Parlare di scelta ai bambini è educarli al desiderio.

Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare? – F. De André –

Da quale età possiamo iniziare a parlare di scelta per i bambini? E che cosa c’entra con l’educazione al desiderio?
Possiamo iniziare a parlare di scelta più o meno da quando cominciamo a pensare che i bambini facciano i capricci (che poi i capricci non esistono!).

Quando un bambino sta mettendo in atto comportamenti poco graditi al genitore o vietati, oppure sembra agire con aria di sfida, io credo che come adulti abbiamo due opzioni: perdere le staffe, usare un linguaggio giudicante e mortificante nei confronti del nostro bambino, esponendolo ad un clima aggressivo, oppure possiamo agire diventando l’adulto di cui avevamo bisogno quando eravamo bambini.
Se vogliamo veramente sostenere lo sviluppo del bambino che abbiamo di fronte dobbiamo scegliere la seconda opzione.


Come?
Aiutandolo a diventare consapevole del suo comportamento, raccontandogli cosa vedete, immaginando cosa sta accadendo e cosa state vivendo come adulti: “Stai piangendo molto, forse sei stanco.”, “Mi dispiace molto, ti sta aiutando questo abbraccio?”, oppure “In questo momento vedo che non vuoi unirti a noi, scegli tu quando farlo. Noi ti aspettiamo”, oppure, state facendo una passeggiata e vostro figlio si ferma ad ogni foglia (a volte sono veramente troppe!): “Tutto quello che stai vedendo è molto interessante, ma ho voglia di fare una corsetta, ti va di farmi compagnia?” oppure ancora, se il bambino continua a piangere e non sapete che fare, non fate niente. Confermate la vostra presenza, “mi dispiace che tu stia piangendo, in questo momento non capisco cosa tu mi voglia dire, ma sono qui e se vuoi posso abbracciarti!”
Io sono una delle persone che sostengono che non solo la qualità fa la relazione, ma anche la qualità. Devo ammettere però che molto tempo senza qualità è decisamente peggiore della condizione di poco tempo ma di qualità.

Come si fa a rimanere calmi? Come si fa?
Credo che alla base ci sia un fattore individuale, ovvero dipende da quanto sono stati pazienti con noi i nostri genitori o le figure che ci accudivano. A quale ambiente educativo siamo stati esposti? Se avremo interiorizzato modelli di accoglienza, tolleranza, pazienza, sarà del tutto naturale per noi essere pazienti, comprendere il momento “NO” dell’altro e provare a cercare un modo per entrare in relazione con l’altro.
Se invece abbiamo avuto genitori, o figure di riferimento, poco pazienti dovremo impegnarci molto, perché saremo meno tolleranti di fronte l’errore, l’attesa e tutto ciò che “non fila secondo i miei parametri“, Io credo sia importante garantire un modello positivo ai nostri figli, sostenere in loro lo sviluppo della tolleranza, della pazienza.

Dunque cari genitori iniziamo a integrare l’idea che i figli sono individui e iniziamo a comportarci con loro come se non fossero i nostri figli. Di solito è molto difficile che perdiamo la pazienza con gli estranei!!! Quindi meglio considerarli estranei.

Cosa fare?
Quando sentiamo che stiamo per esplodere e che non ce la facciamo più, cerchiamo di spostare l’attenzione dal comportamento all’azione che possiamo compiere. Evitiamo di iniziare a giocare una partita a tennis e iniziamo a scegliere noi stessi. Che modello genitoriale vorremmo essere?

Provate a ritornare all’età di vostro figlio, immaginatevi nella situazione tipica che vi fa saltare i nervi, immaginate di essere vostro figlio.
Entrate in ascolto di voi stessi, siete quel bambino, in quella situazione, come vorreste che vostra madre o vostro padre vi parlasse? Di che cosa avreste bisogno in quel momento?
Se riuscissimo a fare questo piccolo esercizio cambieremmo subito modo di porci nei confronti di nostro figlio, perché prendendoci cura di lui, ci prenderemo cura di quel bambino che alberga ancora in noi e che forse non sempre hanno avuto una mamma e un papà che lo hanno ascoltato.

