I buoni propositi: esercizio quotidiano.

Sempre più spesso ascoltiamo alla radio, o leggiamo sul web o nei vari blog, l’importanza di chiudere un anno facendo un bilancio e affacciarsi al nuovo dotandosi di una lista di buoni propositi, o nuovi progetti.

Io negli anni passati ero davvero più diligente, svolgevo i miei compiti l’ultima settimana di dicembre, scrivevo su un foglio le cose di cui ero grata dell’anno appena trascorso e scrivevo, in 10 punti, i miei obiettivi dell’anno successivo.

È stato sempre sconvolgente per me leggere, a fine anno, la lista compilata all’inizio, perché non solo ritrovavo realizzato tutto ciò che avevo desiderato, ma anche di più.
E senza nemmeno averlo pensato.

La capacità di focalizzare gli obiettivi, determinerà il tuo futuro.
Più sarai capace di focalizzare e concentrare la tua attenzione su quello che Vuoi (e non su quello che non vuoi), più spingerai la tua mente nella giusta direzione. (Giancarlo Fornei)

Puoi approfondire le riflessioni legate ai desideri e le modalità in cui formularli in questo articolo.

Ma cosa succedono a queste liste? Cosa succede a quegli propositi che richiedono un cambiamento importante in noi, come li gestiamo?

Fissiamoli bene i nostri obiettivi, cerchiamo di essere realisti, domandiamoci cosa siamo disposti a fare e dopo averli scritti, riletti, tenuti… arriva il bello!

Eh si, perché arriva il momento in cui dobbiamo fare in modo che le intenzioni coincidano con le azioni. Come fare?

Innanzitutto smettiamo di dire: “Da domani inizio…”. Perché aspettare domani?
Inizia subito! non c’è momento migliore per iniziare di ora.
Il peggior nemico della volontà è il posticipare. L’azione è qui ed ora.

Prova poi a scrivere qualche post-it da attaccare in casa con qualche frase che può aiutarti a focalizzare i tuoi obiettivi, a ricordarti che devi agire.

Agisci con coerenza oggi, domani, dopo domani e fallo per 21 giorni, questo è il tempo che serve alla mente perché un nuovo comportamento diventi abitudine. Quando ciò accadrà potrai rilassarti, il tuo obiettivo si sta per realizzare, perché tutta la tua persona, la tua energia, ha agito nella direzione del desiderio… trasformando la realtà.
Per me ha sempre funzionato, ma è vero che per 21 giorni bisogna essere saldi, tenaci, non mollare mai.

Devi imparare a scegliere i tuoi pensieri, proprio come ogni giorno scegli i vestiti da mettere. È in tuo potere. Se ti piace tanto avere il dominio della tua vita, lavora sulla mente. È l’unica cosa su cui puoi tentare di esercitare un controllo. Il resto lascialo perdere. Se non domini i tuoi pensieri, sarai sempre nei guai.
( Elizabeth Gilbert)

Non credo nelle lunghe liste, nei grandi cambiamenti.
Credo piuttosto nelle liste composte di pochi punti, ma realizzabili.
Credo nei cambiamenti piccoli, ma praticabili.
Credo nel potere personale di poter trasformare la nostra vita in qualcosa di meraviglioso.
Ma bisogna agire oggi, e non può farlo nessuno all’infuori di te stesso.

Buon anno.

IL TEMPO DELL’AVVENTO

Aspetto il mare, lo aspetto a riva
Aspetto il tuffo di un’onda viva
Aspetto il sole sopra una foglia
Aspetto un fiore sulla mia soglia
Aspetto giochi, aspetto musi
Aspetto un bacio ad occhi chiusi
Aspetto incanti ad occhi aperti
Aspetto te, che li hai scoperti.

Canti dell’attesa, ed. Il leone verde piccoli

Dicembre è indubbiamente uno dei periodi che richiama l’attesa. Quella del Natale: i bambini, gli adulti che rivedono nei bambini la magia dello stupore, i cattolici, gli atei, gli agnostici. Quasi ogni famiglia attende il 25 dicembre con un calendario, di dolcetti, filastrocche o piccole sorprese… ciò che conta è l’attesa, la scoperta, almeno fino a Natale.

Ma le attese non sono solo quelle di Natale. Ci sono attese tutto l’anno, che durano molti anni. E non sempre i giorni sono scanditi da cioccolate o piccole sorprese. Spesso il tempo dell’avvento personale è cadenzato da passi pesanti, difficili, impazienti.

Ah quanta attesa prima dell’attesa!
Penso soprattutto ai progetti di genitorialità, alle maternità e alle paternità che tardano ad arrivare, a tutte quelle storie di donne e di uomini taciute, temute, che in una società performante non sempre trovano spazio. Perché una coppia che non riesce ad avere figli si sente un pò rotta, ma non sa dove.

Come viviamo i nostri avventi personali? Abbiamo la stessa fiducia che riponiamo nel fatto che Natale di certo arriverà?

Pazienza non significa sopportare passivamente, ma essere tanto lungimirante da confidare nell’esito conclusivo di un processo. Cosa significa pazientare? Significa guardare la spina e vedere la rosa, guardare la notte e vedere l’alba. Impazienza significa essere tanto miopi da non riuscire a vedere il risultato.
Elif Shafak

È un tempo strano quello dell’attesa, di qualcosa che desideri ma non sai se avverrà. Richiede pazienza, fiducia, lucidità…ah quanto siamo deboli di lucidità. Che poi mentre scrivo penso che il termine “lucidità” ha la stessa radice di luce, quella che serve per illuminare il mondo intorno a noi, ma soprattutto dentro di noi.
Una luce che richiama i termini di consapevolezza, crescita, senso, condivisione, dolcezza, tenerezza, perdono.

