La grande maestra montagna

Una delle cose che preferisco della montagna sono i suoi insegnamenti, ispirazioni che posso riportare nella vita. Innanzitutto ci insegna a viaggiare leggeri un lungo tragitto, se affrontato con un grande peso, diventa faticoso e non ti permette di apprezzare la bellezza che si manifesta davanti a noi. Proprio come nella vita …ci vuole leggerezza, essenzialità per vivere il quotidiano.

Avere una meta, avere chiaro dove vuoi andare ti permette di vivere la fatica, di non abbandonare, di superare i tuoi limiti.
La vetta si raggiunge un passo alla volta, il tragitto deve seguire la tua andatura, che significa “sentire” come dosare le tue forze.
Ci vuole costanza per non abbandonare: la montagna sviluppa forza interiore, tenacia. Raggiungere la vetta ti permette di sentire la felicità e sviluppare un senso positivo del se, accresce l’autostima, e non perché qualcuno ti dice Bravo! ma perché ce l’hai fatta! con le tue forze!

La vetta è anche bellezza dopo la fatica, senso pieno dell’esperienza vissuta. 

Guardare il tragitto fatto, i lunghi percorsi compiuti ti fa sentire forte, ce l’hai fatta nonostante non lo avresti mai immaginato. Ti permette di sentire gratitudine.
La montagna insegna la flessibilità, a fronteggiare l’imprevisto, perché se qualche nube minacciosa compare all’improvviso, bisogna cambiare strada, rimodulare il percorso: accettando, senza opporsi.

E poi la montagna e il camminare ispira pensieri, evoca emozioni. 
Non esiste domenica migliore di una escursione o un trekking in montagna.
Il tempo migliore che puoi offrire a tuo figlio è proprio in quota: sarà il cammino silenzioso a parlare per te e a insegnare la leggerezza, l’essenzialità, la forza, il coraggio, la soddisfazione, l’autodeterminazione, la tenacia, la flessibilità, la capacità di adattarsi alle situazioni e a fronteggiare i problemi…la felicità. 

Invece di dire…prova a dire #2

Usiamo la comunicazione dal momento in cui veniamo al mondo ma quasi nessuno ci educa ad un suo uso responsabile, efficace, assertivo.

Dopo aver individuato 7 piccole strategie di comunicazione ora vorrei approfondire un tema importante e spinoso per noi educatori: l’uso del “Bravo”. 

I bambini sin da piccoli vanno abituati a prendere in mano la propria vita. Occorre responsabilizzarli in mille maniere, anche mettendoli di fronte alle difficoltà. Gli ostacoli non vanno eliminati e i fallimenti non sono qualcosa di negativo. È cosi che si matura e si diventa grandi. Per questo “dire bravo non serve”  (Marco Orsi).

Quindi non si può dire?

Il problema è che usiamo “Brava!”, “Bravo!” con distrazione e senza contestualizzarli. Il Bravo talvolta viene anche usato per sgridare, ammonire, stimolare, e persino come arma sottile di manipolazione. “Hai detto  “mamma”, bravo!”, “Dammi la mano, da brava, quando attraversiamo la strada”, “Che bravo che sei quando fai quello che ti dico!”, “Guarda che bravo, hai già sistemato i giochi”, “Che bel disegno, bravo!”, “Fai il bravo”.

