Lettera alla mia prima figlia.

Cara prima figlia, ti ringrazio per esserti assunta questo ruolo.
In te riconosco la forza di chi sa contenere, sopportare, resistere ai miei errori, alle mie cadute.
Mi dispiace per gli errori fatti, frutto dell’inesperienza, di una pazienza che prima non c’era e che sto imparando con te. Sta crescendo con te.
Mi dispiace per le volte in cui non ho compreso il tuo pianto, più volte mi sono spazientita, avrei urlato “ma cosa ti manca? perché non dormi?” e quell’abbraccio non è stato l’abbraccio che avresti voluto.
Grazie per aver trovato ancora nelle mie braccia un porto sicuro, un ancoraggio.
Ti sono grata per non esserti fermata a quelle volte di fatica e di aver sempre considerato la maggior parte delle “volte buone”.
Io non ne sono capace. Ti osservo. Imparo.

Mi dispiace per quelle volte in cui non ho accolto i tuoi bisogni.
Non avevo compreso quando, il loro presentarsi con prepotenza, era sintomo di un messaggio. Io reagivo solo alla prepotenza.
Mi dispiace di non averlo capito subito, ma ti ringrazio per aver continuato a mettere in atto quelli che tutti chiamiamo capricci, perché a forza di presentarmi la stessa lezione…alla fine ho capito. I capricci non esistono. Lo confermo.
Sono una richiesta semplice, con il linguaggio da bambino, per un mondo adulto che non sa ascoltare. Che lo ha dimenticato.
Che lo ha disimparato quando anche egli, bambino o bambina, ha cercato di urlarlo il dolore, il disagio, e quell’urlo veniva zittito, con un ciuccio, con un urlo, con un “non è niente!”
Ti ringrazio per aver aspettato che io mi mettessi nella giusta posizione per comprendere ciò che mi stavi chiedendo, dovevo riprendere il vocabolario, spolverarlo e riappropriarmene.
Da sola ho rischiato di non farcela. Ho chiesto aiuto, e sono riuscita a trovare la chiave di lettura.

Mi dispiace per quelle volte che ho dimenticato la tua età pretendendo da te un comportamento adulto, in quel momento io stessa, non lo sono stata!
Facevo la bambina, pretendevo da te qualcosa che non eri in grado di darmi.
Ho dimenticato che io sono madre, e tu sei figlia.
Ti ringrazio per aver avuto pazienza, per aver protestato che tu quel ruolo non lo volevi.
Le tue urla e opposizioni mi hanno ricordato chi sei, la tua età… il mio ruolo.

Mi dispiace per le volte in cui non riesco a fare ciò che ho intenzione di fare. I comportamenti automatici qualche volta sono più forti di un intenzione sana ed educativa.
Ringrazio però la mia tenacia a rialzarmi sempre, e sono felice che tu possa guardarmi, perché possa anche tu imparare a non mollare, mai! A cercare, sempre!
Ti vorrei insegnare la disponibilità a metterti in discussione, perché questa è l’unica via per crescere.

Mi dispiace ma sono certa che non riuscirò mai a essere la madre ideale che vorrei, ogni giorno cerco di fare qualcosa ma l’idea che ho in mente cambia, si trasforma.
Cambia e si trasforma nel quotidiano, nel nostro stare insieme.
E sta cambiando perché a me le sbavature piacciono, la perfezione è spesso così disumana.
Ti ringrazio perché mi concedi il lusso di poter smetterla di pretendere da me qualcosa che non ci sarà mai e mi stai insegnando a vivere accogliendo la mia smisurata e imperfetta umanità.
Permettendolo a me, sono certa, riuscirò a permetterlo anche a te.

Con amore, mamma.

Letture per l’inserimento

Settembre è anche il mese che spesso associamo all’inizio scuola.
Si riprendono le attività, i bambini iniziano nuovi cicli e questo comporta nella loro vita grandi cambiamenti.

L’inizio della “scuola dei grandi” crea sempre tante aspettative, sia nei bambini sia nei genitori. Spesso anticipiamo ai bambini che sarà entusiasmante conoscere nuovi amici, fare nuove esperienze. Ma quasi sempre dimentichiamo di dire che sarà un’esperienza che i genitori non saranno presenti alla scuola dell’infanzia.
Ambiente nuovo, nuove insegnanti, nuovi amici ma senza genitori.

È un’informazione che pensiamo sia scontata ma spesso è proprio l’omissione di questo semplice dettaglio che crea così tanti problemi ai bambini.
Ecco allora che ai genitori si richiede una maggiore presenza, una maggiore pazienza e capacità di accogliere i bisogni dei loro figli.

Possiamo aiutarli con delle letture.

Questo albo illustrato, molto semplice, offre la possibilità al genitore di affrontare le paure e le angosce dei bambini quando si trovano soli, senza la mamma. Ci sono tanti modi di affrontare l’assenza: la certezza che sia andata a procacciare il cibo, il timore di non rivederla, la tristezza per la mancanza.
e lei tornò! Soffice e silenziosa.
Perché vi agitate tanto, lo sapevate che sarei tornata!
Un’immagine bellissima, che permette di affrontare, anticipandole, le paure dei bambini.
Leggere questo libro qualche giorno prima l’inizio della scuola ci permette di immaginare le paure, ipotizzare il modo in cui verranno affrontate.
“Anche tu, ad un certo punto, potrai sentirti solo perché non vedi la mamma e allora cosa puoi fare? Puoi essere fiducioso (o fiduciosa): la mamma è andata a comprare il pane e ora torna, oppure potrai essere un pò triste, come Tobia, ma io sarò come mamma gufa, e tornerò, e sarà bello abbracciarsi”


Questo è un altro testo, che narra l’ingresso di un bambino nei suoi primi giorni alla scuola dell’infanzia. Questa lettura è utile perché, oltre a esorcizzare le paure dei bambini, possiamo già immaginare i momenti della routine quotidiana e l’opportunità di ritrovare più mamma e più papà, ovvero l’esperienza della separazione vista come arricchimento di esperienza.

A questo albo illustrato è associato il quaderno pedagogico.