È questo il tempo per prendersi cura di noi stessi, delle nostre ferite. Ricercare il senso di quella paternità o maternità, le motivazioni che ci spingono a volere un figlio, a domandarci che tipo di genitori vorremo essere…e iniziare a esserlo.
Se vissuto con un moto interiore dell’accoglienza, e non della lotta, può diventare il momento migliore per noi, quello che ci può mettere sulla strada del cambiamento, della trasformazione, per incontrare il figlio o la figlia che la Vita vuole per noi.

Poi c’è il tempo del desiderio realizzato. Oh quanta emozione nella possibilità di sentirsi pieni di vita, pieni di felicità. Ma quanto riusciamo a vivere questo tempo in modo pieno, onorando quell’attesa estenuante che a tratti pensavamo interminabile? Siamo in grado di testimoniare la bellezza di ciò che stiamo vivendo oppure questo meraviglioso momento deve trovare uno spazio nell’agenda, in una routine fitta di impegni che ci fa giungere agli ultimi giorni “senza nemmeno essercene resi conto”?

Sto incontrando molte donne che, dopo aver percorso strade impervie e interminabili, dolorose, faticose, a livello fisico ma soprattutto psicologico, riescono a realizzare il loro desiderio di maternità, diventando nido per l’anima che li ha scelti ma che, nonostante la sofferenza e la fatica, non si danno il permesso di viverlo, perché una società performante le vuole lavoratrici, professioniste, multitasking. Perché a queste richieste perfomanti donne non riescono ad anteporre se stesse e il proprio bisogno di fare spazio o non riescono ad accettare che sono sostituibili.

Ogni donna vive una maternità personale, non esiste modalità migliore di un’altra, esiste però la maniera migliore per ciascuna di noi.
Interroghiamoci sulla modalità migliore per noi, che ci consenta di vivere pienamente ciò che abbiamo desiderato. Cosa ci fa sentire felici?

Chi siamo? Siamo quello che facciamo? No, siamo molto di più.
Siamo quello che pensiamo, quello che sentiamo, quello che agiamo. E quando una donna desidera diventare nido, è in quell’istante che diventa madre.

Diventiamo madri nel momento in cui desideriamo fare spazio nella nostra vita ad un altro IO che diventa NOI. Lo siamo nel momento in cui la nostra attenzione, il nostro desiderio è rivolto ad un progetto più grande di amore, che non si realizza nel figlio che nasce ma nella società intera.

Stiamo per mettere alla luce un individuo che vivrà in un mondo fatto di relazioni, di partecipazione. La sua capacità di starci adeguatamente dipende da come è stato atteso a sua volta, da quali occhi lo hanno riconosciuto, molto tempo prima di essere visto.
Arrivare alla nascita con un corredo pronto, una camera arredata, non ci fornisce gli strumenti per accogliere quell’individuo che ci ha scelti come genitori. Dobbiamo dotarci degli strumenti del mestiere del genitore se vogliamo diventarlo veramente, dobbiamo metterci nella disponibilità di lasciarci trasformare ogni giorno, se vogliamo rendere l’arrivo di questo ospite tanto atteso un momento unico, irripetibile, di grande consapevolezza e pienezza.

Durante la mia prima gravidanza mi regalarono un libro, che ho poi consigliato e regalato a molte amiche e donne che ho incontrato, per sostenerle nel viaggio dall’essere donna e moglie all’essere anche madre. Io non so amo approcciarmi in modo improvvisato alle situazioni e sarò sempre grata a quella amica, sorella, che mi ha permesso di agire in modo intenzionale, non sprovveduto, integro nella relazione con mia figlia.

Il testo di Tracy Hogg può essere un sostegno nella lettura di un linguaggio a cui non siamo abituati. La scrittrice che ha osservato i neonati nella sua esperienza come professionista, condivide non solo alcune strategie per fronteggiare i momenti di crisi, ma allena ad un metodo che può permettere ai genitori di sentirsi calmi e sereni nel gestire il pianto di un bambino che è una delle situazioni che mette maggiormente in crisi un adulto.
Ebbene sì! Difficile a credersi, ma è proprio così!

Vi lascio a questo mese di attesa e magia, augurandomi che ogni attesa può diventare un tempo propizio magico, in cui, alla fine, ciò che ho imparato è molto più di ciò che ho sofferto, e ciò che vivo è molto più di ciò che avrei potuto vivere.

Non preoccuparti di dove ti porterà la strada.
concentrati invece sul primo passo.
È questa la parte più difficile, e inquietante questo consiste la tua responsabilità.
Una volta fatto quel passo, lascia che tutto vada dove deve andare, il resto verrà da sé.
Non seguire la corrente. Sii tu la corrente.

Elif Shafak, Le quaranta porte.

Sto scrivendo perché ho vissuto tutto questo, vorrei che ogni donna e ogni uomo possano vivere il loro viaggio di attesa con la fiducia che il dolore non è sprecato, che la Vita non ci abbandona e che tutto ciò che spesso cerchiamo fuori lo possiamo trovare molto più velocemente se guardiamo dentro di noi.

Con amore, Laura

TIENILO TU CHE MI PIANGE!

Care neo mamme, vi è mai capitato di ascoltare queste parole mentre vi stanno rimettendo tra le braccia il vostro bambino o bambina?

