Lettera alla mia prima figlia.

Cara prima figlia, ti ringrazio per esserti assunta questo ruolo.
In te riconosco la forza di chi sa contenere, sopportare, resistere ai miei errori, alle mie cadute.
Mi dispiace per gli errori fatti, frutto dell’inesperienza, di una pazienza che prima non c’era e che sto imparando con te. Sta crescendo con te.
Mi dispiace per le volte in cui non ho compreso il tuo pianto, più volte mi sono spazientita, avrei urlato “ma cosa ti manca? perché non dormi?” e quell’abbraccio non è stato l’abbraccio che avresti voluto.
Grazie per aver trovato ancora nelle mie braccia un porto sicuro, un ancoraggio.
Ti sono grata per non esserti fermata a quelle volte di fatica e di aver sempre considerato la maggior parte delle “volte buone”.
Io non ne sono capace. Ti osservo. Imparo.

Mi dispiace per quelle volte in cui non ho accolto i tuoi bisogni.
Non avevo compreso quando, il loro presentarsi con prepotenza, era sintomo di un messaggio. Io reagivo solo alla prepotenza.
Mi dispiace di non averlo capito subito, ma ti ringrazio per aver continuato a mettere in atto quelli che tutti chiamiamo capricci, perché a forza di presentarmi la stessa lezione…alla fine ho capito. I capricci non esistono. Lo confermo.
Sono una richiesta semplice, con il linguaggio da bambino, per un mondo adulto che non sa ascoltare. Che lo ha dimenticato.
Che lo ha disimparato quando anche egli, bambino o bambina, ha cercato di urlarlo il dolore, il disagio, e quell’urlo veniva zittito, con un ciuccio, con un urlo, con un “non è niente!”
Ti ringrazio per aver aspettato che io mi mettessi nella giusta posizione per comprendere ciò che mi stavi chiedendo, dovevo riprendere il vocabolario, spolverarlo e riappropriarmene.
Da sola ho rischiato di non farcela. Ho chiesto aiuto, e sono riuscita a trovare la chiave di lettura.

Mi dispiace per quelle volte che ho dimenticato la tua età pretendendo da te un comportamento adulto, in quel momento io stessa, non lo sono stata!
Facevo la bambina, pretendevo da te qualcosa che non eri in grado di darmi.
Ho dimenticato che io sono madre, e tu sei figlia.
Ti ringrazio per aver avuto pazienza, per aver protestato che tu quel ruolo non lo volevi.
Le tue urla e opposizioni mi hanno ricordato chi sei, la tua età… il mio ruolo.

Mi dispiace per le volte in cui non riesco a fare ciò che ho intenzione di fare. I comportamenti automatici qualche volta sono più forti di un intenzione sana ed educativa.
Ringrazio però la mia tenacia a rialzarmi sempre, e sono felice che tu possa guardarmi, perché possa anche tu imparare a non mollare, mai! A cercare, sempre!
Ti vorrei insegnare la disponibilità a metterti in discussione, perché questa è l’unica via per crescere.

Mi dispiace ma sono certa che non riuscirò mai a essere la madre ideale che vorrei, ogni giorno cerco di fare qualcosa ma l’idea che ho in mente cambia, si trasforma.
Cambia e si trasforma nel quotidiano, nel nostro stare insieme.
E sta cambiando perché a me le sbavature piacciono, la perfezione è spesso così disumana.
Ti ringrazio perché mi concedi il lusso di poter smetterla di pretendere da me qualcosa che non ci sarà mai e mi stai insegnando a vivere accogliendo la mia smisurata e imperfetta umanità.
Permettendolo a me, sono certa, riuscirò a permetterlo anche a te.

Con amore, mamma.

I tempi difficili

Da ormai troppo tempo viviamo un tempo che definiamo in modo semplicistico “difficile”. È il tempo dello stare lontani, indossiamo maschere che celano la nostra risposta al mondo, abbiamo perso i contatti (e non sempre questo è male!), ma soprattutto è il tempo della tristezza, della malinconia, del lamentarsi di ciò che non va.
Come lo stiamo affrontando? Ci lasciamo contagiare dalla malinconia diffusa, dalla pressione sociale e psicologica a cui questo tempo ci sta esponendo?

Oggi ti invito ad un cambio di marcia, ad un’inversione di rotta:
iniziamo a combattere questo periodo difficile con la fiducia, il distanziamento (che in questo tempo fa rima con sospetto) con la gentilezza, la tristezza provando a sorridere (il semplice movimento facciale del sorriso produce una risposta fisiologica di benessere) e se non ci va…non importa, custodiamo nel nostro cuore tutte queste cose.

Come iniziamo?
Mentre scrivo sta bruciando un olio essenziale di lavanda, che speriamo plachi il mio animo un pò in subbuglio. Tu cerca la tua azione di bellezza e non rimandare, falla.

Il secondo passo è leggere qualcosa che possa sedimentarsi in questa giornata, e trovare il suo spazio in noi. Ti propongo una meditazione.

Io sono la sorgente di vita.
Quando ti poni in armonia con Me, tutto fila liscio.
Molte anime si chiedono perché la vita sia piena di alti e bassi, oppure perché così tante cose vadano male; esse sono allora pronte ad incolpare tutto e tutti fuorché se stesse. Quando ti soffermi a cercare la ragione per la quale non sei in armonia con la vita, spesso scopri di non dare la precedenza alle cose davvero importanti e di non riuscire a riflettere nella calma e nel silenzio su ciò che Mi aspetto da te.
Ci vogliono tempo, pazienza e fede.
Ciò significa che devi imparare ad essere quieto.
Voglio che tu impari a trovare insieme a Me le risposte ai tuoi problemi: anelo al momento in cui conterai interamente su di Me in ogni evento, e realizzerai che la tua forza, la tua saggezza e la tua comprensione provengono tutte da me.
E. Caddy, Le porte interiori. Meditazioni quotidiane.

E ora?


Rileggi la meditazione più volte affinché possa entrare in ogni tua cellula, regalati un momento di silenzio, chiudi gli occhi e poni attenzione al tuo respiro. Concediti un bagno caldo, una passeggiata in un bosco. Và dove l’essere quieto si posa, cerca la tua pace.