Come un fuoco dimenticato, l’infanzia può sempre divampare nuovamente dentro di noi. – Gaston Bachelard –

E quindi? cosa c’entra questo con la scelta e il desiderio?
Un bambino compreso, un bambino ascoltato e considerato, è un bambino a cui viene riconosciuta la sua condizione di individuo unico e irripetibile, il diritto di non essere d’accordo, di esprimere la propria opinione. Sarà un bambino che crescerà con la percezione di essere ascoltato, reso partecipe, potrà costruire una positiva immagine di sé che gli permetterà di essere sereno nell’esprimere i proprio bisogni, di vivere in modo autentico alla ricerca della propria felicità, anziché dell’approvazione di un adulto che non lo ha riconosciuto quando era bambino.


E come si fa a parlare di desiderio se non si è mai parlato di scelta?
Io credo che promuovere nel bambino la capacità di operare scelte significa implicitamente avere fiducia in lui, nella sua capacità di discernere. E questo può partire dagli 0 anni, perché ovviamente saranno scelte possibili per l’età del bambino. Io dubito fortemente che un bambino a cui venga negata la propria capacità di scelta sia un bambino che potrà poi avere una buona percezione di se, che possa esprimere la propria opinione senza temere il giudizio altrui. Io credo che sostenere la scelta nel bambino significhi assolutamente sostenere lo sviluppo del coraggio, dell’autodeterminazione e la verbalizzazione dell’adulto di ciò che accade in lui, può avviare la capacità di riconoscere i propri bisogni.

Si, ma che c’entra?
Che cosa fanno gli adulti che non sono stati ascoltati? Vivono alla ricerca dell’approvazione altrui. Non ne sono consapevoli, hanno smesso di sentire i loro bisogni nel momento in cui la figura di riferimento non lo ha ascoltato o ha fatto finta di non sentirlo. Da quel giorno il bambino ha iniziato un lento e irreparabile distacco da se stesso che per ritrovarsi non saranno sufficienti le molliche di pane lasciate sulla via. Al contrario, un adulto che è stato un bambino ascoltato, riconosciuto, un bambino che è stato aiutato a leggere i propri bisogni, sarà un adulto probabilmente più felice, perché avrà chiari i suoi bisogni, si sentirà autorizzato a soddisfarli e sono quasi certa che sarà più felice, perché anziché essere alla ricerca di qualcuno che lo veda e che gli dia un riconoscimento, potrò vivere con coraggio la propria vita, nella pienezza di una scelta.

Piccolo esercizio per casa:
Scrivi una lettera a te stesso e descrivi con aggettivi come vorresti che tuo figlio o tua figlia, o i tuoi figli, parlassero di te.
Dopo aver fatto un elenco di caratteristiche che ti attribuiscono e che tu desideri, immagina cosa puoi fare da oggi per diventare quella mamma lì. É sempre il futuro che determina il presente, non il contrario.

Il guerriero sa che è libero di scegliere ciò che desidera: le sue decisioni sono prese con coraggio, distacco e, talvolta, con una certa dose di follia.
-Paulo Coelho-


Leggere. Che cosa?

Qualche settimana fa ho scritto un articolo sull’importanza della lettura condivisa in famiglia: un bambino esposto precocemente alla lettura è un bambino che svilupperà una buona capacità linguistica, migliorerà le sue competenze socio-emotive, compresa l’autostima. Perché ritornare oggi sull’argomento?
Si sta avvicinando Natale e io credo che regalare un libro sia davvero la scelta migliore, perché il libro non annoia, difficilmente finisce nel dimenticatoio, inoltre permette di inventare nuovi giochi, diventa strumento di relazione.