Vi è mai capitato di esservi appena sedute sul divano, aver pensato: “che bello…un attimo di riposo!!!” e al primo “Uhè”, il vostro bambino o la vostra bambina vi torna indietro come un boomerang?
A me è successo spesso, e osservo che spesso è una consuetudine. Soprattutto da parte di chi si sente poco competente rispetto a se stesso nella gestione del piccolo o della piccola.

Care mamme avete da me profonda compassione, cerchiamo ora di capire insieme come poterci difendere dall’effetto boomerang e assicurarci il momento di riposo tanto atteso.

Innanzitutto, cara mamma poniti la domanda: “Mi fido della persona a cui sto affidando il mio bambino o la mia bambina?”
Se nel momento in cui sto affidando il bambino o la bambina a cura esterne (partner incluso), la sensazione è di disagio, poca fiducia,” lo faccio ma non lo vorrei“, “te lo voglio smollare ma mi sento in colpa”, il neonato o la neonata, che è strettamente interconnesso alla mamma e al suo sentire, farà di tutto per non allontanarsene perché “come posso sentirmi quieto tra le braccia di qualcuno, se mia madre non è tranquilla?”.

La mamma in questo caso vive una duplice sensazione: frustrazione per non essersi potuta ricavare il momento tanto atteso per se, e un senso di esclusività, perché il bambino all’infuori di lei non vuole nessuno, rischiando di sentire il bambino o la bambina una sua proprietà. In questo caso, mamma puoi chiedere aiuto, riflettere insieme al tuo partner sul senso che ha per te il vostro bambino o la vostra bambina, e valutare quali potrebbero essere le condizioni che ti permetterebbero di affidarlo con serenità.

Poi ci sono le mamme che, pur sentendosi tranquille di affidare il proprio bambino o la propria bambina alle braccia del proprio partner, e quindi al padre del nuovo nato o della nuova nata, si ritrovano con un uomo che non è stato preparato ad accogliere il pianto di un bambino o una bambina; il vagito rappresenta un po un allarme interno di inadeguatezza, tipo “Non sei capace, mettilo giù” e il bambino o la bambina va restituito al “legittimo proprietario”.

Ricordiamoci che quando nasce un bambino o una bambina nascono anche una mamma e un papà. Nessuno è nato preparato a questo ruolo, forse le donne hanno fatto molta esperienza da bambine negli angoli simbolici della scuola infanzia, in cui si prendevano cura di bambole e bambolotti, ma è un’esperienza nuova per tutti.
Utile sarebbe “sdoganare” quei giochi (bambolotti, passeggini) ai bambini, cosicché i maschietti possano imparare (come fanno le femminucce), attraverso il gioco, a fare i papà (molte insegnanti sanno che i bambini sono molto attratti da passeggini e cucine di legno, ma è necessario ammettere anche che molti genitori sono terrorizzati sei i propri figli fanno questi giochi, definiti spesso “femminili”).

Il “fare finta di” ci prepara ad affrontare le future sfide della vita.
Quindi care mamme, quando il vostro partner vi guarda e sta per dirvi: “prendilo tu, che con me piange!”, fatevi forza e cercate con calma e serenità di dire: “piange anche con me, prova a cantargli una canzone” oppure “prova a sussurrare nel suo orecchio parole dolci”, in soldoni mamme, donne, non cadete nella trappola di diventare le madri dei vostri partner (la richiesta: “prendilo tu che con me piange” è un pò come la richiesta/pianto del bambino: va consolata e sostenuta) cercate di considerare il padre di vostro figlio o di vostra figlia pari a voi in termini di risorse e capacità di sostenere il bambino: accompagnateli, non giudicateli, aiutateli a diventare sempre più competenti.

E non credete alla scusa che avete “la tetta”, ogni essere umano ha in sé le risorse per fronteggiare le sfide che la vita gli propone, dobbiamo solo trovare gli strumenti per farli emergere. Aiutiamo i padri a fare i padri, favoriamo i cambi di pannolini, le passeggiate notturne per calmare una colica, scrolliamoci di dosso l’ingombrante ruolo di “essere uniche”, e condividiamo la responsabilità genitoriale, solo così potremo favorire la nascita dei nuovi padri, e riprenderci, come donne, il nostro ruolo di guida e sostegno, riconoscendo che se crediamo in loro, i papà, sono anche “più bravi” delle mamme. 

Lettera alla mia prima figlia.

Cara prima figlia, ti ringrazio per esserti assunta questo ruolo.
In te riconosco la forza di chi sa contenere, sopportare, resistere ai miei errori, alle mie cadute.
Mi dispiace per gli errori fatti, frutto dell’inesperienza, di una pazienza che prima non c’era e che sto imparando con te. Sta crescendo con te.
Mi dispiace per le volte in cui non ho compreso il tuo pianto, più volte mi sono spazientita, avrei urlato “ma cosa ti manca? perché non dormi?” e quell’abbraccio non è stato l’abbraccio che avresti voluto.
Grazie per aver trovato ancora nelle mie braccia un porto sicuro, un ancoraggio.
Ti sono grata per non esserti fermata a quelle volte di fatica e di aver sempre considerato la maggior parte delle “volte buone”.
Io non ne sono capace. Ti osservo. Imparo.