A cosa serve? Questo è un quaderno che offre percorsi di formazione e incontro con i genitori per prepararli a vivere l’esperienza dell’inserimento in un modo fisiologico e arricchente, sia per loro sia per i bambini.
È anche un testo teorico a cui fare riferimento, per pensare percorsi di accoglienza, scelte progettuali, riflettere sull’idea che abbiamo del bambino e della sua permanenza a scuola.

Rispetto a come gestire i pianti dei bambini, la comunicazione con loro, puoi leggere qui alcune info più pratiche.

Buon rientro.

La grande piaga del premio in caramelle

Qualche mese fa portai mia figlia di 3 anni ad un corso di musica. Era un sabato mattina, entusiasta dell’esperienza e di poter partecipare.
Come genitore devo dire che è stato così bello poter vivere un laboratorio musicale insieme a lei e a tutti gli altri bambini e genitori, partecipando attivamente.

Giungiamo al termine dell’incontro e tutti i bambini (che avevano partecipato ai laboratori precedenti) si precipitano euforici verso la maestra e si mettono in attesa. In fila.
Tutti sembrano aspettare qualcosa, ma non capisco cosa. Al termine escono uno ad uno con degli stickers che dopo un paio di applicazioni vanno buttati.

Osservo, e mentre osservavo mi chiedevo…. “perché?”, “a che serve dare lo stickers?” (ma io sono la solita pallosa, quindi non dico niente)

Mentre torniamo a casa mia figlia mi dice: “Ma se ci torniamo me lo danno ancora l’adesivo?”

Eccola là, mi sono detta!
Ecco il senso della mia domanda: “Perché?”… la esplicito meglio: “quale è l’utilità di dare ai bambini un piccolo premio a fine laboratorio? Non è esso stesso già un momento ludico, divertente, da ricordare e rielaborare?”, “Perché spostare tutta l’attenzione dei bambini dal canto, dal ritmo, dagli strumenti musicali, ad uno stickers“.
Va beh, mi riprometto che a settembre, quando tornerò chiederò agli insegnanti informazioni. Perché sono curiosa di conoscere il loro punto di vista.

Passa qualche settimana, arriviamo al termine del percorso del nido. Viviamo insieme alle altre famiglie un momento di grande emozione, mi dico che la scelta del nido, che feci con grande attenzione, è stata, in questi anni, davvero ripagata dalla professionalità e intenzionalità delle educatrici che non smetterò mai di ringraziare per quanto hanno fatto.
Al termine della festa, al momento dei saluti, ogni bambino riceve il suo regalino da parte delle maestre. Penso: “quanta cura!”, “quanta attenzione!!!”
Tornano i bambini urlando: “Il lecca lecca!!!!”

E di nuovo…. “perché?????”
Ogni pacchetto conteneva una foto di gruppo, e questo è stato un gesto meraviglioso, perché i bambini guardandola ricorderanno tanti altri episodi connessi a quella esperienza, a quel gruppo, perché spostare di nuovo tutta l’attenzione su una pallina carica di zuccheri?

Perché parlo di spostare l’attenzione, perché ancora oggi alcuni quei bambini, nel ricordare di quel pomeriggio, non la definiscono come la festa del nido ma la festa in cui ho mangiato il lecca lecca!

Ora, sono certa della buona fede delle educatrici che hanno voluto fare un gesto davvero carino, ma a tratti l’ho trovato poco coerente con l’approccio montessoriano che lo ispira…da non passarmi davvero inosservato (ma io sono la solita pallosa!)

Passano i mesi, a settembre mia figlia frequenta un divertente centro estivo in piscina. Ogni mattina si sveglia così volentieri e di buon umore che la motivazione a partecipare rappresenta di per sé un ottimo feedback per tutta l’organizzazione.
Giungiamo al termine della prima settimana, Rebecca esce correndo e tutta eccitata dicendomi: “Guarda, ci hanno dato le caramelle!”

…quale sarà stata la domanda che dentro di me è sorta “spontaneamente?”
“Perché???????”
Ancora una volta perché si perde l’occasione di aiutare il bambino a vivere di per sé un’esperienza, senza per forza trattarlo al pari di un cagnolino che ha bisogno del rinforzino? Perché è necessario premiarlo?
Eppure è così bello lo sport, la scuola, le amicizie, perché non farli innamorare della gratuità dell’esperienza? Perché non sostenere in loro la crescita di una motivazione intrinseca (cioè che che nasce da dentro) a fare le cose?

I bambini sono esseri spirituali, sensibili, noi genitori, educatori insegnanti, dobbiamo aiutarli a fare le cose per se stesse, non per il rinforzino, sennò rischiamo di educare all’opportunismo: fare le cose per ricevere qualcosa in cambio.
E poi rischiamo che ogni volta che fanno qualcosa hanno bisogno di premiarsi.
Questi sono meccanismi molto spontanei, automatici, ma anche tanto pericolosi, perché strutturano un’abitudine.

Oggi, sabato 4 settembre, decido di scrivere sulle caramelle dopo aver letto un interessante post della Dietista Verdiana Ramina perché pare che questa pratica sia molto diffusa anche nelle scuole, nonostante sia vietata.
Voglio condividere la lettura di questo post non solo perché lo trovo interessante ma anche perché ci sono molti spunti di riflessione sull’educazione alimentare.

Io non posso entrare nel merito della questione da un punto di vista alimentare, ma confermo quanto ho detto sopra: ogni volta che rinforziamo l’esperienza con una caramella, stiamo spostando l’attenzione del nostro bambino su qualcosa che esula dall’esperienza fatta, e non gli permettiamo di vivere pienamente il momento su cui invece andrebbe posta tutta la nostra attenzione.

Questo non vuol dire che i bambini non possano più mangiare caramelle, certo vanno usate con parsimonia, ma è importante non usarle come premio, o arma di ricatto per avere in cambio qualcosa.
La caramella si può mangiare per il gusto di mangiarla, e basta.
Magari decidendo quando e la quantità.

Facciamoci attenzione, e educhiamo i nostri bambini a vivere pienamente le loro esperienze, senza bisogno di rinforzino.