Che cosa leggere? Va bene leggere qualsiasi cosa?
Io credo di no. Bisogna scegliere e cercare letture di qualità.
Da qualche settimana nel mio profilo Instagram ho avviato una videorubrica in cui leggo ad alta voce alcuni albi illustrati che trovo molto significativi. Sono un’appassionata di letteratura per l’infanzia e li colleziono da molto tempo prima di diventare mamma.
A lungo gli albi illustrati sono stati l’unico strumento che ho utilizzato durante le formazioni con gli adulti, perché io credo che gli albi illustrati sono creati per i bambini ma sono fatti per gli adulti. Il linguaggio e le immagini ci aiutano spesso a comprendere grandi verità che non vogliamo accettare. O facciamo finta di non capire.

Come devono essere i libri? Nello scegliere un libro è importante prendere in considerazione l’età del bambino. Evitiamo di mettere in mano a bambini molto piccoli libri con pagine leggere e di grandi dimensioni: non sono maneggevoli e in più si potrebbero strappare. Importante è che il bambino impari la cura del libro, e lo faccia attraverso tanta esperienza: sarà necessario dunque fornire quelli adatti all’età del bambino. I libri cartonati fino ai 12-18 mesi sono quelli migliori, essendo resistenti il bambino può maneggiarlo, farlo cadere, morderlo. In questo modo potrà sviluppare familiarità con i libri evitando che strappare le pagine si trasformi in un gioco divertente.
Inoltre, e forse è scontato, ma non basta mettere nelle mani del bambino il libro perché lui lo sappia usare. Sarà necessario che l’adulto mostri al bambino l’uso che se ne fa, che lo leggano insieme tante, moltissime volte… fino ad impararli a memoria.
Per i genitori a volte è noioso, “ma leggiamo sempre questo! Non ti annoi? Lo conosci a memoria!” No, il bambino non si annoia! Il bambino ha bisogno di leggerlo ripetutamente, fino a conoscerlo a memoria, per comprenderne il significato profondo, osservare attentamente le immagini e scoprirne i particolari, solo quando il bambino sarà soddisfatto potrà passare al libro successivo. Spesso in questi libri sono contenute semplici frasi in rima, questo aiuta la comparsa del linguaggio. Scegliere libri con immagini che rispecchia il reale lo aiuterà a dare un nome alle cose che lo circonda.

Dai 18-24 mesi si può passare ad albi illustrati con semplici storie, il libro può diventare meno pesante e le pagine più leggere. Il bambino inizierà a prendere confidenza con questo importante strumento di relazione e conoscenza, fino a padroneggiare la storia, a raccontarla lui stesso e a simulare il momento della lettura che normalmente vive con le proprie figure di riferimento.
Ogni età ha i suoi consigli di lettura, qui puoi trovare una guida completa secondo il comitato scientifico di Nati per Leggere: un importante progetto di nazionale finalizzato a promuovere la lettura nei primi anni di vita, sostenere le madri nei primi momenti di vita dei bambini, favorendo nuove occasioni di relazione.

Come leggere? Quando si legge ad un bambino è necessario cercare di farlo assecondando il tono della voce alla storia, rispettando le pause e creando quella suspence che attiva la curiosità del bambino. Non siate frustrati se vostro figlio vi pone domande, prenda il libro e provi a leggere. Sta solo cercando di imitarvi! Insegnate con dolcezza l’ascolto, è una competenza complessa che si acquisisce poco alla volta; cercate quindi di stare con il vostro bambino, evitate di porvi obiettivi rispetto ai tempi di ascolto, cercate solo di vivere quel momento nel massimo delle vostre possibilità.

Qui puoi trovare un documento condiviso dal sito Nati per Leggere in cui vengono condivise le linee guide per poter leggere in modo efficace un albo illustrato.

Ti auguro di trovare il libro adatto per il bambino che hai in mente. Ti invito a fare un giro nella libreria del tuo paese, sfogliare gli albi illustrati, entrare in questo meraviglioso mondo e farti rapire. Buon viaggio.

BULLISMO: Incontri virtuali per problemi reali

Questa settimana voglio invitarvi a due incontri su una piazza virtuale. Mai avrei pensato nella mia vita che una diretta Facebook sarebbe stata la soluzione per trovare uno spazio e un tempo in cui invitare un relatore e confrontarci su temi attuali, importanti.
Questo non è il tempo dell’incontro in carne e ossa ma può essere l’occasione per riflettere, cambiando prospettiva, su cosa è il bullismo, confrontarci sul tema della violenza, della denigrazione e cercare di comprendere quali azioni come adulti possiamo mettere in campo oggi per trasformare la società di domani.