Mi dispiace per quelle volte in cui non ho accolto i tuoi bisogni.
Non avevo compreso quando, il loro presentarsi con prepotenza, era sintomo di un messaggio. Io reagivo solo alla prepotenza.
Mi dispiace di non averlo capito subito, ma ti ringrazio per aver continuato a mettere in atto quelli che tutti chiamiamo capricci, perché a forza di presentarmi la stessa lezione…alla fine ho capito. I capricci non esistono. Lo confermo.
Sono una richiesta semplice, con il linguaggio da bambino, per un mondo adulto che non sa ascoltare. Che lo ha dimenticato.
Che lo ha disimparato quando anche egli, bambino o bambina, ha cercato di urlarlo il dolore, il disagio, e quell’urlo veniva zittito, con un ciuccio, con un urlo, con un “non è niente!”
Ti ringrazio per aver aspettato che io mi mettessi nella giusta posizione per comprendere ciò che mi stavi chiedendo, dovevo riprendere il vocabolario, spolverarlo e riappropriarmene.
Da sola ho rischiato di non farcela. Ho chiesto aiuto, e sono riuscita a trovare la chiave di lettura.

Mi dispiace per quelle volte che ho dimenticato la tua età pretendendo da te un comportamento adulto, in quel momento io stessa, non lo sono stata!
Facevo la bambina, pretendevo da te qualcosa che non eri in grado di darmi.
Ho dimenticato che io sono madre, e tu sei figlia.
Ti ringrazio per aver avuto pazienza, per aver protestato che tu quel ruolo non lo volevi.
Le tue urla e opposizioni mi hanno ricordato chi sei, la tua età… il mio ruolo.

Mi dispiace per le volte in cui non riesco a fare ciò che ho intenzione di fare. I comportamenti automatici qualche volta sono più forti di un intenzione sana ed educativa.
Ringrazio però la mia tenacia a rialzarmi sempre, e sono felice che tu possa guardarmi, perché possa anche tu imparare a non mollare, mai! A cercare, sempre!
Ti vorrei insegnare la disponibilità a metterti in discussione, perché questa è l’unica via per crescere.

Mi dispiace ma sono certa che non riuscirò mai a essere la madre ideale che vorrei, ogni giorno cerco di fare qualcosa ma l’idea che ho in mente cambia, si trasforma.
Cambia e si trasforma nel quotidiano, nel nostro stare insieme.
E sta cambiando perché a me le sbavature piacciono, la perfezione è spesso così disumana.
Ti ringrazio perché mi concedi il lusso di poter smetterla di pretendere da me qualcosa che non ci sarà mai e mi stai insegnando a vivere accogliendo la mia smisurata e imperfetta umanità.
Permettendolo a me, sono certa, riuscirò a permetterlo anche a te.

Con amore, mamma.

I tempi difficili

Da ormai troppo tempo viviamo un tempo che definiamo in modo semplicistico “difficile”. È il tempo dello stare lontani, indossiamo maschere che celano la nostra risposta al mondo, abbiamo perso i contatti (e non sempre questo è male!), ma soprattutto è il tempo della tristezza, della malinconia, del lamentarsi di ciò che non va.
Come lo stiamo affrontando? Ci lasciamo contagiare dalla malinconia diffusa, dalla pressione sociale e psicologica a cui questo tempo ci sta esponendo?

Oggi ti invito ad un cambio di marcia, ad un’inversione di rotta:
iniziamo a combattere questo periodo difficile con la fiducia, il distanziamento (che in questo tempo fa rima con sospetto) con la gentilezza, la tristezza provando a sorridere (il semplice movimento facciale del sorriso produce una risposta fisiologica di benessere) e se non ci va…non importa, custodiamo nel nostro cuore tutte queste cose.

Come iniziamo?
Mentre scrivo sta bruciando un olio essenziale di lavanda, che speriamo plachi il mio animo un pò in subbuglio. Tu cerca la tua azione di bellezza e non rimandare, falla.

Il secondo passo è leggere qualcosa che possa sedimentarsi in questa giornata, e trovare il suo spazio in noi. Ti propongo una meditazione.

Io sono la sorgente di vita.
Quando ti poni in armonia con Me, tutto fila liscio.
Molte anime si chiedono perché la vita sia piena di alti e bassi, oppure perché così tante cose vadano male; esse sono allora pronte ad incolpare tutto e tutti fuorché se stesse. Quando ti soffermi a cercare la ragione per la quale non sei in armonia con la vita, spesso scopri di non dare la precedenza alle cose davvero importanti e di non riuscire a riflettere nella calma e nel silenzio su ciò che Mi aspetto da te.
Ci vogliono tempo, pazienza e fede.
Ciò significa che devi imparare ad essere quieto.
Voglio che tu impari a trovare insieme a Me le risposte ai tuoi problemi: anelo al momento in cui conterai interamente su di Me in ogni evento, e realizzerai che la tua forza, la tua saggezza e la tua comprensione provengono tutte da me.
E. Caddy, Le porte interiori. Meditazioni quotidiane.

E ora?


Rileggi la meditazione più volte affinché possa entrare in ogni tua cellula, regalati un momento di silenzio, chiudi gli occhi e poni attenzione al tuo respiro. Concediti un bagno caldo, una passeggiata in un bosco. Và dove l’essere quieto si posa, cerca la tua pace.

Buona domenica.

Letture per l’inserimento

Settembre è anche il mese che spesso associamo all’inizio scuola.
Si riprendono le attività, i bambini iniziano nuovi cicli e questo comporta nella loro vita grandi cambiamenti.