Se hai trovato che questo articolo ti ha offerto degli spunti di riflessioni e pensi sia importante che anche altre persone ne vengano a conoscenza condividilo sui tuoi canali social, aiutiamoci a condividere e a promuovere nuove prassi.

“ATTENTO CHE TI FAI MALE!”

Quante volte lo abbiamo detto come mamme, zie, nonne, o qualsiasi altra figura che passa del tempo con un bambino che sta crescendo: “stai attento che ti fai male!” 

Eppure, ogni volta che evitiamo un pericolo ad un bambino (a patto che non sia mortale ovviamente) per la nostra paura che si faccia male, quel bambino ha perso un’occasione per sperimentare che le sue azioni e/o disattenzioni hanno un effetto sul proprio corpo. 

Tutte le volte che corriamo ad aiutare un bambino gli stiamo dicendo: “tu da solo non ce la fai!” “Hai bisogno di me, che sono adulto”, andando a creare una dinamica relazionale di dipendenza. E come potrà, crescendo, pensare che può farcela se riceve sempre un messaggio di questo tipo? Piuttosto cercherà nell’altro una figura che faccia per lui, o che decida per lui.

Ma quale è il compito di un genitore o di una figura educativa in generale se non quello di promuovere e creare autonomia? Sostenere il bambino perché faccia da solo?! 

Io credo che spesso ce ne dimentichiamo, ma dobbiamo scrivercelo su un post it e attaccarlo sul frigo, sullo specchio del bagno, o in fronte:
IL BAMBINO DIVENTERÀ ADULTO
e perché diventi un adulto capace di superare le difficoltà, rendersi conto dell’effetto delle proprie azioni sugli altri è assolutamente necessario iniziare a farlo sperimentare, farlo sentire indipendente e autonomo, dal momento in cui nasce. Si proprio così, dal momento in cui nasce: a seconda della narrazione che sceglierò per parlare al mio bambino io creerò le strutture per l’indipendenza o per la dipendenza dalla figura adulta, getterò le basi per processi di autostima e autoefficacia, o al contrario, processi di inefficacia.
Di fronte ad una caduta possiamo rispondere: “Te l’ho detto tante volte di chiamarmi che ti aiuto!” oppure “Eh pazienza, sei caduto, ma ora puoi rialzarti e riprovare!”

Soffermiamoci sulla volontà di indipendenza che si manifesta nel bambino a partire dai 18 mesi, due anni.

Se noi genitori o figure educative sosteniamo quella spinta del “voglio fare da solo”, senza intervenire in ciò che sta facendo, ma semplicemente osservando, legandoci le mani e cucendoci la bocca, stiamo di fatto dicendo al bambino: “sei competente”, “Ci sono, ti osservo, ma non intervengo perché tu ce la fai”.
Quando? quando cercano di fare qualcosa e non riescono, quando vogliono vestirsi autonomamente, ogni volta che un bambino ha voglia di non essere aiutato e di sentirsi competente.
Capisco i tempi del mattino, la fretta…ma questa è una scelta educativa prioritaria: riservate ai bambini spazi in cui possono ascoltare e vivere quella voglia di autonomia e indipendenza. Riservate ai bambini spazi in cui il vostro tempo è finalizzato a sostenere la loro crescita identitaria.

I bambini hanno bisogno di esplorare, di manipolare, di conoscere il mondo e di avere adulti coraggiosi che si assumono il rischio educativo del “pericolo” per poterli fare crescere forti, sicuri.

Un bambino di 18 mesi gioca con la porta, ha scoperto che se la tocca si muove, la può aprire e la può chiudere, per lui è un momento di grande scoperta…istintivamente a qualsiasi adulto verrebbe la spinta a dire: “fermo con la porta che ti puoi fare male”, e in genere lo ripete finché non viene ascoltato, e se non viene ascoltato… seppur protestando, il bambino viene allontanato.

La mia domanda è: “E se si fa male?” Qual’è il problema? Per chi è il problema? È davvero meglio negare questa esperienza al bambino per la mia paura di adulto che al massimo faccia un pianto di 2 minuti e mezzo?

Il bambino può certamente farsi male con la porta (ricordiamoci che la sua forza a 18 mesi non gli farà di certo perdere l’uso della mano!!!) ma sarà l’esperienza a insegnarglielo e quando sarà abbastanza grande per avere una forza maggiore, sarà esperto e attento a non giocarci.
Inoltre scoprirà che l’ambiente richiede cautela e attenzione, diventerà attento al mondo circostante perché contiene in sé qualche pericolo: svilupperà i sensi e imparerà a percepire e riconoscere i pericoli intorno a sé (competenza molto utile soprattutto quando diventerà grande).

La sperimentazione dell’insuccesso (dalla caduta con la bici alla zip che non si chiude, l’acqua che fuoriesce dal bicchiere, ecc) permette al bambino di costruire strategie di risoluzione del problema. Di diventare sempre più competente, esperto. Se si corre a salvare si toglie al bambino la possibilità di sentire la sua spinta a farcela, si depotenzia il suo senso di autoefficacia.

La domanda principale io credo sia un’altra, ovvero: “adulto, cosa fa in te quell’esperienza di dolore? Senti di poterla sostenere oppure sei stato un bambino che veniva spesso limitato nel suo agire e che, in presenza di esperienze dolorose, gli adulti ti dicevano: Te l’avevo detto!!” Quel pianto veniva consolato oppure era necessario soffocarlo, insieme alla rabbia e alla frustrazione per un sostegno mancato?

Sono una mamma, sono molto umana, e per me all’inizio è stato davvero difficile mediare tra l’automatismo “stai attento!” e la cosa più utile per la crescita di mia figlia, ovvero osservare senza intervenire. Mi sono davvero dovuta armare di tanta intenzionalità.
“È mortale?” Questo per me è stato il parametro che mi ha fatto scegliere se agire o rimanere al mio posto, sempre osservando, sostenendo con lo sguardo.
E accogliendo quando ce n’è bisogno. 


Compito dell’educazione non è sapere le cose 
ma dotare i gli esseri umani degli strumenti per sviluppare proattività, 
trovare un posto nel mondo, 
diventare e sentirsi membri di una comunità.
Paola Nicolini

Tutti a casa, mai così distanti.