Cercheremo di farlo insieme ad una pedagogista: Emily Mignanelli che cerca sempre di guardare con occhi nuovi ai fenomeni sociali, senza stigmatizzarsi in teorie e preconcetti.

DOVE: Verrà trasmessa una diretta Facebook sulla pagina dell’Associazione di promozione sociale IL GIRASOLE oppure sulla pagina del Corallo, centro di Pedagogia Sistemica

Il primo appuntamento è ALLE RADICI DEL BULLISMO, rivolto a insegnanti, educatori, baby sitter e tutti coloro che in qualche modo si occupano di educazione.
QUANDO: il 1 dicembre e il 14 dicembre ore 17

Il secondo appuntamento è DOVE IMPARANO A ESSERE BULLI rivolto a genitori, nonni, zii e tutti coloro che sono interessati a dare il loro contributo nell’ambito educativo.
QUANDO: il 9 dicembre e il 16 dicembre ore 21

Sarà possibile intervenire in diretta, fare domande e approfondimenti.

L’educazione è un tema che riguarda tutti, a tutti i livelli. Fare educazione non significa creare uomini obbedienti ma pensare al mondo che vorremmo e iniziare oggi a fare in modo di realizzarlo.

Vi aspetto!

Abbiamo così fretta che scrivano…

Questo è un articolo che volevo scrivere da tanto tempo, e a cui tengo molto. Nel farlo sento nascere in me quella sensazione di chi ha fatto una grande scoperta e ha bisogno di condividerla. Perché? Per lo stesso motivo per cui nasce questo sito: offrire un mio contributo sul mondo dell’educazione a tutte quelle persone che per tanti motivi non se ne occupano professionalmente ma se ne stanno occupando praticamente.

Sono molto grata alla possibilità di accedere a conoscenze e percorsi che mi aiutano a riflettere sulle intenzioni delle mie scelte, e siccome riguardano tutti, sento l’urgenza e il dovere di condividerle.
Ciò che potrà seguire, ovvero fare riflessioni, posso interrogativi, adottare nuovi comportamenti, è una responsabilità del tutto personale. E non mi permetterò mai di giudicarla. Ognuno sa cosa può e deve fare per sé.

Oggi vorrei parlare di un comportamento totalmente naturale, a cui i genitori per altrettanto naturale inesperienza espongono il bambino, senza considerare che potrebbero produrre effetti negativi e incidere anche sul futuro successo scolastico del figlio.

Guardate la foto qui sopra:
Se voi foste un genitore, zio/a, nonno/a, educatore o insegnante, quale dei due tipi di colori regalereste ad un bambino dagli 0 ai 6 anni? Con quale dei due colori fareste giocare il bambino in un pomeriggio di pioggia? Perché?

Quello che spesso accade è che uno dei primi regali che vengono fatti ai bambini siano proprio i colori di destra, i pennarelli a spirito per intenderci. E per di più Jumbo.
E non c’è regalo meno adatto per quella età!!!

Proviamo a riflettere insieme su vari aspetti:
Guardate la foto. Pensate alla mano di un bambino di 1 anno di età.
Scegliete il tipo di colore secondo voi più adatto a quel bambino, a quella mano.
Sono certa che avete scelto i colori a pastello. Soprattutto per la loro misura, più vicina alla mano di un bambino. Eh si, perché scrivere è l’ultimo stadio di un lungo processo che richiede molte competenze: ecco perché io credo che non sia necessario esporre i bambini precocemente all’uso di penne, colori, ecc. ma proporre quante più attività propedeutiche all’uso della matita/penna e ad una sua corretta prensione.

Tra i 18 e i 36 mesi le mani del bambino dovrebbero poter lavorare, oltre che con i travasi, anche con allacciature, bottoni e nastri. Tutto ciò che è piccolo può già sostenere l’acquisizione della corretta presa a pinza. A Natale, un buon esercizio in questo senso sarà proprio quello di lasciare che il vostro bambino sposti le palline da un ramo all’altro distribuendole secondo un suo preciso ordine.