L’inizio della “scuola dei grandi” crea sempre tante aspettative, sia nei bambini sia nei genitori. Spesso anticipiamo ai bambini che sarà entusiasmante conoscere nuovi amici, fare nuove esperienze. Ma quasi sempre dimentichiamo di dire che sarà un’esperienza che i genitori non saranno presenti alla scuola dell’infanzia.
Ambiente nuovo, nuove insegnanti, nuovi amici ma senza genitori.

È un’informazione che pensiamo sia scontata ma spesso è proprio l’omissione di questo semplice dettaglio che crea così tanti problemi ai bambini.
Ecco allora che ai genitori si richiede una maggiore presenza, una maggiore pazienza e capacità di accogliere i bisogni dei loro figli.

Possiamo aiutarli con delle letture.

Questo albo illustrato, molto semplice, offre la possibilità al genitore di affrontare le paure e le angosce dei bambini quando si trovano soli, senza la mamma. Ci sono tanti modi di affrontare l’assenza: la certezza che sia andata a procacciare il cibo, il timore di non rivederla, la tristezza per la mancanza.
e lei tornò! Soffice e silenziosa.
Perché vi agitate tanto, lo sapevate che sarei tornata!
Un’immagine bellissima, che permette di affrontare, anticipandole, le paure dei bambini.
Leggere questo libro qualche giorno prima l’inizio della scuola ci permette di immaginare le paure, ipotizzare il modo in cui verranno affrontate.
“Anche tu, ad un certo punto, potrai sentirti solo perché non vedi la mamma e allora cosa puoi fare? Puoi essere fiducioso (o fiduciosa): la mamma è andata a comprare il pane e ora torna, oppure potrai essere un pò triste, come Tobia, ma io sarò come mamma gufa, e tornerò, e sarà bello abbracciarsi”


Questo è un altro testo, che narra l’ingresso di un bambino nei suoi primi giorni alla scuola dell’infanzia. Questa lettura è utile perché, oltre a esorcizzare le paure dei bambini, possiamo già immaginare i momenti della routine quotidiana e l’opportunità di ritrovare più mamma e più papà, ovvero l’esperienza della separazione vista come arricchimento di esperienza.

A questo albo illustrato è associato il quaderno pedagogico.

A cosa serve? Questo è un quaderno che offre percorsi di formazione e incontro con i genitori per prepararli a vivere l’esperienza dell’inserimento in un modo fisiologico e arricchente, sia per loro sia per i bambini.
È anche un testo teorico a cui fare riferimento, per pensare percorsi di accoglienza, scelte progettuali, riflettere sull’idea che abbiamo del bambino e della sua permanenza a scuola.

Rispetto a come gestire i pianti dei bambini, la comunicazione con loro, puoi leggere qui alcune info più pratiche.

Buon rientro.

La grande piaga del premio in caramelle

Qualche mese fa portai mia figlia di 3 anni ad un corso di musica. Era un sabato mattina, entusiasta dell’esperienza e di poter partecipare.
Come genitore devo dire che è stato così bello poter vivere un laboratorio musicale insieme a lei e a tutti gli altri bambini e genitori, partecipando attivamente.

Giungiamo al termine dell’incontro e tutti i bambini (che avevano partecipato ai laboratori precedenti) si precipitano euforici verso la maestra e si mettono in attesa. In fila.
Tutti sembrano aspettare qualcosa, ma non capisco cosa. Al termine escono uno ad uno con degli stickers che dopo un paio di applicazioni vanno buttati.

Osservo, e mentre osservavo mi chiedevo…. “perché?”, “a che serve dare lo stickers?” (ma io sono la solita pallosa, quindi non dico niente)

Mentre torniamo a casa mia figlia mi dice: “Ma se ci torniamo me lo danno ancora l’adesivo?”

Eccola là, mi sono detta!
Ecco il senso della mia domanda: “Perché?”… la esplicito meglio: “quale è l’utilità di dare ai bambini un piccolo premio a fine laboratorio? Non è esso stesso già un momento ludico, divertente, da ricordare e rielaborare?”, “Perché spostare tutta l’attenzione dei bambini dal canto, dal ritmo, dagli strumenti musicali, ad uno stickers“.
Va beh, mi riprometto che a settembre, quando tornerò chiederò agli insegnanti informazioni. Perché sono curiosa di conoscere il loro punto di vista.

Passa qualche settimana, arriviamo al termine del percorso del nido. Viviamo insieme alle altre famiglie un momento di grande emozione, mi dico che la scelta del nido, che feci con grande attenzione, è stata, in questi anni, davvero ripagata dalla professionalità e intenzionalità delle educatrici che non smetterò mai di ringraziare per quanto hanno fatto.
Al termine della festa, al momento dei saluti, ogni bambino riceve il suo regalino da parte delle maestre. Penso: “quanta cura!”, “quanta attenzione!!!”
Tornano i bambini urlando: “Il lecca lecca!!!!”

E di nuovo…. “perché?????”
Ogni pacchetto conteneva una foto di gruppo, e questo è stato un gesto meraviglioso, perché i bambini guardandola ricorderanno tanti altri episodi connessi a quella esperienza, a quel gruppo, perché spostare di nuovo tutta l’attenzione su una pallina carica di zuccheri?

Perché parlo di spostare l’attenzione, perché ancora oggi alcuni quei bambini, nel ricordare di quel pomeriggio, non la definiscono come la festa del nido ma la festa in cui ho mangiato il lecca lecca!

Ora, sono certa della buona fede delle educatrici che hanno voluto fare un gesto davvero carino, ma a tratti l’ho trovato poco coerente con l’approccio montessoriano che lo ispira…da non passarmi davvero inosservato (ma io sono la solita pallosa!)