Un anno fa si annunciava il primo lockdown generale.
Tutti a casa!

Da vita frenetica, agende con impegni sovrapposti, tutti sempre di corsa a tutti fermi!
Senza distinzioni.

Il giorno prima pensavi di essere indispensabile. Il giorno dopo scopri di aver poggiato una vita su una serie di robe che… puff! In un attimo possono essere sospese e sostituite da esperimenti culinari, tutorial di chitarra, arcobaleni appesi.

È stato un anno duro, faticoso, ognuno di noi ha cercato di adattarsi a ciò che stavamo vivendo. Qualcuno si è visto costretto a salutare i suoi cari senza nemmeno averli accompagnati nelle lunghe e solitarie degenze.

È stato un anno di bollettini di morte, DPCM, virologi da marciapiede, limitazioni, distanziamenti e ognuno ha cercato, come è stato possibile di sopravvivere. Anche grazie agli ansiolitici e antidepressivi che in molti casi hanno sostituito l’aperitivo delle sette di sera.
Qualcuno ne ha approfittato, per fare le cose sospese, occuparsi della sua felicità e da uno dei periodi più brutti della storia ne è emersa una meravigliosa opportunità di rinascita.

Ora siamo qui, dopo un anno, zona rossa.
Ma dove sono finiti tutti quei cantori da balcone “dell’andrà tutto bene”, aperitivi sul balcone, gomitino e “volemoce bene”?

Siamo messi cosi:
Scuole chiuse.
Bambini a casa.
Ragazzi e ragazze in didattica a distanza.
Professori in didattica a distanza. Da casa.
Industrie aperte.
Genitori al lavoro, quelli messi meglio.
Genitori in smartworking, quelli che stanno peggio.

Cerchiamo di immaginare uno scenario che può apparire fantastico. Ma è tutt’altro che immaginario.
Ipotesi 1
Una appartamento di 80mq. La sala da pranzo è diventata ufficio del papà, il piano di lavoro della cucina si è trasformato in scrivania della mamma. La stanza dei bimbi è aula didattica del figlio più grande, il comodino della camera da letto dei genitori banco di scuola del figlio piccolo.

Ipotesi 2
Papà lavora fuori, mamma lavora da casa due giorni a settimana, il resto è in ufficio. Due figli. Uno in didattica a distanza alla primaria e il secondo più piccolo che ha la sua didattica a distanza, ma è all’infanzia quindi il suo impegno è ridotto ad un paio di collegamenti a settimana. E fin qui…Se non fosse per i compiti da fare, il materiale che viene caricato nelle piattaforme, il cellulare che si impalla con le notifiche e il bambino piccolo che vuole giocare, ma da solo no.

Potrei continuare all’infinito perché di situazioni complesse me ne raccontano tante, e mai come in questo periodo ho ricevuto telefonate e messaggi per un confronto su come intervenire con i bambini.

I bambini, quella categoria dimenticata!
La tratterò in un articolo dedicato, ora quello che mi interessa mettere a fuoco è che in entrambe le ipotesi ci sono intere famiglie in casa. Eppure ogni persona vive nel suo mondo. Dietro ai suoi impegni.

Tutti insieme. Mai così distanti.

I primi gg di zona rossa ero sempre a casa con mia figlia, eppure lei non è mai stata così nervosa, e di riflesso io.
Mi sono sembrati giorni terribili.
Poi ci ho riflettuto, mi sono confrontata e ho capito.

Ero tutto il giorno a casa con mia figlia, ma non ci stavo con la testa. Ero molto impegnata a capire come organizzarmi per le cose che erano rimaste sospese ed ecco che si è rivelata di fronte a me la più nota e scontata legge dell’educazione. Il bambino ha bisogno di quantità di tempo in cui ci sia una qualità relazionale.

Io non credo a quelli che dicono che in presenza di una buona qualità, la quantità di tempo non conta. Riflettiamoci e pensiamo a quando eravamo giovani e innamorati. Io mi ricordo che dopo un weekend di passeggiate, tempo lento, abbracci e coccole, quando arrivava il momento di salutarci ero disperata. Il mio cuore si struggeva.
Ah!!!! se quei binari delle stazioni potessero parlare! quante lacrime hanno raccolto, quante promesse hanno custodito!
Ecco con i bambini funziona uguale.

E allora cercate di godervelo il tempo in cui siete la luce dei loro occhi. Che poi succede che il tempo passa in fretta, prendono la propria strada e anziché lasciarli andare, li teniamo stretti alle nostre sottane, dimenticando però che un tempo, eravamo noi a essere sfuggenti, ad avere altro da fare, a scappare. E pretendevamo che ci capissero, che comprendessero i nostri bisogni.
E noi siamo disposti a capire i loro bisogni?

E come si fa?
Torniamo al principio di questa breve riflessione.

Tutti insieme. Mai cosi distanti.
Come possiamo evitare che questa distanza diventi strutturale e vada a modificare sostanzialmente la relazione all’interno delle famiglie?

Stiamo vivendo una quotidianità in cui siamo costantemente connessi. La connessione verso il fuori ci scollega dalla connessione dentro. Proviamo a fare una prova di famiglia?
ecco la mia piccola proposta per questa settimana:
Il più coraggioso della famiglia chieda al partner e ai figli, se ci sono, se sono disposti a impegnarsi in scelta di famiglia.

Quale?
Tutti i componenti concordano un orario in cui spegnere il telefono. Tipo dalle 20 alle 22 o, per i più temerari, dalle 20 fino alla mattina dopo.
All’inizio è dura. Osservate come ogni 3/4 minuti vi viene automatico andare a prendere il cellulare per controllare se avete notifiche, di qualsiasi tipo. Se succede, non mollate. Controllate il vostro istinto e osservate l’effetto che fa in voi.
Se si rende necessaria una ricerca improvvisa e assolutamente necessaria su google rimandatela alle 22! Agite come se foste voi il padrone di voi stessi.

Che cosa fare?
Perché questa proposta sia proficua dovrete condividere le proposte di cosa fare in quel tempo di disconnessione. Provate ad ascoltarvi e a dire cosa vorreste fare: si accetta di tutto, anche pulire le finestre insieme, oppure impastare una pizza, leggere un libro, costruire un castello o guardare un film. Proposte un po anni ’80, ma io sono di quell’epoca, ed eravamo liberi dai social.