La penna, questo strumento magico che permette ai pensieri di fermarsi sulla carta, è un oggetto che i bambini dovrebbero iniziare a usare solo in un secondo momento, dai 2 anni e mezzo; nel periodo precedente (che è puramente indicativo) dovrebbero poter sperimentare i colori a dita, colori a cera piccoli, colori a pastello piccoli. Più sono piccoli, consumati, più aiutano il bambino in maniera del tutto indiretta, e senza nessuno sforzo, a esercitarsi nella presa corretta.
PS: 10 è il numero ideale di colori da mettere a disposizione del bambino (così potrà anche iniziare a interiorizzare il concetto di decina – ma questo discorso merita un articolo a parte).

Ma perché sono migliori i pastello dai colori a spirito? I colori pastello richiedono un maggiore allenamento della mano rispetto ai colori a spirito: il bambino, per imprimere il proprio tratto, deve fare forza e questo permette al bambino, in modo del tutto naturale, di sviluppare forza e resistenza nelle articolazioni fini della mano, utili per scrivere ed evitare i cosiddetti “crampi dello studente” che già nei primi anni della scuola primaria creano molti problemi. Se un bambino associa all’esperienza dell’apprendimento della scrittura la fatica, tenderà a non ripetere l’esperienza, mentre un bambino che associa alla stessa esperienza curiosità, gioia, soddisfazione (e non dolore), grazie ad un buon allenamento della mano (fatto nel periodo 0-6), tenderà a ripetere quell’esperienza, ad amare la scrittura e continuare ad usarla come mezzo per esprimere se stesso, i propri sentimenti, favorendo i processi di autonarrazione.

L’autobriografia ha un valore terapeutico.
Perché non basta avere qualcosa da dire o voglia di raccontarlo, affidando i propri pensieri a un foglio di carta o a una pagina elettronica.
Scrivere di noi e della nostra vita passata sollecita una maturazione interiore.
Duccio Demetrio

Contemporaneamente a queste attività legate alla scrittura in modo diretto, è necessario proporre al bambino attività “pericolose” come l’uso del coltello e della forbice, della grattugia e dello schiaccianoci, in modo da esercitare tutta la muscolatura delle mani, la mobilità e il controllo del polso e delle braccia, oltre a sviluppare la concentrazione, l’autonomia e la prudenza. Preparare dei semplici biscotti natalizi può diventare un importante momento di condivisione in famiglia e un ottimo esercizio per la muscolatura fine della mano, anche questa volta in maniera indiretta e senza nessuna fatica.

I pennarelli a spirito non sono demonizzati, per carità! Qualsiasi forma di rigidità in educazione è bandita, ma è importante conoscere che cosa può favorire o ostacolare un processo di apprendimento. Come genitori dobbiamo domandarci chi è per me il bambino? Come lo sto guardando? Quali sono i suoi veri bisogni? Cosa posso fare per renderlo capace di scegliere e ascoltare le sue esigenze? Saranno proprio le risposte a queste domande che ci permetteranno di operare scelte quanto più vicine all’autentico bisogno del bambino.

Lettura condivisa in famiglia

Che cosa significa per un bambino “fare esperienza di lettura” in famiglia? A quale età è possibile iniziare a leggere ad un bambino? Da che cosa iniziare?
È possibile iniziare a leggere ad un bambino fin dai primi momenti di vita, addirittura c’è chi consiglia di farlo già negli ultimi mesi di gestazione: è importante che anche i papà e non solo le mamme possano farlo: perché i bambini hanno bisogno sia della mamma, sia del papà.