Ma cosa significa quel bravo? Cosa intendi dire davvero quando lo dici? Che quando si comporta diversamente non lo è? A questo punto avrete già alzato gli occhi al cielo e vi starete dicendo: “Ma non si può più dire niente allora?”. No, tutto il contrario. Si può dire e fare molto. Molto di più e meglio. Che emozione! Hai detto “mamma”! oppure Per favore, diamoci la mano quando attraversiamo la strada che mi sento più sicura oppure Sono così felice quando fai le cose che ti chiedo! oppure Oh che bello! Avete già sistemato le cose senza che io mi sia innervosita oppure Che bel disegno, lo trovo meraviglioso! “Fai il bravo” non è traducibile, che poi …bravo a fare che??? Con queste frasi l’adulto apprezza un comportamento dimostrando che ha effetti su di lui, senza però emettere giudizi. Questa modalità aiuta l’altro (bambini, adolescenti, adulti) a comprendere che le loro azioni possono esserti di aiuto, e aiutare gli altri fa parte della natura umana. Sentire frasi d’amore, che non contengano giudizio, nutre l’autostima, sostiene un’immagine positiva del sé: Ti voglio bene oppure Mi piace il disegno che hai fatto oppure Grazie di avermi aiutato,non giudicano, non commentano nulla, arrivano dritto al bisogno primario di riconoscimento e sicurezza allontanando ansia e paura. Un bambino accolto, accudito amato senza riserve, crescerà nella consapevolezza del proprio valore. Un bambino che si è sentito dire BRAVO per ogni singola e naturale azione compiuta, senza che quel bravo sia stato contestualizzato, si sentirà sicuramente pieno di sé, ma non saprà in che cosa è competente. Svilupperà, inoltre, un senso di dipendenza da quel giudizio dell’adulto, avete mai visto i bambini che appena riescono a fare qualcosa vanno alzo lo sguardo verso i genitori in cerca di approvazione oppure di bambini che vanno dai genitori e chiedono: “Sono stato Bravo?”.Il bambino, che poi sarà adulto, imparerà a fare le cose per sentirsi ogni volta quel “bravo!” che è dimostrazione di amore, riconoscimento e esperienza appagante tutti insieme. Il bambino si preoccuperà quindi di fare, di dire, di mettere in atto comportamenti volti ad appagare l’altro (I genitori quando è piccino, i prof quando andrà a scuola e il capo quando sarà adulto e entrerà nel mondo del lavoro). Vi è mai capitato di incontrare adulti che sono affannati a fare molte cose? Che cercano di emergere a tutti i costi? Sarebbe interessante chiedere loro “Perché lo fai?”, “Per chi lo fai?”. Per chi lo fai è LA domanda rivelatrice che svela il motivo del nostro essere al mondo e iniziare a chiederselo significa togliere il cambio automatico nella propria vita e scegliere la qualità delle impronte dei passi che voglio lasciare dietro di me.

Sono consapevole della difficoltà di abbandonare vecchi automatismi, e della necessità di vivere leggeri, io sono umana e anche a me capita di dirlo, e quando lo dico cerco sempre di contestualizzare, ovvero specificare in che cosa l’altro secondo me è bravo. Non credo in una comunicazione perfetta, ma credo in una comunicazione perfettibile e sulla possibilità che ognuno di noi possa dare il suo contributo per la costruzione di una umanità più umana.

Educare alla libertà è educare alla responsabilità

“I bambini imparano ciò che vivono. Se un bambino vive nella critica impara a condannare, se vive nell’ostilità, impara ad aggredire. Ma se un bambino vive nell’accettazione  e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo.” Dorothy Law Note 

In quesi ultimi mesi abbiamo vissuto il tempo del limite, la sospensione delle scuole ha messo in crisi un intero sistema e organizzazione familiari. I nonni sono stati definiti “categoria a rischio” ma sono anche diventati i “salva vita” delle famiglie, perché senza di loro molti genitori avrebbero fatto difficoltà a organizzare il tempo quotidiano, mantenendo il proprio lavoro. Inizialmente forse le indicazioni fornite sono state considerate rigide e, a volte, esagerate, sta di fatto che abbiamo dato la nostra libera interpretazione del fenomeno, non sempre abbiamo rispettato le prescrizioni, mettendo in pericolo la nostra salute e quella di chi ci circonda. 

…e i bambini? Di cosa staranno facendo esperienza mentre noi adulti siamo indaffarati a “contenere l’emergenza” sanitaria, organizzativa, lavorativa? I bambini stanno sicuramente facendo esperienza del tempo in casa e del tempo in famiglia: un tempo qualche volta dimenticato, finito tra i “fitti” impegni quotidiani. C’è chi inventa giochi, chi si mette ai fornelli, chi cerca di rispolverare quei giochi da tavolo ormai ingialliti in cantina.