Quando?
Subito! Appena vi viene l’ispirazione, non la perdete.
All’inizio sarà difficile abbandonare l’abitudine di starsene sul divano con il proprio smartphone, c’è sempre una notifica importante da controllare, ma ricordatevi di agire come se foste liberi e non schiavi dalle tecnologie. Ricordate però che la casa, la famiglia ha bisogni di relazioni per mantenersi viva. A meno che non siate semplici coinquilini.
Ma se sentite che quello che sto dicendo ha un pò di verità provate, una volta a settimana, solo il venerdì o tutto il weekend.

Concludo, dicendo che non propongo niente che io non abbia sperimentato.
Che propongo solo cose che ho sperimentato e che hanno portato un contributo alla mia vita.

Aspetto i vostri feedback, sarei così curiosa di conoscere le vostre esperienze.
Buona domenica….disconessa.

19 marzo

Evviva i papà. Ma io lo chiamo babbo.

Evviva il babbo di quando sei adulto, che lo vai a cercare, lo scegli e te lo riprendi.
E lo ritrovi lì, dove lo avevi lasciato, meno supereroe, più vecchio, più umano.

Viva i figli che scelgono di diventare adulti, quelli che si incamminano verso quella ricerca e non perché non vogliono lasciarli soli quei padri burberi, poco accoglienti, che tanto hanno dato e tanto hanno chiesto. Ma solo perché vogliono riconoscere l’umano che c’è in loro. Accogliere la propria storia.
Perdonare, se l’amore non è stato dato nella forma in cui era stato chiesto.

Evviva i babbi, quelli che si lasciano mettere da parte dalle madri, perché più competenti, più empatiche, più veloci e non sbagliano un colpo.
Evviva i babbi che seppur messi da parte non si perdono, vogliono starci e lottano per una relazione anche come mariti.

Evviva quei babbi, che per essere babbi, lasciano il loro ruolo di figlio e si vestono dei panni di adulto. Un’immagine di sé che nessuno aveva costruito ma che, con fatica, sbagliando, prova a creare.

Evviva i babbi che sono goffi con i figli, che sbagliano tutti i colpi, che però continuano a provarci. Io li amo alla follia quei babbi.

Evviva i babbi che chiedono, che si informano e che ci provano.
Ho conosciuto tante mamme che hanno partecipato a incontri, letto libri, guardato video. Ma poche hanno cercato di applicare alla loro vita il cambiamento.

Ma ho conosciuto tanti babbi che quei video non li hanno cercati, ma li hanno guardati e ci hanno provato a cambiare. E spesso ci sono riusciti.

Buona festa del papà anime che sapete stare in silenzio, aspettare, ma non mollate mai.

Condivido questa poesia, che io trovo bellissima e commovente ogni volta.
Lettera di un padre ad una figlia – Riccardo Rossi

Oggi parliamo bene di un uomo che non viene considerato molto, ma che a un certo punto della sua vita NON ha preso una decisione e ha fatto comunque un figlio, o magari meglio per lui, una figlia, ed è a questa ragazza che vorrei parlare…
Quando parliamo di quest’uomo che ci conosce un po’ meglio solo da grandi dobbiamo considerare sempre il fatto che parliamo di un bambino che diventa ragazzo e poi uomo suo malgrado, ma non diventa mai adulto e tutte le cose della vita gli cadono addosso anche se lui non vorrebbe, perché sa di doverle affrontare senza sapere come.
È quell’uomo che a volte non ha un posto dove stare a casa, perché torna sempre per ultimo, e solo da vecchio lo trovi sempre sulla poltrona con un giornale e ti farà finalmente tenerezza: perché tuo padre è quell’uomo che ti ha insegnato ad andare in bicicletta tenendoti il sellino da dietro per non farti cadere.
È quell’uomo del quale ti ricordi solo all’ultimo momento di farti una foto con lui ai tuoi compleanni e se invece al suo ti scordi di fargli gli auguri non ci rimarrà male perché lui lo sa che non l’hai fatto apposta.
È quell’uomo che può litigare con chiunque per tutta la vita ma con te vorrà sempre fare pace in un attimo perché è quell’uomo che ti amerà come non ha mai amato niente nella sua vita.
Tuo padre è quell’uomo che quando ti sposerai compierà l’ultimo sacrificio che la vita gli chiede: portarti all’altare e guardarti da dietro mentre ti lascia la mano…
E ricordati, cara figlia mia, che se una volta, quando sarai una donna, dovessi attraversare un momento difficile in cui ti sentirai sola come mai ti è successo e non troverai nessuno accanto, dovrai girare la testa per guardare dietro di te.

E troverai un uomo solo. Tuo padre.

Per chi lo fai?

È un venerdì sera di inizio febbraio, sono stanca, è stata una giornata faticosa di una settimana faticosa, di un periodo faticoso. Sento che devo riposare. 

Per fortuna la bambina è stanca e si addormenta presto, io decido di spendere le mie ultime energie leggendo. 

Riprendo il libro nel cassetto, abbandonato insieme ad altri avviati, anche se questo è diverso… ultimamente richiama la mia attenzione, cerco di leggerne una o più pagine prima di abbandonarmi al sonno. 

E stasera finalmente ho più tempo delle altre sere.

“Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio per me è sufficiente” (C. Ramville)

Wow!!!!
Come terminare una giornata con un pensiero potente e liberatorio.

Eh si perché in un’epoca di performance, di condivisione social senza giustificato motivo porsi la domanda: PER CHI LO FACCIO? è qualcosa che in me, in questo momento della mia vita, risuona come le campane a mezzogiorno in Prato della Valle, a Padova! 
Le avete mai sentite?

Non puoi non sentirle. 

Se avevi l’illusione di vivere addormentato loro ti fanno tornare presente.

Proprio come la frase:

Per chi lo faccio? Che poi porta alla seconda Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio, per me è sufficiente.

È davvero sufficiente?

O andiamo ancora a bussare alla porta di chi ci ha preceduto a elemosinare un pezzo di riconoscimento da parte di chi non l’ha mai concesso nemmeno a se stesso?