Ma perché leggere è importante e soprattutto leggere insieme? La pratica della lettura ad alta voce, precoce, frequente e di qualità, dal primo anno di vita, influenza il cervello in via di sviluppo, soprattutto dal punto di vista cognitivo. L’accento è posto soprattutto sui benefici relazionali, tra i quali una riduzione delle difficoltà socio-emotive dei bambini e una migliore fiducia in se stesse delle neo madri.” (Giorgio Tamburrini, CSB Trieste) Che cosa leggere? In commercio esistono una varietà infinita di libri suddivisi per fasce di età: ci sono i libri tattili, i libri morbidi, i libri muti, gli albi illustrati. Io credo sia importante leggere ma anche scegliere letture di qualità. Affidarsi ad un libraio di fiducia è la scelta migliore.

Che cosa fare quando si legge ad un bambino? Il genitore, mentre legge, tiene in braccio il bambino, descrive con parole appropriate le immagini e le figure (evitando il linguaggio bambinese), fa domande aperte sulle figure e sulla storia. Anche da piccolissimi e quando il linguaggio è assente? Assolutamente SI!!! Il bambino imparerà, grazie alla narrazione del genitore o della figura di riferimento che legge, a osservare le pagine del libro, a porsi domande su ciò che vede, ad affinare la sua capacità di osservazione, arricchirà in modo naturale il proprio vocabolario, vivrà una relazione significativa con la figura di riferimento. Il bambino fin dai primi momenti di vita potrà toccare il libro, migliorando quindi le abilità fino-motorie (sarà importante quindi acquistarne uno adatto alla sua età), metterlo in bocca, favorendo l’esplorazione e la manipolazione. Mano a mano che il bambino cresce, sarà importante che il genitore gli permetta di completare le frasi del libro, metta a disposizione del bambino libri che possa consultare liberamente senza dover chiedere il permesso ai propri genitori. Evitare di riservare alla lettura il solo momento dell’addormentamento: il libro è un compagno di giochi, è un gioco esso stesso e soprattutto è un valido sostituto di Tv e schermi digitali: l’abuso di libri non ha mai fatto male, a differenza dell’abuso della tecnologia.

“Quando sta nervoso lo metto davanti ad un video del cellulare e si calma subito!” FALSO! Può avere un effetto immediato ma poi…quando si è calmato, provate a toglierlo quello schermo. La luce blu dei dispositivi digitali ha un effetto sul cervello pari all’uso di sostanze psicotrope, droga per intenderci! Crea dipendenza. Uno schermo a luce blu non può e non deve diventare lo strumento di intrattenimento dei bambini. A lungo andare i bambini esposti a schermi a luce blu mostrano nervosismo, disturbi dell’attenzione, difficoltà a dormire. Se un bambino è nervoso provate a prenderlo in braccio, mettetevi seduti, calmi e aprite un libro; abbassate le luci, iniziate a leggere a bassa voce, arricchendo di particolari la narrazione. Il bambino si calmerà. E avrà associato che quando si è nervosi ci si può calmare leggendo. Questa azione diventa esempio per il bambino che non ricorrerà al cellulare come strumento di intrattenimento, ma sarà il libro lo strumento da prendere nei momenti di noia, come gioco, come strumento di relazione. Come genitori cercate di evitare voi stessi di usare i cellulari quando siete in casa sul divano. Evitate di diventare modelli di abuso di dispositivi elettronici. Cercate di diventare modelli di buone prassi.

“La voce di un genitore che legge crea un legame solido e sicuro con il bambino che ascolta. Attraverso le parole dei libri la relazione si intensifica, essi entrano in contatto e in sintonia grazie al filo invisibile delle storie e alla magia della voce”. G. Tamburrini

Perché dobbiamo smetterla di criticare gli altri.

Vi capita mai di avere piccole intuizioni che diventano fasci di luce per la vostra vita?
Mi è successo stamattina! Da un po di tempo a questa parte non mi sento completamente soddisfatta di come mi pongo nei confronti di chi mi circonda, soprattutto delle persone più vicino a me. Sono una mamma, faccio la pedagogista e l’insegnante ma sono anche umana, e quindi limitata. Sto vivendo un periodo in cui vivo sotto pressione, le mie giornate sono piene e inevitabilmente il mio sistema nervoso ne risente.
Divento ipercritica con chi me lo posso permettere, ovvero con chi mi circonda, mi accoglie e so che mi amerà così, anche se sono nervosa.