Io credo che possiamo sfruttare questo tempo per abbandonare il nostro assetto da guerra e vivere il tempo della condivisione, accettare il limite di non poter decidere e permettere ai bambini di sperimentare, attraverso il come noi viviamo, la possibilità di vivere l’opportunità anche laddove c’è sofferenza e dolore. Non possiamo scegliere cosa vivere, ma possiamo scegliere come viverlo, e il tempo della crisi è un tempo naturale: riuscire a portare gioia e bellezza può preparare i bambini a vivere le future sfide con coraggio, pazienza e fiducia. Opporci a questo tempo significa far vivere ai bambini il tempo della controversia, della disobbedienza e impareranno a non rispettare le regole che vengono poste, a tutti i livelli.  I bambini hanno bisogno di adulti che fanno quello che dicono e che dicono quello che fanno. I bambini vogliono sperimentare la coerenza, che richiede (da parte dell’adulto) disciplina e molto sacrificio; non possiamo pensare che “fai ciò che ti senti” sia educare alla libertà, perché questo si chiama egoismo. Educare alla libertà è educare alla responsabilità: i bambini hanno bisogno di vivere nel rispetto di ciò che viene prescritto, senza polemica o contestazione, ma vissuto nel pieno rispetto del fatto che “la mia libertà finisce quando inizia la tua”.

I bambini hanno anche bisogno di adulti che dicono quello che fanno, ovvero che spieghi loro la realtà, una narrazione del quotidiano che lo aiuti a vivere preparandosi a ciò che sta accadendo. Quale adulto accetterebbe di essere preso e portato senza sapere dove? Di lasciare che qualcuno faccia della propria vita ciò che vuole? Spesso però ci capita di farlo con i nostri bambini: pensiamo ai vari spostamenti tra casa dei nonni, casa dei genitori, parco giochi, ecc. a volte non prepariamo i nostri bambini a ciò che andranno a vivere, e spesso le loro risposte sono di dissenso, piangono, perché non sanno, non comprendono ciò che sta per accadere.

Cerchiamo di vivere la relazione con l’altro partendo da come vogliamo che gli altri ci trattino, questo ci guiderà a relazionarci e a permettere ai nostri bambini, nipoti, di imparare il rispetto, il dialogo, l’attesa, perché osservano il modo in cui noi adulti lo agiamo. I bambini potranno imparare che la loro esistenza è strettamente connessa a quella delle persone che ci circondano, che un atteggiamento civile e rispettoso è la base su cui fondare il futuro della nostra società civile, che la libertà può essere vissuta nel rispetto delle regole e che il tempo dello stare in casa è un tempo di nuova scoperta della relazione con le persone che ci circondano, un tempo di racconti e di cose fatte insieme…questo tempo può diventare così ricco se vissuto nella pienezza dello stare uniti! 

Invece di dire…prova a dire #1

Quante volte ci è capitato di ascoltare o dire frasi del tipo: “fa sempre il contrario di quello che gli dico!” oppure “se non fai questo niente tv per una settimana!”, “Si fa così perché lo dico io!”.

E quante volte vi capita di dire: “Avevo giurato che non avrei mai fatto come i miei genitori!!!” 

Obiettivo di questo articolo è: come costruire una relazione collaborativa con tuo figlio o tua figlia senza passare per minaccia né ricatto, perché dire: “se fai questo ti do una sculacciata”  oppure “smettila o vedrai come mi arrabbio!!” è una minaccia (per non parlare di quei poveri lupi cattivi che vengono in aiuto di genitori sull’orlo di una crisi di nervi), e dire: “se vuoi questo devi fare quello” è un ricatto. Non ci scandalizziamo per i termini che sto usando, perché questo sono: minaccia e ricatto.