Buona domenica.

Letture per l’inserimento

Settembre è anche il mese che spesso associamo all’inizio scuola.
Si riprendono le attività, i bambini iniziano nuovi cicli e questo comporta nella loro vita grandi cambiamenti.

L’inizio della “scuola dei grandi” crea sempre tante aspettative, sia nei bambini sia nei genitori. Spesso anticipiamo ai bambini che sarà entusiasmante conoscere nuovi amici, fare nuove esperienze. Ma quasi sempre dimentichiamo di dire che sarà un’esperienza che i genitori non saranno presenti alla scuola dell’infanzia.
Ambiente nuovo, nuove insegnanti, nuovi amici ma senza genitori.

È un’informazione che pensiamo sia scontata ma spesso è proprio l’omissione di questo semplice dettaglio che crea così tanti problemi ai bambini.
Ecco allora che ai genitori si richiede una maggiore presenza, una maggiore pazienza e capacità di accogliere i bisogni dei loro figli.

Possiamo aiutarli con delle letture.

Questo albo illustrato, molto semplice, offre la possibilità al genitore di affrontare le paure e le angosce dei bambini quando si trovano soli, senza la mamma. Ci sono tanti modi di affrontare l’assenza: la certezza che sia andata a procacciare il cibo, il timore di non rivederla, la tristezza per la mancanza.
e lei tornò! Soffice e silenziosa.
Perché vi agitate tanto, lo sapevate che sarei tornata!
Un’immagine bellissima, che permette di affrontare, anticipandole, le paure dei bambini.
Leggere questo libro qualche giorno prima l’inizio della scuola ci permette di immaginare le paure, ipotizzare il modo in cui verranno affrontate.
“Anche tu, ad un certo punto, potrai sentirti solo perché non vedi la mamma e allora cosa puoi fare? Puoi essere fiducioso (o fiduciosa): la mamma è andata a comprare il pane e ora torna, oppure potrai essere un pò triste, come Tobia, ma io sarò come mamma gufa, e tornerò, e sarà bello abbracciarsi”


Questo è un altro testo, che narra l’ingresso di un bambino nei suoi primi giorni alla scuola dell’infanzia. Questa lettura è utile perché, oltre a esorcizzare le paure dei bambini, possiamo già immaginare i momenti della routine quotidiana e l’opportunità di ritrovare più mamma e più papà, ovvero l’esperienza della separazione vista come arricchimento di esperienza.

A questo albo illustrato è associato il quaderno pedagogico.

A cosa serve? Questo è un quaderno che offre percorsi di formazione e incontro con i genitori per prepararli a vivere l’esperienza dell’inserimento in un modo fisiologico e arricchente, sia per loro sia per i bambini.
È anche un testo teorico a cui fare riferimento, per pensare percorsi di accoglienza, scelte progettuali, riflettere sull’idea che abbiamo del bambino e della sua permanenza a scuola.

Rispetto a come gestire i pianti dei bambini, la comunicazione con loro, puoi leggere qui alcune info più pratiche.

Buon rientro.

La grande piaga del premio in caramelle

Qualche mese fa portai mia figlia di 3 anni ad un corso di musica. Era un sabato mattina, entusiasta dell’esperienza e di poter partecipare.
Come genitore devo dire che è stato così bello poter vivere un laboratorio musicale insieme a lei e a tutti gli altri bambini e genitori, partecipando attivamente.

Giungiamo al termine dell’incontro e tutti i bambini (che avevano partecipato ai laboratori precedenti) si precipitano euforici verso la maestra e si mettono in attesa. In fila.
Tutti sembrano aspettare qualcosa, ma non capisco cosa. Al termine escono uno ad uno con degli stickers che dopo un paio di applicazioni vanno buttati.

Osservo, e mentre osservavo mi chiedevo…. “perché?”, “a che serve dare lo stickers?” (ma io sono la solita pallosa, quindi non dico niente)

Mentre torniamo a casa mia figlia mi dice: “Ma se ci torniamo me lo danno ancora l’adesivo?”

Eccola là, mi sono detta!
Ecco il senso della mia domanda: “Perché?”… la esplicito meglio: “quale è l’utilità di dare ai bambini un piccolo premio a fine laboratorio? Non è esso stesso già un momento ludico, divertente, da ricordare e rielaborare?”, “Perché spostare tutta l’attenzione dei bambini dal canto, dal ritmo, dagli strumenti musicali, ad uno stickers“.
Va beh, mi riprometto che a settembre, quando tornerò chiederò agli insegnanti informazioni. Perché sono curiosa di conoscere il loro punto di vista.

Passa qualche settimana, arriviamo al termine del percorso del nido. Viviamo insieme alle altre famiglie un momento di grande emozione, mi dico che la scelta del nido, che feci con grande attenzione, è stata, in questi anni, davvero ripagata dalla professionalità e intenzionalità delle educatrici che non smetterò mai di ringraziare per quanto hanno fatto.
Al termine della festa, al momento dei saluti, ogni bambino riceve il suo regalino da parte delle maestre. Penso: “quanta cura!”, “quanta attenzione!!!”
Tornano i bambini urlando: “Il lecca lecca!!!!”

E di nuovo…. “perché?????”
Ogni pacchetto conteneva una foto di gruppo, e questo è stato un gesto meraviglioso, perché i bambini guardandola ricorderanno tanti altri episodi connessi a quella esperienza, a quel gruppo, perché spostare di nuovo tutta l’attenzione su una pallina carica di zuccheri?

Perché parlo di spostare l’attenzione, perché ancora oggi alcuni quei bambini, nel ricordare di quel pomeriggio, non la definiscono come la festa del nido ma la festa in cui ho mangiato il lecca lecca!

Ora, sono certa della buona fede delle educatrici che hanno voluto fare un gesto davvero carino, ma a tratti l’ho trovato poco coerente con l’approccio montessoriano che lo ispira…da non passarmi davvero inosservato (ma io sono la solita pallosa!)

Passano i mesi, a settembre mia figlia frequenta un divertente centro estivo in piscina. Ogni mattina si sveglia così volentieri e di buon umore che la motivazione a partecipare rappresenta di per sé un ottimo feedback per tutta l’organizzazione.
Giungiamo al termine della prima settimana, Rebecca esce correndo e tutta eccitata dicendomi: “Guarda, ci hanno dato le caramelle!”