Questo non mi fa stare bene, ho l’idea di andare con il pilota automatico e soprattutto mi sembra che non sia io a parlare, ma un’altra persona e che non mi è nemmeno troppo simpatica! Ho pensato dunque: “ma è inutile che io con le parole dica a mia figlia di parlarmi con calma, chiedermi le cose per piacere, se lei – in modo totalmente indiretto e passivo – vive un mio modo di fare nei confronti del padre che è intriso di critica, nervosismo”.


I bambini imparano ciò che vivono.
Me lo voglio ricordare.

Cosa posso fare allora? Che cosa voglio fare?
Penso che bisogna avere il coraggio di rompersi, per ricostruirsi.
Voglio avere il coraggio di smettere di fare le solite cose, se voglio diventare nuova.

Da dove posso iniziare? Come posso prendermi cura di me in questo momento così delicato?
1. Posso scegliere di iniziare da un livello esterno che agisce a livello fisiologico: ridurre gli zuccheri, mangiare leggero, per non appesantire l’intestino (il nostro secondo cervello), eliminare il caffè.
2. Posso fare un po di meditazione, prestare attenzione al respiro senza modificarlo. concentrarmi solo su “inhale exhale”.
3. Posso togliermi le scarpe e fare un po di earting.

E poi? E poi, non ci sono scuse, bisogna avere il coraggio di iniziare. Di fare il primo passo. Scegliere l’azione al posto della reazione.
Che poi io questa modalità l’ho imparata, senza nemmeno rendermene conto.
Sono stata esposta ad un ambiente familiare in cui la critica, la denigrazione, era il pane quotidiano. Ma cosa significa questo?
Significa:
a. crescere acquisendo la critica e la denigrazione come modalità privilegiata per rapportarmi al mondo e a ciò che mi circonda;
b. crescere costruendo un se fragile, perché se critico gli altri, figuriamoci nei confronti di me stesso!
c. far pensare al bambino che il mondo che lo circonda non vale niente, favorendo la nascita a la crescita di un grande egocentrismo…che però abbiamo visto essere solo un castello di sabbia.

Ma cosa potrebbe portare questo? Abbiamo veramente bisogno di questo? Abbiamo davvero bisogno di futuri uomini e donne egocentrici, pieni di se che non riescono a sintonizzarsi con le emozioni dell’altro? È solo una remota ipotesi, o siamo già in quel futuro?

Come uomini e donne di oggi ci poniamo mail la domanda: in quale mondo voglio vivere domani? E chi lo fa il mondo di domani? Non lo facciamo forse noi con le azioni di oggi? Non siamo proprio noi a educare gli uomini e le donne di domani?
Siamo sovraesposti all’azione di vomitatori seriali che svuotano le loro frustrazioni nelle piazze, più o meno virtuali, e alimentano la quotidianità con basse frequenze.
Il mondo non può diventare la discarica di chi vive male la propria vita. Io non posso diventare la loro discarica. E nemmeno tu. La mia vita, la tua vita è unica e troppo preziosa, merita di fare e comunicare pensieri di grandezza.

Il pericolo è di criticare chi critica! (diventando esattamente le persone da cui cerchiamo d scappare, che bell’affare eh!)
Voglio prendermi la mia responsabilità. Voglio darmi una seconda possibilità. Voglio una vita nuova. Voglio smettere di rimuginare e pensare a ciò che non va. A come poteva essere diverso. Voglio riconoscere la bellezza che mi circonda. Voglio praticare gentilezza a caso.
Voglio focalizzare la mia attenzione e le mie energie su ciò che desidero per la mia vita e per la mia famiglia.
Inizierò con una lista delle cose da fare, scrivere mi aiuta a prendere maggiormente sul serio i miei propositi. Accompagnare le intenzioni alle azioni è difficile, ma è bene partire da piccoli obiettivi. Sostenibili. Fattibili.

Mi concederò il tempo di essere presente a me stessa, mentre preparo la colazione, mentre mangio, mentre vivo. “La meditazione non è una pratica disgiunta dalle azioni quotidiane; non è altro che il nome per definire una vita vissuta con consapevolezza” Osho.