Questo è il momento di scegliere: voglio educare mio/a figlio/a a minacciare e ricattare? Oppure desidero che mio/a figlio/a possa instaurare rapporti di collaborazione con le persone che incontra? Vivere legami in cui c’ uno che comanda e che subisce oppure basati su un rispetto reciproco?

Iniziamo da una domanda: se uno si avvicina a me e mi dice: “guarda che mi arrabbio eh!? Come risponderemmo? Probabilmente “fai tre fatiche!”…ecco, questo è esattamente quello che ci vorrebbero risponderci i nostri figli, ma nella maggior parte dei casi sono molto educati, ci amano, e ci accontentano, o al massimo si oppongono. “Cosa posso fare dunque per farmi ascoltare da mio figlio?”, perché il focus non è sul fatto che il bambino non ascolta, ma cosa posso fare per modificare la situazione? L’adulto deve ricordare che di fronte a sé c’è un bambino che prova sentimenti ed emozioni con la stessa intensità degli adulti, ma senza filtri. È importante dunque fronteggiare le situazioni critiche con pazienza, comprensione, incoraggiamento, i modi per capirci che generalmente abbiamo con chi è “fuori casa” (colleghi, clienti, ecc) ai quali non diremmo mai “basta!”, “piantala!”, “non fare capricci!”, “sei un monello!”. Una persona che si sente compresa, accettata, non ha bisogno di opporsi e di mettersi sulla difensiva. Cambiare qualcosa di ciò che diciamo, come lo diciamo, può fare la differenza. In un rapporto non è “cosa dici” ma “come lo dici” a fare la differenza. 

Cosa puoi fare per sentirti ascoltato:

  1. Abbassare il tono di voce: se urli verrai ascoltato meno. Le urla generano rumore e confusione mentale al bambino. Parlare a bassa voce catalizza l’attenzione del bambino, che per ascoltarci deve smettere di fare qualsiasi cosa, si bloccherà, per indirizzare tutta la sua attenzione ed energia verso il messaggio che gli stiamo inviando.
  2. Usa un tono di voce calmo e pacato. Tu sei in grado di accettare il consiglio di chi te lo dice urlando?. 
  3. Abbassatevi all’altezza di vostro figlio o prendetelo in braccio, in modo che gli occhi siano sullo stesso piano. In caso di figli adolescenti o preadolescenti provate a mettere una mano sulla sua spalla mentre gli parlate, con un tocco deciso e fermo. 
  4. Semplifichiamo il messaggio. Frasi elaborate rischiano di far perdere l’attenzione dell’altro. Adotta frasi semplici, dirette, con un linguaggio adatto all’età, ma evitiamo di usare parole come “bau bau” o che fa riferimento a una lingua che non esiste. Evitiamo sermoni. Chiediamoci prima che cosa voglio, quale è il mio bisogno e andiamo dritti al punto. Facciamo “goal” senza inutili giri di parole.
  5. Specifica cosa vuoi che il bambino faccia non il contrario. Invece di dire: “non andare in mezzo alla strada” prova a dire “stai sul marciapiede”. Invece di dire: “non tornare tardi” è più efficace “Ci vediamo alle 18, in punto.” (Questo funziona anche con gli adulti)
  6. Prenditi un tempo e uno spazio se devi comunicare, spiegare o raccontare qualcosa di importante. Chiedere “hai tempo di ascoltarmi?” vi garantisce di sapere se l’altro è disposto ad ascoltarvi e non vi espone alla frustrazione che spesso si trasforma in rabbia verso l’altro perché non vi siete sentiti ascoltati.
  7. Abbassare il tono di voce: se urli verrai ascoltato meno. Le urla generano rumore e confusione mentale al bambino. Parlare a bassa voce catalizza l’attenzione del bambino, che per ascoltarci deve smettere di fare qualsiasi cosa, si bloccherà, per indirizzare tutta la sua attenzione ed energia verso il messaggio che gli stiamo inviando. Usa un tono di voce calmo e pacato. Tu sei in grado di accettare il consiglio di chi te lo dice urlando?