…quale sarà stata la domanda che dentro di me è sorta “spontaneamente?”
“Perché???????”
Ancora una volta perché si perde l’occasione di aiutare il bambino a vivere di per sé un’esperienza, senza per forza trattarlo al pari di un cagnolino che ha bisogno del rinforzino? Perché è necessario premiarlo?
Eppure è così bello lo sport, la scuola, le amicizie, perché non farli innamorare della gratuità dell’esperienza? Perché non sostenere in loro la crescita di una motivazione intrinseca (cioè che che nasce da dentro) a fare le cose?

I bambini sono esseri spirituali, sensibili, noi genitori, educatori insegnanti, dobbiamo aiutarli a fare le cose per se stesse, non per il rinforzino, sennò rischiamo di educare all’opportunismo: fare le cose per ricevere qualcosa in cambio.
E poi rischiamo che ogni volta che fanno qualcosa hanno bisogno di premiarsi.
Questi sono meccanismi molto spontanei, automatici, ma anche tanto pericolosi, perché strutturano un’abitudine.

Oggi, sabato 4 settembre, decido di scrivere sulle caramelle dopo aver letto un interessante post della Dietista Verdiana Ramina perché pare che questa pratica sia molto diffusa anche nelle scuole, nonostante sia vietata.
Voglio condividere la lettura di questo post non solo perché lo trovo interessante ma anche perché ci sono molti spunti di riflessione sull’educazione alimentare.

Io non posso entrare nel merito della questione da un punto di vista alimentare, ma confermo quanto ho detto sopra: ogni volta che rinforziamo l’esperienza con una caramella, stiamo spostando l’attenzione del nostro bambino su qualcosa che esula dall’esperienza fatta, e non gli permettiamo di vivere pienamente il momento su cui invece andrebbe posta tutta la nostra attenzione.

Questo non vuol dire che i bambini non possano più mangiare caramelle, certo vanno usate con parsimonia, ma è importante non usarle come premio, o arma di ricatto per avere in cambio qualcosa.
La caramella si può mangiare per il gusto di mangiarla, e basta.
Magari decidendo quando e la quantità.

Facciamoci attenzione, e educhiamo i nostri bambini a vivere pienamente le loro esperienze, senza bisogno di rinforzino.

Se hai trovato che questo articolo ti ha offerto degli spunti di riflessioni e pensi sia importante che anche altre persone ne vengano a conoscenza condividilo sui tuoi canali social, aiutiamoci a condividere e a promuovere nuove prassi.

L’energia di inizio anno.

In questi giorni mi sono svegliata con la lettura del diario estemporaneo di un viaggio di Emily Mignanelli. Lei fa la pedagogista ed è una di quelle persone che mi ispirano, perché non pretende di dare risposte ma pone tante domande, e queste domande non aprono porte ma universi interi di riflessione.
E una cosa che ho capito dal basso dei miei 41 anni (che potrebbero già rappresentare oltre la metà della mia vita vissuta – chi lo sa?!) è che bisogna circondarsi delle persone che ti pongono tante domande. Che ti spingono a porti tante domande.
Perché le risposte date dagli altri a me non sono mai appartenute, mentre mi sono sempre appartenute le riflessioni che nascevano nel mio cuore, e sento fortemente mie quelle scelte che mi hanno posta di fronte ai miei limiti, che mi hanno spinta a discernere tra ciò che era per me e ciò che era fuori di me.

Insomma leggendo il suo diario, tra immagini meravigliose di Firenze e profonda vicinanza ai concierge, mi sono chiesta: “E tu Laura come stai?
Apparentemente dopo due mesi di vacanza, come senti di aver speso questo tempo? Sei pronta per iniziare un nuovo anno? Non chiedetemi perché ma per me l’anno inizia a settembre. Il 31 dicembre avviene solo un passaggio progressivo, ma l’anno vero per me inizia ora, con la fine delle vacanze estive.

Ve lo chiedete mai “come state?”, una domanda vera, non quella tra conoscenti a cui rispondi con un velocissimo “Bene dai!
Ce lo chiediamo mai a che livello di energia stiamo? Quale è il livello di energia che portiamo nel mondo?

Io me lo sono chiesta, e la mia riposta è stata…che forse con questa energia che mi ritrovo oggi posso fare poco. Poteva essere un’estate magnifica, riposante piena di sole, mare e montagna e invece…
È stata un’estate faticosa, difficile. Ho incontrato lupi vestiti da pecore che mi hanno distratto da quello che doveva essere più importante: dedicare il tempo a me stessa, fare il pieno di energie. Ho speso il mio tempo a pensare come difendermi, a organizzarmi per uscirne intera. Ho sprecato, e non ho approfittato, dell’ossigeno che sono andata a cercare a 2000mt di altezza, quell’ossigeno l’ho impiegato per scavare nel mio cuore, far nascere parole che non potessero ferire ma che potessero mostrare la mia autenticità.

Quando sento che mi fanno del male, io non sono abituata a pensare ad una vendetta, sto con le mie ferite, cerco di ripararle, di abbracciarmi, di passare in rassegna cosa ho fatto e come l’ho fatto. Chi ha detto e cosa ha detto. La razionalità all’inizio mi aiuta a sedare le emozioni.

Poi c’è stata l’incredulità, di chi con stupore non riesce a comprendere come si possa credere a parole dette da chiunque (perché spesso crediamo veramente a chiunque) per costruire muri piuttosto che ad azioni concrete che hanno avuto l’obiettivo di aprire finestre. Ed ecco che basta che arriva uno, spara a zero, e a niente contano più tutto quello che hai fatto, detto, l’amore che hai donato, le parole che con cura hai scelto.

Poi c’è stata la fiducia, nella vita che non ti abbandona, che non lascia i suoi figli soli. E io ho scoperto di non essere sola, di essere solida, di non essere bandiera al vento che si fa trasportare da voci, aspettative, proiezioni, ho scoperto che sono salda, in me, nei miei principi e valori, forte di un pensiero intenzionale che non si è fatto guidare dalle mode del momento o dal bisogno di approvazione. Tenere viva la luce di un faro che guida le nostre azioni è un ancora, una salvezza, l’unica che può tenerci in piedi.