Quando sono in procinto di fare una cosa, una qualsiasi, lo faccio immaginando di ricevere il “bravo!!!!” che sto aspettando da mio padre, mia madre, ecc, oppure vivo perseguendo l’unica possibile scelta di fedeltà, a me stessa? 

Per chi lo faccio? È stata la domanda che mi sono fatta un attimo dopo aver pubblicato il sito internet e deciso di realizzare quel sogno chiuso in un cassetto da ormai troppi anni. Me lo chiedo ogni volta che pubblico un articolo.

 Per chi lo faccio? Lo faccio per me.
Per essere fedele a quella promessa scritta sullo zaino delle superiori “memento audere semper”, per quella maglietta ai tempi dell’università “non mi avrete mai come volete voi“, ma anche per quella roba lì che ormai ho 40 anni e allora, “o adesso o mai più”. 

Ma soprattutto lo faccio perché la condivisione per me è sempre arricchimento. Chi non lo fa, magari perché spaventato di perdere qualcosa, priva gli altri dei suoi doni, e si priva della possibilità di essere contaminato.

Una volta era normale condividere, lo si faceva intorno ad un camino, seduti davanti casa o sotto un albero. Oggi è diventato “mettersi in mostra”, ma come una volta, bisogna stare attenti al modo in cui condivido, a cosa condivido, perché condivido, per chi condivido.

Io guardo con profonda ammirazione chi non si nasconde ma viaggia libero nel mondo, fiero di condividere se stesso, la sua storia, le sue domande, le sue riflessioni. Non mi piace chi condivide solo risposte senza farsi le domande, non mi piace nemmeno chi non accetta che gli altri si possano fare delle domande.

Chi mi credo di essere? Uno come te, cammino, inciampo, cado e mi rialzo. Non mi chiedo che senso ha rialzarsi, ma tendo a chiedermi che senso ha avuto cadere per me, per la mia storia, per la mia vita. 

Ci sono momenti in cui dimentico quel patto di fedeltà a me stessa e cedo ad altri di potere di farmi dire se valgo, quanto. 

Rimango delusa. Chiedendo a chi non ha avuto so già che non potrò ricevere. Ma allora perché? Perché bramare brandelli di riconoscimento a chi veste di toppe?

La riposta è nella ns storia personale. 

La soluzione e il cambiamento sono nella nostra storia personale. 

Allora iniziamo a fare qualche piccolo esercizio di consapevolezza, iniziamo a scegliere come spendere le nostre energie anziché disperdere.

Di fronte ad un’azione, ad una scelta lavorativa, ad una condivisione social, chiediamoci:
per chi lo faccio? 

Lo faccio per sentirmi dire bravo? e allora sorridiamo, perdoniamoci, siamo buffi, tremendamente buffi e goffi di fronte ad una vita che non sempre siamo pronti a vivere.

Bisogna pur sopravvivere!!!

Recuperiamo il diritto a vivere la ns vita da protagonisti, non per il bisogno di sentirci dire quanto siamo bravi ma per il diritto a vivere una vita vera, autentica nelle motivazioni che spingono le nostre azioni. Cerchiamo di togliere quel velo di ipocrisia che ci fa trovare tanti falsi nomi perché ci manca il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. 

Per chi lo faccio? Per i like? che valore ha in me quel click.
Che bisogno di amore si nasconde dietro alla considerazione social?
Che valore ha per la mia vita pesare ciò che dico con la quantità di “mi piace” che ricevo?
Ho bisogno degli altri per avere la percezione di essere vivo oppure sento la mia esistenza presente e viva?

Liberiamoci da quell’immagine perfetta di noi che ci hanno dato, nonostante ci hanno sempre trattati come disastro umani. Ci dicevano: “Sei sempre il solito scansafatiche” e poi pretendevano da noi che fossimo i primi della classe, i primi nello sport, come se per essere tutte queste cose insieme non fosse necessario anche una bella dose di supporto emotivo e autostima.
Che poi come può uno che si è sempre sentito dare del fallito sentir nascere dentro di se un’immagine di se stesso positiva?
(è contorta, lo so, oggi è così!)

Abbiamo una storia. Ma come adulti scegliamo ogni giorno che cosa scrivere sulla pagina del nostro presente che poi determinerà il nostro futuro. E il futuro di chi ci seguirà.

E tu? Con quale parola stai scrivendo il libro della tua vita? Scrivi sotto dettatura oppure stai facendo un tema libero?

Per chi vivi?

Auguro ad ognuno di voi di trovare la forza di sapere perché fate le cose e di farvi bastare il fatto che sapete perché lo state facendo.

Riprendo il libro…

“Se lasciamo che sia il nostro atteggiamento positivo a guidare la ns vita,
nulla potrà più fermarci nella marcia verso il successo.”
Claudia Ramville

Educare alla libertà

Libertà.
Dal dizionario: “capacità del soggetto di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti esterni, e di autodeterminarsi scegliendo autonomamente i fini e i mezzi atti a conseguirli”.

E gli impedimenti interni?
Subdoli, invisibili, quelli che ti piantano a terra e nel passato, come vecchie cornici polverose?

Libertà.
Termine inflazionato, impoverito, trasformato, a seconda delle esigenze. Totalmente personali.

Faccio l’insegnante. Ho l’illusione di educare alla libertà.
Ma io sono libera?

Mi sento libera di dire “NO!”?
Mi sento libera di dire “SI!”?
Di scegliere secondo i miei bisogni?
(Apro una piccola parentesi rispetto a questo così evitiamo fraintendimenti. Non è egoistico ascoltare e dare voce ai propri bisogni. Lo è non farlo perché poi viviamo nella pretesa, che siccome ci spendiamo tanto, gli altri debbano fare altrettanto, annullando – guarda un pò – la libertà dell’altro).

E tu sei libero/a?
Oppure vivi in salde prigioni, in cui le sbarre sono gli attaccamenti e i carcerieri le aspettative di altri?


Avete mai provato a fare qualcosa di inaspettato e autentico ma totalmente opposto a quello che ci si aspettava da voi?
E come ha reagito il mondo circostante a questo slancio di libertà?