Queste semplici, e non esaustive, strategie sono praticabili da subito, sta a te scegliere se iniziare. Puoi cambiare il modo di sentirti in relazione con l’altro da te, ma nessuno può agire al posto tuo. All’inizio sarà difficile e per niente naturale ma se sarete costanti diventerà automatico e pian piano vi sentirete più spontanei. 

Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché i tuoi pensieri diventano le tue parole.
Fai attenzione alle tue parole, perché le tue parole diventano le tue azioni.
Fai attenzione alle tue azioni, perché le tue azioni diventano le tue abitudini.
Fai attenzione alle tue abitudini, perché le tue abitudini diventano il tuo carattere.
Fai attenzione al tuo carattere, perché il tuo carattere diventa il tuo destino.
(Lao Tzu)

Emergenza Covid 19…cosa rimane?

Eccoci alla tanto attesa Fase 3 dell’emergenza Covid19, ma come ci siamo arrivati?
Come è stato da genitori vivere l’emergenza Covid19? E il tempo della Fase 1? E la fase 2?
È stato solo un tempo della restrizione, dei limiti, del “sempre dentro casa” o è stato un tempo in cui abbiamo potuto abitare la nostra casa, una casa che non è fatta solo di mura ma è anche uno spazio di vita, di relazioni, una sacralità dello spazio del silenzio che permette alla parola di emergere?

Ho ascoltato molte storie di uomini e donne che grazie al Covid 19 si sono accorti di avere dei figli, e anche di figli che si sono accorti di avere dei genitori.
E non sempre sono state scoperte piacevoli!
Quella che vivevamo era una vita piena di impegni “fuori”, la settimana era così organizzata e strutturata da sfruttare al massimo il proprio tempo, da non lasciare tempo al “dentro”, le agende non avevano più uno spazio libero perché spazio libero significava incontro con se stessi, con la propria vita. E che ne abbiamo fatto di quelle agende così fitte di impegni? Che ne abbiamo fatto della nostre paure, dei nostri mille impegni? Niente. Ci siamo fermati. Abbiamo respirato e abbiamo ri-cominciato a vivere. E forse per cambiare passo…era necessario fermarsi.

Abbiamo vissuto un vuoto fertile, che ha generato nuove vite, nuove relazioni, scoperte meravigliose. C’è chi si è accorto di vivere in una casa che non gli piace, e allora ha spostato qualche mobile, tinteggiato una parete; c’è chi si è accorto che le relazioni hanno bisogno di tempo, cura e piccole attenzioni per essere autentiche, profonde e che questo tempo ci ha restituito una dimensione umana del vivere in famiglia.

C’è chi ha conosciuto i propri figli, li aveva visti alla nascita e se li è ritrovati adolescenti, sconosciuti, con una “custodia del cellulare al posto delle mani”, senza interesse a incontrare i propri genitori e la passione per il trap. Ma poi cos’è il trap? E i genitori si sono arrabbiati, volevano essere visti dai figli, e via punizioni per il cellulare a tavola, la Tv accesa…ho assistito a figli interdetti che con gli occhi sgranati hanno guardato i genitori e gli hanno detto: “ma ti dov’eri prima?” Eh già…dove eravamo? C’è chi si è messo a impastare, a fare il pane, ha imparato l’attesa della lievitazione, e a scoperto che gli piace, che la vita è fatta di attesa e che il tutto e subito non era un modo sano di vivere. C’è chi ha scoperto che il proprio divano di casa è comodo, che si può leggere un libro con la luce del sole e che giocare con i propri figli sul tappeto è divertente. Ho visto genitori costruire cucine di cartone, fattorie o acquari con le confezioni di cartone delle uova… Finalmente questo tempo ha restituito ai figli qualcosa che apparteneva loro: i genitori. È una meraviglia. L’unico problema è stato per i genitori: in molti mi hanno chiamata, esausti, messi in crisi dal pianto del bambino di 18 mesi, dall’energia di un figlio di 3 o dalla complessità del mondo di un figlio di 10. Per cui i bambini sono ansiosi? Caro genitore l’ansia probabilmente era la tua. Hai scoperto che un bambino ha troppa energia e non ti fa riposare, ebbene sì, è vivo!  