Quale è? Una cosa banale ma molto difficile: sapere il perché si fanno le cose.

Infine dunque è arrivato il coraggio. Comporta una grande volontà, la voglia di lasciare il pilota automatico per farti guidare da una qualità di presenza che ti cambia il modo di vedere i colori, esalta i sapori, ti radica a terra e i piedi diventano forti ma non pesanti, le braccia diventano rami protesi verso l’alto, il cuore centro pulsante di amore e perdono.

Non è sempre facile, è anzi molto doloroso incassare certi colpi bassi, e soprattutto è stancante. Perché tante energie vengono spese in parole, pensieri per difendersi da qualcosa che non si conosce. Ma riscoprire la propria forza è sempre un grande dono. E solo i lupi te lo possono fare (che poi a me piacciono i lupi, li adoro, sono curiosa e li studio. Li ho solo usati come esempio).

Quindi tornando al Diario estemporaneo di un viaggio Emily Mignanelli cosa prendo e cosa lascio. Lascio la compassione per i concierge, tengo la bellezza di Firenze e la voglia di ricominciare da me, ricercando la bellezza nel quotidiano.

Ringrazio pertanto quei lupi vestiti da pecora, che mi hanno ricordato che sono le azioni a mostrare chi siamo nell’intimo. A loro sono grata perché ogni sasso sulla strada può diventare salto e per me lo è stato, sono potuta tornare a me e io sono l’unica che non mi lascerà mai.

Ora bisogna pensare alle energie… vado a fare colazione.

Buona domenica.

“ATTENTO CHE TI FAI MALE!”

Quante volte lo abbiamo detto come mamme, zie, nonne, o qualsiasi altra figura che passa del tempo con un bambino che sta crescendo: “stai attento che ti fai male!” 

Eppure, ogni volta che evitiamo un pericolo ad un bambino (a patto che non sia mortale ovviamente) per la nostra paura che si faccia male, quel bambino ha perso un’occasione per sperimentare che le sue azioni e/o disattenzioni hanno un effetto sul proprio corpo. 

Tutte le volte che corriamo ad aiutare un bambino gli stiamo dicendo: “tu da solo non ce la fai!” “Hai bisogno di me, che sono adulto”, andando a creare una dinamica relazionale di dipendenza. E come potrà, crescendo, pensare che può farcela se riceve sempre un messaggio di questo tipo? Piuttosto cercherà nell’altro una figura che faccia per lui, o che decida per lui.

Ma quale è il compito di un genitore o di una figura educativa in generale se non quello di promuovere e creare autonomia? Sostenere il bambino perché faccia da solo?! 

Io credo che spesso ce ne dimentichiamo, ma dobbiamo scrivercelo su un post it e attaccarlo sul frigo, sullo specchio del bagno, o in fronte:
IL BAMBINO DIVENTERÀ ADULTO
e perché diventi un adulto capace di superare le difficoltà, rendersi conto dell’effetto delle proprie azioni sugli altri è assolutamente necessario iniziare a farlo sperimentare, farlo sentire indipendente e autonomo, dal momento in cui nasce. Si proprio così, dal momento in cui nasce: a seconda della narrazione che sceglierò per parlare al mio bambino io creerò le strutture per l’indipendenza o per la dipendenza dalla figura adulta, getterò le basi per processi di autostima e autoefficacia, o al contrario, processi di inefficacia.
Di fronte ad una caduta possiamo rispondere: “Te l’ho detto tante volte di chiamarmi che ti aiuto!” oppure “Eh pazienza, sei caduto, ma ora puoi rialzarti e riprovare!”

Soffermiamoci sulla volontà di indipendenza che si manifesta nel bambino a partire dai 18 mesi, due anni.

Se noi genitori o figure educative sosteniamo quella spinta del “voglio fare da solo”, senza intervenire in ciò che sta facendo, ma semplicemente osservando, legandoci le mani e cucendoci la bocca, stiamo di fatto dicendo al bambino: “sei competente”, “Ci sono, ti osservo, ma non intervengo perché tu ce la fai”.
Quando? quando cercano di fare qualcosa e non riescono, quando vogliono vestirsi autonomamente, ogni volta che un bambino ha voglia di non essere aiutato e di sentirsi competente.
Capisco i tempi del mattino, la fretta…ma questa è una scelta educativa prioritaria: riservate ai bambini spazi in cui possono ascoltare e vivere quella voglia di autonomia e indipendenza. Riservate ai bambini spazi in cui il vostro tempo è finalizzato a sostenere la loro crescita identitaria.

I bambini hanno bisogno di esplorare, di manipolare, di conoscere il mondo e di avere adulti coraggiosi che si assumono il rischio educativo del “pericolo” per poterli fare crescere forti, sicuri.

Un bambino di 18 mesi gioca con la porta, ha scoperto che se la tocca si muove, la può aprire e la può chiudere, per lui è un momento di grande scoperta…istintivamente a qualsiasi adulto verrebbe la spinta a dire: “fermo con la porta che ti puoi fare male”, e in genere lo ripete finché non viene ascoltato, e se non viene ascoltato… seppur protestando, il bambino viene allontanato.

La mia domanda è: “E se si fa male?” Qual’è il problema? Per chi è il problema? È davvero meglio negare questa esperienza al bambino per la mia paura di adulto che al massimo faccia un pianto di 2 minuti e mezzo?

Il bambino può certamente farsi male con la porta (ricordiamoci che la sua forza a 18 mesi non gli farà di certo perdere l’uso della mano!!!) ma sarà l’esperienza a insegnarglielo e quando sarà abbastanza grande per avere una forza maggiore, sarà esperto e attento a non giocarci.
Inoltre scoprirà che l’ambiente richiede cautela e attenzione, diventerà attento al mondo circostante perché contiene in sé qualche pericolo: svilupperà i sensi e imparerà a percepire e riconoscere i pericoli intorno a sé (competenza molto utile soprattutto quando diventerà grande).