Passano i mesi, a settembre mia figlia frequenta un divertente centro estivo in piscina. Ogni mattina si sveglia così volentieri e di buon umore che la motivazione a partecipare rappresenta di per sé un ottimo feedback per tutta l’organizzazione.
Giungiamo al termine della prima settimana, Rebecca esce correndo e tutta eccitata dicendomi: “Guarda, ci hanno dato le caramelle!”

…quale sarà stata la domanda che dentro di me è sorta “spontaneamente?”
“Perché???????”
Ancora una volta perché si perde l’occasione di aiutare il bambino a vivere di per sé un’esperienza, senza per forza trattarlo al pari di un cagnolino che ha bisogno del rinforzino? Perché è necessario premiarlo?
Eppure è così bello lo sport, la scuola, le amicizie, perché non farli innamorare della gratuità dell’esperienza? Perché non sostenere in loro la crescita di una motivazione intrinseca (cioè che che nasce da dentro) a fare le cose?

I bambini sono esseri spirituali, sensibili, noi genitori, educatori insegnanti, dobbiamo aiutarli a fare le cose per se stesse, non per il rinforzino, sennò rischiamo di educare all’opportunismo: fare le cose per ricevere qualcosa in cambio.
E poi rischiamo che ogni volta che fanno qualcosa hanno bisogno di premiarsi.
Questi sono meccanismi molto spontanei, automatici, ma anche tanto pericolosi, perché strutturano un’abitudine.

Oggi, sabato 4 settembre, decido di scrivere sulle caramelle dopo aver letto un interessante post della Dietista Verdiana Ramina perché pare che questa pratica sia molto diffusa anche nelle scuole, nonostante sia vietata.
Voglio condividere la lettura di questo post non solo perché lo trovo interessante ma anche perché ci sono molti spunti di riflessione sull’educazione alimentare.

Io non posso entrare nel merito della questione da un punto di vista alimentare, ma confermo quanto ho detto sopra: ogni volta che rinforziamo l’esperienza con una caramella, stiamo spostando l’attenzione del nostro bambino su qualcosa che esula dall’esperienza fatta, e non gli permettiamo di vivere pienamente il momento su cui invece andrebbe posta tutta la nostra attenzione.

Questo non vuol dire che i bambini non possano più mangiare caramelle, certo vanno usate con parsimonia, ma è importante non usarle come premio, o arma di ricatto per avere in cambio qualcosa.
La caramella si può mangiare per il gusto di mangiarla, e basta.
Magari decidendo quando e la quantità.

Facciamoci attenzione, e educhiamo i nostri bambini a vivere pienamente le loro esperienze, senza bisogno di rinforzino.

Se hai trovato che questo articolo ti ha offerto degli spunti di riflessioni e pensi sia importante che anche altre persone ne vengano a conoscenza condividilo sui tuoi canali social, aiutiamoci a condividere e a promuovere nuove prassi.

L’energia di inizio anno.

In questi giorni mi sono svegliata con la lettura del diario estemporaneo di un viaggio di Emily Mignanelli. Lei fa la pedagogista ed è una di quelle persone che mi ispirano, perché non pretende di dare risposte ma pone tante domande, e queste domande non aprono porte ma universi interi di riflessione.
E una cosa che ho capito dal basso dei miei 41 anni (che potrebbero già rappresentare oltre la metà della mia vita vissuta – chi lo sa?!) è che bisogna circondarsi delle persone che ti pongono tante domande. Che ti spingono a porti tante domande.
Perché le risposte date dagli altri a me non sono mai appartenute, mentre mi sono sempre appartenute le riflessioni che nascevano nel mio cuore, e sento fortemente mie quelle scelte che mi hanno posta di fronte ai miei limiti, che mi hanno spinta a discernere tra ciò che era per me e ciò che era fuori di me.

Insomma leggendo il suo diario, tra immagini meravigliose di Firenze e profonda vicinanza ai concierge, mi sono chiesta: “E tu Laura come stai?
Apparentemente dopo due mesi di vacanza, come senti di aver speso questo tempo? Sei pronta per iniziare un nuovo anno? Non chiedetemi perché ma per me l’anno inizia a settembre. Il 31 dicembre avviene solo un passaggio progressivo, ma l’anno vero per me inizia ora, con la fine delle vacanze estive.

Ve lo chiedete mai “come state?”, una domanda vera, non quella tra conoscenti a cui rispondi con un velocissimo “Bene dai!
Ce lo chiediamo mai a che livello di energia stiamo? Quale è il livello di energia che portiamo nel mondo?

Io me lo sono chiesta, e la mia riposta è stata…che forse con questa energia che mi ritrovo oggi posso fare poco. Poteva essere un’estate magnifica, riposante piena di sole, mare e montagna e invece…
È stata un’estate faticosa, difficile. Ho incontrato lupi vestiti da pecore che mi hanno distratto da quello che doveva essere più importante: dedicare il tempo a me stessa, fare il pieno di energie. Ho speso il mio tempo a pensare come difendermi, a organizzarmi per uscirne intera. Ho sprecato, e non ho approfittato, dell’ossigeno che sono andata a cercare a 2000mt di altezza, quell’ossigeno l’ho impiegato per scavare nel mio cuore, far nascere parole che non potessero ferire ma che potessero mostrare la mia autenticità.

