cresciuto. Iniziamo a decidere come vogliamo far crescere i nostri figli e da oggi, AZIONI CONCRETE! Ognuno di noi può diventare protagonista del suo cambiamento.
Tutti insieme possiamo creare una trasformazione culturale.