La sperimentazione dell’insuccesso (dalla caduta con la bici alla zip che non si chiude, l’acqua che fuoriesce dal bicchiere, ecc) permette al bambino di costruire strategie di risoluzione del problema. Di diventare sempre più competente, esperto. Se si corre a salvare si toglie al bambino la possibilità di sentire la sua spinta a farcela, si depotenzia il suo senso di autoefficacia.

La domanda principale io credo sia un’altra, ovvero: “adulto, cosa fa in te quell’esperienza di dolore? Senti di poterla sostenere oppure sei stato un bambino che veniva spesso limitato nel suo agire e che, in presenza di esperienze dolorose, gli adulti ti dicevano: Te l’avevo detto!!” Quel pianto veniva consolato oppure era necessario soffocarlo, insieme alla rabbia e alla frustrazione per un sostegno mancato?

Sono una mamma, sono molto umana, e per me all’inizio è stato davvero difficile mediare tra l’automatismo “stai attento!” e la cosa più utile per la crescita di mia figlia, ovvero osservare senza intervenire. Mi sono davvero dovuta armare di tanta intenzionalità.
“È mortale?” Questo per me è stato il parametro che mi ha fatto scegliere se agire o rimanere al mio posto, sempre osservando, sostenendo con lo sguardo.
E accogliendo quando ce n’è bisogno. 


Compito dell’educazione non è sapere le cose 
ma dotare i gli esseri umani degli strumenti per sviluppare proattività, 
trovare un posto nel mondo, 
diventare e sentirsi membri di una comunità.
Paola Nicolini

Non sono solo “ciambelle”

Complici un pò la zona rossa e un pò il pullulare sui social di chi impasta, sforna, ecc, mi sono detta: “ci provo anche io!”
Così, mi sono messa, ho raccolto tutti gli ingredienti necessari e via! Ai fornelli!

Prova 1: buone ma non belle. Della serie: “si impegna ma potrebbe fare di più”

Ci riprovo!

Prova 2: meglio, ma ancora non come quelle che vorrei.

Non ho fatto una prova 3 perché quando ho visto la prova 2 mi sono detta: “Che intenzione ho messo nel fare queste famose ciambelle pasquali?” (dolce tipico mareratese)
“Le ho fatte con amore?”

E lì ho capito!

Io non le ho fatte con amore.
Queste ciambelle nascondono un bisogno di amore.

Celano il bisogno di sentirsi riconosciuti, di sentirsi dire: “brava!”

Ecco allora che mi sono vista bambina, impegnata e affannata per ricevere un “brava” che non è mai arrivato e che sto ancora aspettando.

Lo sto aspettando, ma lo voglio ancora aspettare?

Se Pasqua dunque è resurrezione io mi auguro di risorgere da questo bisogno, di tagliare i fili che mi legano al passato e che mi impediscono di volare in alto.

Questo bisogno di riconoscimento mi sta costringendo a rivolgere il mio sguardo dietro, ad un passato che va accolto, coccolato, perdonato e allo stesso tempo, mi sta impedendo di guardare al futuro che oggi è rappresentato da mia figlia.

Come posso io fare la madre se vesto ancora i panni di “figlia” e, trepidante, sto ancora aspettando quel “brava”?

Ecco allora che io, in questa Pasqua, voglio cercare di pacificare questo bisogno, iniziare a dirmi “mi impegno e va bene così”.

A domandarmi se ciò che faccio, i progetti in cui dirigo la mia attenzione, mi creano felicità e soddisfazione e darmi la possibilità di lasciarli quando li sento troppo faticosi.

Voglio cercare di essere padre e madre di me stessa. A ricercare il mio sguardo e offrire occhi amorevoli, a guardarmi con benevolenza.

Vi auguro che ci possa sempre essere una possibilità di resurrezione nella vita di ciascuno di voi.
Buona Pasqua

Tutti a casa, mai così distanti.

Un anno fa si annunciava il primo lockdown generale.
Tutti a casa!

Da vita frenetica, agende con impegni sovrapposti, tutti sempre di corsa a tutti fermi!
Senza distinzioni.

Il giorno prima pensavi di essere indispensabile. Il giorno dopo scopri di aver poggiato una vita su una serie di robe che… puff! In un attimo possono essere sospese e sostituite da esperimenti culinari, tutorial di chitarra, arcobaleni appesi.

È stato un anno duro, faticoso, ognuno di noi ha cercato di adattarsi a ciò che stavamo vivendo. Qualcuno si è visto costretto a salutare i suoi cari senza nemmeno averli accompagnati nelle lunghe e solitarie degenze.

È stato un anno di bollettini di morte, DPCM, virologi da marciapiede, limitazioni, distanziamenti e ognuno ha cercato, come è stato possibile di sopravvivere. Anche grazie agli ansiolitici e antidepressivi che in molti casi hanno sostituito l’aperitivo delle sette di sera.
Qualcuno ne ha approfittato, per fare le cose sospese, occuparsi della sua felicità e da uno dei periodi più brutti della storia ne è emersa una meravigliosa opportunità di rinascita.

Ora siamo qui, dopo un anno, zona rossa.
Ma dove sono finiti tutti quei cantori da balcone “dell’andrà tutto bene”, aperitivi sul balcone, gomitino e “volemoce bene”?

Siamo messi cosi:
Scuole chiuse.
Bambini a casa.
Ragazzi e ragazze in didattica a distanza.
Professori in didattica a distanza. Da casa.
Industrie aperte.
Genitori al lavoro, quelli messi meglio.
Genitori in smartworking, quelli che stanno peggio.

Cerchiamo di immaginare uno scenario che può apparire fantastico. Ma è tutt’altro che immaginario.
Ipotesi 1
Una appartamento di 80mq. La sala da pranzo è diventata ufficio del papà, il piano di lavoro della cucina si è trasformato in scrivania della mamma. La stanza dei bimbi è aula didattica del figlio più grande, il comodino della camera da letto dei genitori banco di scuola del figlio piccolo.