Quando sento che mi fanno del male, io non sono abituata a pensare ad una vendetta, sto con le mie ferite, cerco di ripararle, di abbracciarmi, di passare in rassegna cosa ho fatto e come l’ho fatto. Chi ha detto e cosa ha detto. La razionalità all’inizio mi aiuta a sedare le emozioni.

Poi c’è stata l’incredulità, di chi con stupore non riesce a comprendere come si possa credere a parole dette da chiunque (perché spesso crediamo veramente a chiunque) per costruire muri piuttosto che ad azioni concrete che hanno avuto l’obiettivo di aprire finestre. Ed ecco che basta che arriva uno, spara a zero, e a niente contano più tutto quello che hai fatto, detto, l’amore che hai donato, le parole che con cura hai scelto.

Poi c’è stata la fiducia, nella vita che non ti abbandona, che non lascia i suoi figli soli. E io ho scoperto di non essere sola, di essere solida, di non essere bandiera al vento che si fa trasportare da voci, aspettative, proiezioni, ho scoperto che sono salda, in me, nei miei principi e valori, forte di un pensiero intenzionale che non si è fatto guidare dalle mode del momento o dal bisogno di approvazione. Tenere viva la luce di un faro che guida le nostre azioni è un ancora, una salvezza, l’unica che può tenerci in piedi.

Quale è? Una cosa banale ma molto difficile: sapere il perché si fanno le cose.

Infine dunque è arrivato il coraggio. Comporta una grande volontà, la voglia di lasciare il pilota automatico per farti guidare da una qualità di presenza che ti cambia il modo di vedere i colori, esalta i sapori, ti radica a terra e i piedi diventano forti ma non pesanti, le braccia diventano rami protesi verso l’alto, il cuore centro pulsante di amore e perdono.

Non è sempre facile, è anzi molto doloroso incassare certi colpi bassi, e soprattutto è stancante. Perché tante energie vengono spese in parole, pensieri per difendersi da qualcosa che non si conosce. Ma riscoprire la propria forza è sempre un grande dono. E solo i lupi te lo possono fare (che poi a me piacciono i lupi, li adoro, sono curiosa e li studio. Li ho solo usati come esempio).

Quindi tornando al Diario estemporaneo di un viaggio Emily Mignanelli cosa prendo e cosa lascio. Lascio la compassione per i concierge, tengo la bellezza di Firenze e la voglia di ricominciare da me, ricercando la bellezza nel quotidiano.

Ringrazio pertanto quei lupi vestiti da pecora, che mi hanno ricordato che sono le azioni a mostrare chi siamo nell’intimo. A loro sono grata perché ogni sasso sulla strada può diventare salto e per me lo è stato, sono potuta tornare a me e io sono l’unica che non mi lascerà mai.

Ora bisogna pensare alle energie… vado a fare colazione.

Buona domenica.

“ATTENTO CHE TI FAI MALE!”

Quante volte lo abbiamo detto come mamme, zie, nonne, o qualsiasi altra figura che passa del tempo con un bambino che sta crescendo: “stai attento che ti fai male!” 

Eppure, ogni volta che evitiamo un pericolo ad un bambino (a patto che non sia mortale ovviamente) per la nostra paura che si faccia male, quel bambino ha perso un’occasione per sperimentare che le sue azioni e/o disattenzioni hanno un effetto sul proprio corpo. 

Tutte le volte che corriamo ad aiutare un bambino gli stiamo dicendo: “tu da solo non ce la fai!” “Hai bisogno di me, che sono adulto”, andando a creare una dinamica relazionale di dipendenza. E come potrà, crescendo, pensare che può farcela se riceve sempre un messaggio di questo tipo? Piuttosto cercherà nell’altro una figura che faccia per lui, o che decida per lui.

Ma quale è il compito di un genitore o di una figura educativa in generale se non quello di promuovere e creare autonomia? Sostenere il bambino perché faccia da solo?! 

Io credo che spesso ce ne dimentichiamo, ma dobbiamo scrivercelo su un post it e attaccarlo sul frigo, sullo specchio del bagno, o in fronte:
IL BAMBINO DIVENTERÀ ADULTO
e perché diventi un adulto capace di superare le difficoltà, rendersi conto dell’effetto delle proprie azioni sugli altri è assolutamente necessario iniziare a farlo sperimentare, farlo sentire indipendente e autonomo, dal momento in cui nasce. Si proprio così, dal momento in cui nasce: a seconda della narrazione che sceglierò per parlare al mio bambino io creerò le strutture per l’indipendenza o per la dipendenza dalla figura adulta, getterò le basi per processi di autostima e autoefficacia, o al contrario, processi di inefficacia.
Di fronte ad una caduta possiamo rispondere: “Te l’ho detto tante volte di chiamarmi che ti aiuto!” oppure “Eh pazienza, sei caduto, ma ora puoi rialzarti e riprovare!”

Soffermiamoci sulla volontà di indipendenza che si manifesta nel bambino a partire dai 18 mesi, due anni.

Se noi genitori o figure educative sosteniamo quella spinta del “voglio fare da solo”, senza intervenire in ciò che sta facendo, ma semplicemente osservando, legandoci le mani e cucendoci la bocca, stiamo di fatto dicendo al bambino: “sei competente”, “Ci sono, ti osservo, ma non intervengo perché tu ce la fai”.
Quando? quando cercano di fare qualcosa e non riescono, quando vogliono vestirsi autonomamente, ogni volta che un bambino ha voglia di non essere aiutato e di sentirsi competente.
Capisco i tempi del mattino, la fretta…ma questa è una scelta educativa prioritaria: riservate ai bambini spazi in cui possono ascoltare e vivere quella voglia di autonomia e indipendenza. Riservate ai bambini spazi in cui il vostro tempo è finalizzato a sostenere la loro crescita identitaria.