Vi siete sentiti accolti? “Non sono d’accordo con te, ma accetto”
Oppure vi siete solo sentiti giudicati? “Da te proprio non me lo aspettavo”… cosa ci si aspetta da te? Quali aspettative stai assecondando?

Chiediamo ogni giorno ai bambini di smettere di ascoltare ciò che provano e di agire fedelmente alla loro natura, per inseguire le nostre idee, le nostre aspettative.
Vi è mai capitato di dire: “Su, su, non è niente, e poi i maschi non piangono, sono forti!” oppure “Mi raccomando comportati bene che sei una femminuccia”.
Ho visto madri terrorizzate quando hanno visto il proprio figlio spingere un passeggino o prendere in braccio un bambolotto. Alle bambine è ammesso allenare la loro capacità di diventare mamme, ai bambini quella di diventare padri no.
Estremizzo e non generalizzo. Lo so che ci sono le eccezioni.

Se chiediamo ad un bambino di smettere di manifestare se stesso, perché qualcuno lo ha chiesto a noi quando eravamo piccoli, stiamo perpetuando una catena di dipendenza per cui: io non so più che provo, ho bisogno di qualcuno che me lo dica. Però dirò a un bambino quello che deve provare (secondo quello che mi è stato detto) e allora addio empatia, ascolto, e tutte quelle cose che ci permettono di stare in relazione.
Rischiamo di popolare il mondo di corpi fisici senza anima, senza vita.

Il “bravo/a” diventerà la misura del mio andar bene, ricercarlo sarà la mia spinta motivazionale all’azione, ma attenzione: così facendo rischiamo di infilarci in lavori che non vogliamo, in relazioni che non desideriamo, in vite che ci peseranno come zavorre e non ci permetteranno mai di navigare in mare aperto.

Ci plasmeremo a immagine e somiglianza di qualcun altro a cui avremo delegato il potere di decidere per me la vita che devo vivere.
Abbiamo delegato il potere, ma la scelta è stata nostra.

Dobbiamo smetterla di prendercela con gli altri.
Forse eravamo distratti e ad un certo punto ci sveglieremo da questo torpore, ma di una cosa dobbiamo essere consapevoli: ogni parola che esce dalla nostra bocca, ogni azione che muove dalla mia mano è solo nostra. Siamo gli unici che abbiamo il potere di dire/non dire quel giudizio, fare/non fare quella carezza.

Quando fai un gesto, un pensiero carino per qualcuno, ti aspetti qualcosa in cambio?
Sai accettare che l’altro dia un valore diverso alle tue azioni?

Sei libero?
Lasci l’altro libero?
Accogli, comprendi, o giudichi chi non fa secondo quello che ti aspetti?

Come reagisci quando tuo figlio vorrebbe fare qualcosa per cui non sei d’accordo? La tua risposta è: “Non sono d’accordo ma ti sostengo” oppure “Fai come ti dico che sono più grande, ho più esperienza”.

Eccoli allora i bambini che anziché cercare se stessi, come unico modello a cui ispirarsi, cercano di accontentare il papà “così è orgoglioso di te”, la mamma “così fa bella figura”, la nonna “così è contenta e mi sgancia qualche caramella sottobanco” e tutto il resto del parentado, pure i defunti che dall’alto ci guardano.

Ma in tutto questo, dove stanno i bambini? Dove la loro libertà?

La libertà, io credo che se riuscissimo ad aprire gli occhi su come viviamo, come educhiamo, smetteremmo di parlarne e forse inizieremmo a cercarla.

Dove?
Ognuno ha le sue cantine buie e polverose dove cercare. Non ci sono scorciatoie ne strade predefinite. C’è solo quel senso di liberarsi da catene messe da chissà chi, da chissà quando.

Riconoscere che sono libero nel fare di tutto perché io possa diventarlo mi permetterà di smettere di cercare qualcosa in una relazione o in una amicizia che mi priva dell’unica cosa di cui sono in possesso. Me stesso.

Io credo che il processo verso la libertà inizia quando ti guardi allo specchio, ti dai un paio di pacche sulle spalle e ti dici che forse non sei così male. Ma che ora BASTA! Devi smetterla di cercare il riconoscimento fuori.

Ora è tempo di trovare il tuo riconoscimento. Non sarà facile.
La libertà si acquista con dolore. Il dolore di lasciare legami ingabbianti e che vogliono vita. Il dolore di salutare noi bambini per diventare adulti e aprirsi alla possibilità di scegliere. Di provare. Di iniziare a sentire il gusto delle cose.

Sì, perché non ve ne siete accorti. Ma cedendo il diritto a fare le vostre scelte, avete rimesso anche il diritto a sentire il gusto della vita.

Lo ritroverete, un pò arrugginito, là dove lo avete lasciato.
Vi sta aspettando. E non vi giudicherà se lo avete relegato in un angolo, vi perdonerà! Abbraccerà la vostra debolezza, si prenderà cura della vostra fragilità e la trasformerà in un dono prezioso, un tesoro autentico, gratuito.

Non è più tempo di rimandare.
Liberando te stesso, liberi gli altri.
Inizia ora.

La libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti.
Nelson Mandela

2021 L’anno dei sogni

Erano gli ultimi giorni di dicembre, desideravo condividere quello che per me, da molti anni, è una sana abitudine di inizio anno: riflettere per chiarire i miei bisogni, mettere per iscritto i miei desideri, guardare al nuovo anno come il migliore in assoluto.

Si, perché ci possono essere anni che vanno meglio e anni che vanno peggio….ma meglio o peggio di che se non lo abbiamo chiarito prima?

Così ho invitato la mia amica Alessia Maracci, autrice del blog Donne eccezionali, counselor e orientare alla felicità, a parlarne in una diretta Facebook, in un appuntamento che abbiamo chiamato: 2021, l’anno dei sogni.