Ipotesi 2
Papà lavora fuori, mamma lavora da casa due giorni a settimana, il resto è in ufficio. Due figli. Uno in didattica a distanza alla primaria e il secondo più piccolo che ha la sua didattica a distanza, ma è all’infanzia quindi il suo impegno è ridotto ad un paio di collegamenti a settimana. E fin qui…Se non fosse per i compiti da fare, il materiale che viene caricato nelle piattaforme, il cellulare che si impalla con le notifiche e il bambino piccolo che vuole giocare, ma da solo no.

Potrei continuare all’infinito perché di situazioni complesse me ne raccontano tante, e mai come in questo periodo ho ricevuto telefonate e messaggi per un confronto su come intervenire con i bambini.

I bambini, quella categoria dimenticata!
La tratterò in un articolo dedicato, ora quello che mi interessa mettere a fuoco è che in entrambe le ipotesi ci sono intere famiglie in casa. Eppure ogni persona vive nel suo mondo. Dietro ai suoi impegni.

Tutti insieme. Mai così distanti.

I primi gg di zona rossa ero sempre a casa con mia figlia, eppure lei non è mai stata così nervosa, e di riflesso io.
Mi sono sembrati giorni terribili.
Poi ci ho riflettuto, mi sono confrontata e ho capito.

Ero tutto il giorno a casa con mia figlia, ma non ci stavo con la testa. Ero molto impegnata a capire come organizzarmi per le cose che erano rimaste sospese ed ecco che si è rivelata di fronte a me la più nota e scontata legge dell’educazione. Il bambino ha bisogno di quantità di tempo in cui ci sia una qualità relazionale.

Io non credo a quelli che dicono che in presenza di una buona qualità, la quantità di tempo non conta. Riflettiamoci e pensiamo a quando eravamo giovani e innamorati. Io mi ricordo che dopo un weekend di passeggiate, tempo lento, abbracci e coccole, quando arrivava il momento di salutarci ero disperata. Il mio cuore si struggeva.
Ah!!!! se quei binari delle stazioni potessero parlare! quante lacrime hanno raccolto, quante promesse hanno custodito!
Ecco con i bambini funziona uguale.

E allora cercate di godervelo il tempo in cui siete la luce dei loro occhi. Che poi succede che il tempo passa in fretta, prendono la propria strada e anziché lasciarli andare, li teniamo stretti alle nostre sottane, dimenticando però che un tempo, eravamo noi a essere sfuggenti, ad avere altro da fare, a scappare. E pretendevamo che ci capissero, che comprendessero i nostri bisogni.
E noi siamo disposti a capire i loro bisogni?

E come si fa?
Torniamo al principio di questa breve riflessione.

Tutti insieme. Mai cosi distanti.
Come possiamo evitare che questa distanza diventi strutturale e vada a modificare sostanzialmente la relazione all’interno delle famiglie?

Stiamo vivendo una quotidianità in cui siamo costantemente connessi. La connessione verso il fuori ci scollega dalla connessione dentro. Proviamo a fare una prova di famiglia?
ecco la mia piccola proposta per questa settimana:
Il più coraggioso della famiglia chieda al partner e ai figli, se ci sono, se sono disposti a impegnarsi in scelta di famiglia.

Quale?
Tutti i componenti concordano un orario in cui spegnere il telefono. Tipo dalle 20 alle 22 o, per i più temerari, dalle 20 fino alla mattina dopo.
All’inizio è dura. Osservate come ogni 3/4 minuti vi viene automatico andare a prendere il cellulare per controllare se avete notifiche, di qualsiasi tipo. Se succede, non mollate. Controllate il vostro istinto e osservate l’effetto che fa in voi.
Se si rende necessaria una ricerca improvvisa e assolutamente necessaria su google rimandatela alle 22! Agite come se foste voi il padrone di voi stessi.

Che cosa fare?
Perché questa proposta sia proficua dovrete condividere le proposte di cosa fare in quel tempo di disconnessione. Provate ad ascoltarvi e a dire cosa vorreste fare: si accetta di tutto, anche pulire le finestre insieme, oppure impastare una pizza, leggere un libro, costruire un castello o guardare un film. Proposte un po anni ’80, ma io sono di quell’epoca, ed eravamo liberi dai social.

Quando?
Subito! Appena vi viene l’ispirazione, non la perdete.
All’inizio sarà difficile abbandonare l’abitudine di starsene sul divano con il proprio smartphone, c’è sempre una notifica importante da controllare, ma ricordatevi di agire come se foste liberi e non schiavi dalle tecnologie. Ricordate però che la casa, la famiglia ha bisogni di relazioni per mantenersi viva. A meno che non siate semplici coinquilini.
Ma se sentite che quello che sto dicendo ha un pò di verità provate, una volta a settimana, solo il venerdì o tutto il weekend.

Concludo, dicendo che non propongo niente che io non abbia sperimentato.
Che propongo solo cose che ho sperimentato e che hanno portato un contributo alla mia vita.

Aspetto i vostri feedback, sarei così curiosa di conoscere le vostre esperienze.
Buona domenica….disconessa.

Questioni di alimentazione

Da quando sono insegnante e vivo molte ore con i bambini mi capita di osservare cosa mangiano durante la merenda.
Il tipo di merenda scelta dalle famiglie, ovviamente, parla di loro!

Non giudico nessuna scelta alimentare, in molti potrebbero giudicare le mie, prendo solo atto. Osservo e constato.
Per motivi di salute ho dovuto fare molta attenzione alla mia alimentazione, con l’aiuto di un medico nutrizionista mi sono documentata, ho imparato le proprietà curative del cibo, e quando sia importante una sana educazione alimentare per stare bene in salute, avere una mente lucida, un cuore tranquillo.

Tutto questo?
Si!

Se viviamo periodi di grande stress emotivo per esempio, è bene avere una alimentazione basica, semplice, è la scelta migliore per affrontarlo in modo più sereno.
Non ci credete? provate!

Avete mai fatto caso che dopo le feste di Natale siete tutti congestionati? Raffreddore, tosse…eppure è proprio durante le festività che esageriamo con gli eccessi alimentari. Oppure dopo Carnevale o ogni periodo carico di zuccheri.
Fateci caso.

Quando avete raffreddore o tosse provate a eliminare glutine e latte…
Provate. Osservate.