I bambini hanno bisogno di esplorare, di manipolare, di conoscere il mondo e di avere adulti coraggiosi che si assumono il rischio educativo del “pericolo” per poterli fare crescere forti, sicuri.

Un bambino di 18 mesi gioca con la porta, ha scoperto che se la tocca si muove, la può aprire e la può chiudere, per lui è un momento di grande scoperta…istintivamente a qualsiasi adulto verrebbe la spinta a dire: “fermo con la porta che ti puoi fare male”, e in genere lo ripete finché non viene ascoltato, e se non viene ascoltato… seppur protestando, il bambino viene allontanato.

La mia domanda è: “E se si fa male?” Qual’è il problema? Per chi è il problema? È davvero meglio negare questa esperienza al bambino per la mia paura di adulto che al massimo faccia un pianto di 2 minuti e mezzo?

Il bambino può certamente farsi male con la porta (ricordiamoci che la sua forza a 18 mesi non gli farà di certo perdere l’uso della mano!!!) ma sarà l’esperienza a insegnarglielo e quando sarà abbastanza grande per avere una forza maggiore, sarà esperto e attento a non giocarci.
Inoltre scoprirà che l’ambiente richiede cautela e attenzione, diventerà attento al mondo circostante perché contiene in sé qualche pericolo: svilupperà i sensi e imparerà a percepire e riconoscere i pericoli intorno a sé (competenza molto utile soprattutto quando diventerà grande).

La sperimentazione dell’insuccesso (dalla caduta con la bici alla zip che non si chiude, l’acqua che fuoriesce dal bicchiere, ecc) permette al bambino di costruire strategie di risoluzione del problema. Di diventare sempre più competente, esperto. Se si corre a salvare si toglie al bambino la possibilità di sentire la sua spinta a farcela, si depotenzia il suo senso di autoefficacia.

La domanda principale io credo sia un’altra, ovvero: “adulto, cosa fa in te quell’esperienza di dolore? Senti di poterla sostenere oppure sei stato un bambino che veniva spesso limitato nel suo agire e che, in presenza di esperienze dolorose, gli adulti ti dicevano: Te l’avevo detto!!” Quel pianto veniva consolato oppure era necessario soffocarlo, insieme alla rabbia e alla frustrazione per un sostegno mancato?

Sono una mamma, sono molto umana, e per me all’inizio è stato davvero difficile mediare tra l’automatismo “stai attento!” e la cosa più utile per la crescita di mia figlia, ovvero osservare senza intervenire. Mi sono davvero dovuta armare di tanta intenzionalità.
“È mortale?” Questo per me è stato il parametro che mi ha fatto scegliere se agire o rimanere al mio posto, sempre osservando, sostenendo con lo sguardo.
E accogliendo quando ce n’è bisogno. 


Compito dell’educazione non è sapere le cose 
ma dotare i gli esseri umani degli strumenti per sviluppare proattività, 
trovare un posto nel mondo, 
diventare e sentirsi membri di una comunità.
Paola Nicolini

Non sono solo “ciambelle”

Complici un pò la zona rossa e un pò il pullulare sui social di chi impasta, sforna, ecc, mi sono detta: “ci provo anche io!”
Così, mi sono messa, ho raccolto tutti gli ingredienti necessari e via! Ai fornelli!

Prova 1: buone ma non belle. Della serie: “si impegna ma potrebbe fare di più”

Ci riprovo!

Prova 2: meglio, ma ancora non come quelle che vorrei.

Non ho fatto una prova 3 perché quando ho visto la prova 2 mi sono detta: “Che intenzione ho messo nel fare queste famose ciambelle pasquali?” (dolce tipico mareratese)
“Le ho fatte con amore?”

E lì ho capito!

Io non le ho fatte con amore.
Queste ciambelle nascondono un bisogno di amore.

Celano il bisogno di sentirsi riconosciuti, di sentirsi dire: “brava!”

Ecco allora che mi sono vista bambina, impegnata e affannata per ricevere un “brava” che non è mai arrivato e che sto ancora aspettando.

Lo sto aspettando, ma lo voglio ancora aspettare?

Se Pasqua dunque è resurrezione io mi auguro di risorgere da questo bisogno, di tagliare i fili che mi legano al passato e che mi impediscono di volare in alto.

Questo bisogno di riconoscimento mi sta costringendo a rivolgere il mio sguardo dietro, ad un passato che va accolto, coccolato, perdonato e allo stesso tempo, mi sta impedendo di guardare al futuro che oggi è rappresentato da mia figlia.

Come posso io fare la madre se vesto ancora i panni di “figlia” e, trepidante, sto ancora aspettando quel “brava”?

Ecco allora che io, in questa Pasqua, voglio cercare di pacificare questo bisogno, iniziare a dirmi “mi impegno e va bene così”.

A domandarmi se ciò che faccio, i progetti in cui dirigo la mia attenzione, mi creano felicità e soddisfazione e darmi la possibilità di lasciarli quando li sento troppo faticosi.

Voglio cercare di essere padre e madre di me stessa. A ricercare il mio sguardo e offrire occhi amorevoli, a guardarmi con benevolenza.

Vi auguro che ci possa sempre essere una possibilità di resurrezione nella vita di ciascuno di voi.
Buona Pasqua