Qualche giorno prima Alessia mi chiama e mi dice: “Di cosa parliamo venerdì Laura? Secondo me con questo titolo hai alzato le aspettative!”
L. “Si Alessia, lo so! È quello che volevo fare” (mi piace osare, c’è una parte di me che qualche volta se lo concede).
A. “Ma secondo te le persone che cosa si aspettano?”
L. “Noi ci occupiamo di responsabilità, del fatto che se le cose vanno bene non è questione di fortuna, dipende da una serie precisa di atteggiamenti e di azioni”

Su queste basi abbiamo costruito un incontro di un’ora e mezzo in cui abbiamo parlato di orientamento, scelte, pianificazione, responsabilità.

Se non decido io per me , lo farà qualcun altro.
Di fronte ad una scelta, quanto ci aiuta essere orientati? Per orientamento intendiamo “avere chiaro la meta da raggiungere”. È importante avere chiaro dove si vuole andare perché questo ci aiuta a fare scelte mirate, senza disperdere energie, senza affannarci in imprese che potrebbero solo affaticarci senza gratificarci. Vagare senza orientamento nel nostro viaggio di vita è un po come scegliere di salire su un autobus senza sapere destinazione. Forse tutti abbiamo desiderato farlo ma quanti di noi ne hanno avuto il coraggio?

Cosa posso mettere in atto io per avere un buon anno?
Immaginarsi al 31 dicembre 2021 e guardarsi indietro. Che cosa ci potrebbe far dire che quello trascorso sia stato un buon anno? Quali progetti vorremmo realizzare inquietante questo periodo di tempo?

Di cosa ho bisogno per fare questo?
1. ASCOLTARE IL MIO BISOGNO e questo comporta prendermi un tempo e uno spazio per respirare, staccarmi un po dalle distrazioni quotidiane e lasciar emergere ciò che nasce da dentro di me. Mettere a tacere il volume esterno e invece alzare al massimo quello interno.
2. DEFINIRE GLI APPUNTAMENTI CON NOI STESSI.

Nel pianificare un nuovo anno Alessia ci ha fornito uno strumento importante per iniziare a farlo, senza indugiare ma prendendoci un impegno serio con noi stessi.

Da dove iniziare?
Prendere un blocco di post-it e scrivere un post-it per ogni ambito di vita:
FAMIGLIA
COPPIA
AMICIZIA
LAVORO
VIAGGI
FORMAZIONE PERSONALE
SALUTE FISICA
PROGETTI

Per ogni area chiedersi:
Cosa possa fare io per questa area?

Abbiamo condiviso un esempio rispetto all’area famiglia, nello specifico:
FAMIGLIA: aumentare la gentilezza, promuovere l’allegria.
Ogni obiettivo va poi strutturato in azioni concrete da fare per raggiungerlo, per esempio, relativamente all’area gentilezza: “chiedere le cose per favore”, ecc.

Per chi lo facciamo?
Nel mettere in atto questi comportamenti evitiamo di aspettarci che l’altro faccia altrettanto, noi non stiamo facendo questo prospetto o operando dei cambiamenti per qualcuno, lo facciamo per noi stessi, per un chiaro progetto che abbiamo su noi stessi.

Nel pianificare il nostro progetto una buona domanda potrebbe essere:
Io come vorrei essere per essere disposto ad amarmi?

Perché qualcuno dovrebbe amarmi?
Quali caratteristiche di me vorrei sviluppare essere più amabile?

Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto,
devi essere pronto a fare qualcosa che non hai mai fatto. 
(Thomas Jefferson)


Natale 2020… è davvero andata così male?

Riflettevo su questo periodo storico “pazzo” dove ognuno di noi, nessuno escluso, è messo nella condizione di vivere le limitazioni, i propri limiti.
È davvero andata cosi male?

Mi interrogo sul senso dei pranzi e delle cene interminabili (soprattutto per chi prepara e pulisce), delle tavolate da 30 persone che poi diventa un conto alla rovescia su chi si autorizza ad andare via per primo, che poi diventa un fuggi fuggi generale.
È davvero andata cosi male?

Quanti di noi sono generalmente presi dall’ansia, anche economica, dei regali, dei cesti e dei pensierini, che poi diventa una corsa a spendere il giusto per poter accontentare tutti?
È davvero andata cosi male?

Personalmente trovo che il senso del Natale e lo spirito del Natale siano altro da tutte le follie descritte sopra. Se mi chiedo: “È davvero andata cosi male?” mi rispondo: “NO!”

Intendiamoci, grande rispetto per le tradizioni e per le famiglie, ma davvero si riduce tutto a questo? Sarà che quest’anno siamo stati veramente nella condizione di poter scegliere come spendere questo tempo lento, di casa e di riposo?

Non si voglia tra le righe cogliere una mancanza di rispetto per tutte le persone che stanno soffrendo per la mancanza dei loro cari, per chi vive un momento precario di salute, tutt’altro. In questo momento vorrei riflettere sull’opportunità che abbiamo in questo Natale 2020: dove gli aperitivi della distrazione sono annullati, i viaggi “per non pensare” cancellati, le tensioni familiari (che poi durante le feste sono sempre scintille) sciolte.
È davvero andata cosi male?

Ci sono ovviamente molte cose che mi mancano, ma se mi interrogo sul senso del Natale questo è sicuramente l’anno in cui l’ho potuto sperimentare.
L’impossibilità avere vaste alternative per “passare il tempo” mi ha messo nella condizione di scegliere con cura il modo in cui trascorrere le mie giornate.
È davvero andata cosi male?

Quante volte ho lamentato di non avere tempo per leggere? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non avere tempo per sistemare la stanza dei giochi, togliendo ciò che non serve? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non riuscire a vedere quel film perché la sera mi addormento sempre troppo presto? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non poter fare una partita a carte in famiglia perché non c’è tempo? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non avere tempo per fare ginnastica? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di… Continua la tua lista e ricorda di scrivere: Ora ce l’ho.

Se non vuoi rischiare di mettere troppa carne sul fuoco crea una lista giornaliera, permettendoti di trasgredirla, di cose che vuoi fare. Pianifica e orienta le tue azioni.
Sentirai che questo tempo ha fatto nascere in te un grande desiderio di “tornare” a te, di prenderti cura di te stesso, perché solo amandoti e prendendoti cura di te, potrai prenderti cura di chi ami.
È davvero andata cosi male?

Non rimandare più. Il tempo è adesso.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato.
A. Einstein