Quando un bambino è vivace provate a dargli una colazione a base di zuccheri (brioche al cioccolato, biscotti al cioccolato, latte con cereali al cioccolato o bevanda al cioccolato) e lo vedrete sicuramente più agitato ma mentalmente meno attivo, e con scarse possibilità di concentrarsi. In un corpo piccino poi tutto succede più velocemente.

Ecco quindi che spesso mi trovo ad osservare (senza giudicare) le merende che le mamme preparano ai bambini e constato i momenti successivi.
Osservo scelte casalinghe, attente, che variano ogni giorno.
Osservo scelte confezionate, sempre uguali, cariche di zuccheri.
Osservo bambini che dopo la merenda riescono a concentrarsi e a svolgere un’attività con la massima attenzione.
Osservo bambini irrequieti, poco motivati, che fanno fatica a concentrarsi. E non riescono a stare fermi.

Uno spuntino a metà mattina dovrebbe apportare il 5% delle calorie giornaliere, l’assunzione di alimenti dovrebbe seguire la piramide alimentare, come descritta dalla Società Italiana di Pediatria, che rappresenta uno strumento di educazione alimentare per tutti i bambini sin dall’età prescolare (io direi dallo svezzamento).

Qui trovate una tabella completa per organizzare l’alimentazione quotidiana e settimanale, equilibrata e il più possibile varia. La salute passa attraverso l’alimentazione.
Ricordiamocelo!

Venerdì scorso ho portato i bambini della sezione a fare una passeggiata e ho chiesto alle famiglie “merende di facile consumo” da consumare fuori, all’aria aperta.
È stato così interessante osservare due bambine, sedute vicine, con merende così opposte. Entrambe guardavano alla merenda dell’altra incuriosita.
Io anche.


Non voglio inibire nessuna mamma che prepara la merenda ai figli, per carità! Ognuno fa le proprie scelte ed è bene che si rispetti. Non ho potuto osservare, però, la cura nella scelta di una merenda sana. Io, come insegnante, avevo suggerito cracker, taralli, roba da non sporcarsi insomma!! Ma la mamma di destra ha fatto di più. Ha scelto una merenda di “grassi buoni”, che permettesse alla propria figlia di avere energia e calorie utili da spendere nel gioco all’aria aperta.
Chapeau!

Leggo la tabella: sono previsti per bambini dai 4 ai 6 anni, 30 g dolci da forno o 10 g cioccolato, marmellata ecc. o 100 g dolci a cucchiaio, 2 volte a settimana. Constato che ci sono bambini che, dal lunedì al venerdì, nel loro portamerende hanno: 1 tramezzino cotto e sottiletta + una bevanda al cioccolato + 1 barretta al cioccolato, oppure 1 merendina al cioccolato + 1 bevanda al cioccolato, oppure merendina al cioccolato + succo di frutta.
Leggo, osservo e mi chiedo, cosa posso fare io come insegnante per sostenere lo sviluppo di questi bambini?

Qualche volta ho provato a invitare i genitori a variare la merenda, scegliere frutta al posto delle merendine, ma la risposta spesso è: “vuole solo quello!”

Bene, certo! Ognuno di noi, io stessa, se a 4 anni qualcuno mi avesse messo davanti le due opzioni: barretta o mela, non avrei dubbi sulla scelta che avrei fatto.
Ma davvero 4 anni, o anche 9 anni, possono essere un’età in cui il bambino sceglie la propria alimentazione?

L’alimentazione è una scelta di famiglia, dettata dal principio di salute, di benessere.
Spesso mi trovo a dire, “Beh certo se in casa ci sono barrette o cibo spazzatura, e sono a disposizione del bambino, è normale che poi lui opti per la soluzione più golosa, ma la soluzione più golosa non è la più sana.”
Che poi uno potrebbe dire, “Ma a te che ti interessa? fatti gli affari tuoi!”

Ma quali sono gli affari di ogni persona che vive in questo mondo se non il benessere e la salute degli uomini e delle donne futuri?!

Lo sappiamo che lo zucchero ha lo stesso effetto nel cervello di una sostanza psicotropa, ovvero di una droga? Ci rendiamo conto che se un bambino viene continuamente esposto a cibi con molti zuccheri diventerà dipendente e svilupperà meccanismi di dipendenza?

Un pò forte? No, purtroppo questo è quello che accade.
I cervelli dei bambini vanno a 10 con gli zuccheri mentre i loro corpi vanno a mille. E allora?
E allora ci troviamo con bambini super eccitati, perché quella non è energia, se per energia intendiamo “il motore a fare le cose”, quella è solo eccitazione.
Eccessiva eccitazione in cervelli rallentati. Quindi molto movimento, niente concentrazione, niente attenzione. Solo caos.

Ovviamente sono mamma e mia figlia, come tutti i bambini del mondo, vorrebbe mangiare le caramelle, fare merenda con un leccalecca, cenare con un gelato.
Ma bisogna fare una scelta. A volte bisogna scegliere di non accontentarli, ma di educarli.
Si fanno dei comprimessi, ovvio.

La domenica si mangia il dolcetto perché è domenica. La colazione con i biscotti ok, ma fatti in casa. Lo yogurt benissimo, ma scelgo quello bianco e di completarlo con della frutta fresca e granola di buona qualità.

“Eh, ma tu sei fortunata! ti mangia tutto!!!”
Non credo alla fortuna. È stata una scelta dal momento in cui sono rimasta incinta. Durante la gravidanza no fumo, no alcol, no eccessi alimentari.
Perché?
Non solo perché lo ha detto il medico o perché fa bene, ma perché il mio agire ha conseguenze sulla vita di un altro essere umano, che poi non è uno qualunque. È mia figlia. E per lei voglio il meglio. Ogni genitore vuole il meglio per il proprio figlio.

E lo stesso durante l’allattamento. Il mio nutrimento è il tuo nutrimento.
Allora scelte chiare, sane, senza dubbi.

Svezzamento. “Il bambino assaggia tutto quello che lo incuriosisce…” mi disse il Pediatra, “…sta a lei Signora scegliere cosa mettere sul tavolo, se farla incuriosire di alimenti sani per la sua salute o di alimenti che non la aiuteranno a crescere sana, forte, lucida.”

Eh gia! Sta a noi scegliere di cosa riempire le dispense, che cosa mettere a disposizione dei nostri bambini.