C’è chi ha conosciuto i propri figli, li aveva visti alla nascita e se li è ritrovati adolescenti, sconosciuti, con una “custodia del cellulare al posto delle mani”, senza interesse a incontrare i propri genitori e la passione per il trap. Ma poi cos’è il trap? E i genitori si sono arrabbiati, volevano essere visti dai figli, e via punizioni per il cellulare a tavola, la Tv accesa…ho assistito a figli interdetti che con gli occhi sgranati hanno guardato i genitori e gli hanno detto: “ma ti dov’eri prima?” Eh già…dove eravamo? C’è chi si è messo a impastare, a fare il pane, ha imparato l’attesa della lievitazione, e a scoperto che gli piace, che la vita è fatta di attesa e che il tutto e subito non era un modo sano di vivere. C’è chi ha scoperto che il proprio divano di casa è comodo, che si può leggere un libro con la luce del sole e che giocare con i propri figli sul tappeto è divertente. Ho visto genitori costruire cucine di cartone, fattorie o acquari con le confezioni di cartone delle uova… Finalmente questo tempo ha restituito ai figli qualcosa che apparteneva loro: i genitori. È una meraviglia. L’unico problema è stato per i genitori: in molti mi hanno chiamata, esausti, messi in crisi dal pianto del bambino di 18 mesi, dall’energia di un figlio di 3 o dalla complessità del mondo di un figlio di 10. Per cui i bambini sono ansiosi? Caro genitore l’ansia probabilmente era la tua. Hai scoperto che un bambino ha troppa energia e non ti fa riposare, ebbene sì, è vivo!  

Cosa avranno imparato i nostri bambini da questo tempo? Cosa avranno respirato? Quale è stato l’ossigeno con cui abbiamo nutrito le nostre case? Ho letto molti articoli di autori preoccupati per i bambini…ma di cosa? Certo i bambini hanno vissuto un tempo difficile perché chiusi in casa ma i bambini hanno anche vissuto un tempo di routine con il padre e la madre, e questo è stato un dono meraviglioso. Nessun bambino di nessuna epoca ha potuto vivere 52 giorni lo spazio di casa, il tempo della famiglia, senza alcuna distrazione degli amici, le serate, le vacanze. E se questo tempo è stato mal vissuto dai genitori ovvio che per i figli è diventato un inferno e probabilmente i figli ve lo hanno anche dimostrato, facendovi passare attimi terribili. Io spero che ci siano genitori per cui questo tempo, pur portando con se dolore per le persone che non ci sono più, per la terribile situazione mondiale, sia stato un tempo lento, di colazioni insieme, di pranzi e cene senza corse, di tempo condiviso, di abitudini nuove, di abbracci senza fretta e di relazioni piene. Un tempo di grandi doni.

E se questo non è stato, peccato! abbiamo sprecato una grande opportunità. Forse abbiamo vissuto il nostro tempo a lamentarci per il coronavirus che ci ha tenuti in casa anziché vivere ciò che la vita ci offriva; abbiamo speso ore inutili davanti i programmi spazzatura della tv anziché condividere la lettura di un libro con il proprio figlio o semplicemente chiedere “cosa ti piace” alla persona che ci sedeva accanto sul divano. Abbiamo sprecato il tempo a pensare a quello che avevamo perduto anziché fissare l’attenzione su quello che avevamo trovato. E ora? Ora siamo alla Fase3, e non è un “liberi tutti”, è un tempo del rientro ad una quotidanità, ed è necessariamente un tempo della scelta, torniamo a vivere una vita che ci stressava o ne iniziamo un’altra?: “scegli, appena potrai. Appena te lo permetterai, appena te lo riconoscerai, appena lo accetterai, forse, ti accorgerai che il momento della scelta è già qui e ti guarda sorridente, pronto a benedirti” (E. Mignanelli, www.hundresofbuddhas.com)