Una cosa la devo ammettere. È dura! Durissima! Perchè ci sarà sempre qualcuno che ti guarderà strano quando rifiuti una caramella, la nonna non capirà moltissimo le tue scelte se a Pasqua dai la sorpresa ma nascondi l’uovo, gli amici ti guarderanno storto quando diari un “no!” alla cioccolata calda, “no!” al leccalecca e a tutto quello che per te è cibo che fa male a quella età del bambino.

Il segreto è resistere. Tenere duro e non cedere, non avere paura del giudizio degli amici, dei parenti, di chi ti guarda dicendo: “ma lo mangia tutti!”…e pazienza!
Il fatto che lo facciano tutti non significa che è la scelta migliore.
Voi sapete perché lo state facendo. Voi sapete per chi lo state facendo.

Quindi genitori facciamoci forza, non temiamo di essere esagerati, chi definisce cosa è esagerato e cosa non lo è?
Chiariamoci in coppia, in famiglia, il nostro concetto di salute e perseguiamolo, abbiamo una grande responsabilità, quello che facciamo oggi ha una ricaduta sul futuro.
Facciamolo capire ai nonni, agli zii, agli amici, aiutateli a comprendere e ad accettare la diversità di pensiero.
Forza!!!

Concludo:
Vi auguro di scegliere con cura cosa tenere in dispensa.
Auguro ad ogni bambino e ogni bambina di scoprire che il cibo non serve solo a sfamare ma anche a nutrire, curare e sostenere uno sviluppo psico-fisico.
Mi auguro di trovare il canale per sostenere le famiglie nelle loro scelte.
Auguro ad ognuno di noi di sentirci responsabili della salute e del benessere di ogni uomo e donna futuri.

Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo.
Ippocrate

Bianco e morbido.

Sveglia fissata alle 6:15, obiettivo farmi una bella camminata di sabato, per distendere le tensioni accumulate, caricarmi di buona energia per la settimana successiva.

Non avevo però considerato l’allerta meteo.

Quindi mi sveglio, forte del mio obiettivo, apro un po la persiana: tutto bianco.
Mi sono rimessa a letto. Oggi me la prendo comoda.
Poi mi sono detta: “ma che bello però avere la casa tutta per me, silenziosa, un pò di yoga, godermi la neve che scende. Oggi me la prendo bianca e morbida.

A godermi senza pretese un tempo in casa che generalmente è affaccendato, organizzato.

Ora è bianco, morbido e silenzioso.
Ho tutto il tempo a disposizione, posso fare quello che voglio.

È possibile avere un tempo tutto per se senza uscire di casa. Sì, basta alzarsi prima degli altri e godersela un pò.

Perché avrei potuto vivere con frustrazione il fatto di non poter andare a camminare, uscire all’aria aperta (anche se lo farò più tardi e non da sola), avrei potuto. Se la mia vita fosse nel lamento e la mia attenzione nella parte mancante.
In questo periodo invece mi sto dedicando a porre l’attenzione su ciò che c’è. Senza pensare a ciò che non c’è o ci sarebbe potuto essere.
Io voglio dedicare la mia attenzione a ciò che c’è, all’unica cosa reale.

Perché lo chiamo esercizio? Perché è un allenamento.
Ci vuole intenzione per iniziare, tenacia per proseguire, resistenza per farlo diventare un modo di fare nella propria vita.

Ecco allora che ho avuto la possibilità di dedicarmi un tempo diverso da quello che avevo pensato ma non per questo peggiore, ho scelto con cura come “riempirlo”.
Io credo che se ci focalizziamo sulle cose da fare per stare bene rischiamo di vivere la frustrazione di non essere mai pienamente felici, se invece ci focalizziamo sullo stare bene, non è poi molto importante quali azioni mettere in atto.

Bianco e morbido.
Oggi voglio vivere così. Nella pienezza di un sabato non immaginato, non programmato.
Nello stupore di un evento che mi apre la possibilità di trovare nuove forme di benessere, al di là di quelle pensate e immaginate.

Ultimamente sto leggendo un libro che mi mette di fronte a molte domande, alle quali non riesco a trovare risposta se non provando a vivere cercandole.

Cosa faresti se ti rimanesse soltanto un anno di vita?
Che cosa vorresti lasciare in eredità a questo mondo, quando te ne andrai?

Io non ho mai creduto che una eredità fosse quella del conto in banca, che per carità aiuta ma non insegna niente. Le più grandi eredità che ho ricevuto sono state le azioni, l’esempio nella vita vissuta, nelle tribolazioni quotidiane, che rappresentano la cassetta degli attrezzi per orientarmi in questa vita.

Che cosa vorresti lasciare in eredità a questo mondo, quando te ne andrai?
Ancora non lo so, ma di certo sto lavorando sulla morbidezza. Non è facile.
Morbidezza nel perdonarmi un errore, per poi perdonarlo a qualcun altro.
Nel concedermi la possibilità di non adempiere a tutti gli obiettivi quotidiani, per poterlo accettare negli altri. Morbidezza nel non essere perfetta, per poter accogliere l’altro, nella sua impercettibile perfezione.


Vorrei lasciare in eredità la cura per le cose, e questo cerco di farlo ogni giorno, prendendomi cura delle relazioni, degli spazi, del tempo.
Ricavarmi un tempo per dedicare un tempo esclusivo a mia figlia, che per me significa prendermi uno spazio in cui guardarla negli occhi, giocare con lei, partecipare ai suoi processi di costruzione del pensiero, osservare come cresce.
Odio la frase: “Non mi sono neanche accorta di com’è diventato grande”.

Io mi voglio accorgere. E lo voglio fissare, per ricordaglielo, per narrarle chi è stata nella sua infanzia, per restituire una storia non solo frammenti regalati dalla memoria.

E allora prendiamocelo questo tempo, è nostro. E di nessun altro. Scegliamo cosa metterci. Non lasciamo che trascorra dietro a schermi o cose che non ci recano felicità.
Riempiamo le nostre vite di soddisfazione, gioia, felicità.

E tu? che cosa vorresti lasciare in eredità a questo mondo quando te ne andrai?

Buon sabato, morbido.