Voglio provare a vivere consapevolmente. A scegliere le parole che pronuncerò. A vedere l’errore come occasione di rinascita. A selezionare i pensieri con cui alimentare la mia mente. A offrire il mio sguardo. Ad accogliere un abbraccio. A sognare un posto che chiamerò casa. A immaginare un futuro migliore.

L’uomo nobile di animo aiuta gli altri a sviluppare quanto di buono è in loro e a non sviluppare quanto vi è di malvagio. L’uomo da poco fa l’opposto.
– Confucio –

Li accontentiamo ma non li educhiamo

Osservando alcuni genitori, e alcune modalità dei figli alle risposte dei genitori, ma anche osservando le relazioni tra adulti, ho fatto questa riflessione: “Li accontentiamo ma non li educhiamo”. Ma cosa significa per ciascuno di noi accontentare? Accontentare significa, e cito testualmente, rendere temporaneamente contento; soddisfare.
Mi soffermo su due termini nello specifico: temporaneamente e soddisfare.

Il bambino dice: “voglio quello” e il genitore dice: “NO!”
Il bambino piange, urla, inizia a protestare. Il genitore, che si trova nel mezzo di una cena con gli amici, oppure alla cassa del supermercato, sente in quel momento tutti gli occhi puntati su di lui. Ha due possibilità: silenziare il figlio, accontentandolo, e tornare alla cena con gli amici oppure spostare il focus della sua attenzione dagli amici al figlio, essere coerente con il “NO” detto e portare avanti la sua scelta. Poi forse potrà tornare dai suoi amici.
Uso il termine silenziare in modo intenzionale, perché spesso è questo il fine ultimo di alcuni comportamenti dei genitori: silenziare il figlio, farlo smettere. “Piangi e ti do il ciuccio”; “protesti, mi metti in difficoltà, ti dico NO poi SI perché è venerdì sera, sono stanco e voglio rilassarmi un attimo” oppure “è domenica, domani inizia una nuova settimana faticosa, non ti voglio più sentire”. Vi è familiare?

Il problema è che prima è questo, poi quello, e poi quell’altro ancora. Perché?
Perché viviamo in una società consumistica, ovvero una società volta al soddisfacimento indiscriminato di bisogni non essenziali, alieno da ideali, programmi, propositi, tipico della civiltà dei consumi, dove tutto ciò che ci viene proposto suscita in noi un bisogno che va soddisfatto subito. L’adulto può scegliere, in base alle sue priorità, esigenze e possibilità se acquistare o meno un bene, ma il bambino subisce in maniera passiva il messaggio consumistico, per cui pensa che tutto ciò che gli si presenta davanti sia a sua disposizione.
Il bisogno viene dunque soddisfatto temporaneamente, ovvero è soddisfatto fino alla nascita del successivo, e se l’atteggiamento dell’adulto è “ti soddisfo così mi lasci in pace e rilasso un po” in realtà ciò che accadrà sarà: il bambino chiede, l’adulto soddisfa così pensa di stare tranquillo, poi il bambino chiede di nuovo (disturbando il genitore), il genitore accontenta (chiedendo che sia l’ultima richiesta), il bambino accetta ma poi…e così via finché il genitore che non ne può più, esasperato dall’aver accontentato in cambio di pace e tranquillità e dall’aver ricevuto invece solo richieste, si alza, minaccia il figlio che non dovrà più chiedergli niente, torna a casa distrutto e stanco, con la sensazione di non essere riuscito ad avere nessun potere sul figlio.
Ma allora? cosa possiamo fare come genitori per passare un weekend tranquillo? Cosa possiamo fare perché una passeggiata in centro non si trasformi in un incubo?

La soluzione è fare scelte educative, che a dirlo sembra sempre semplice ma che richiede un grande e costante impegno. Comporta un cambio di prospettiva, non più legata al soddisfacimento del bisogno qui e ora (anche per il genitore) ma una risposta che ha il sapore di progetto, che lancia la propria azione in un futuro desiderato, auspicato.

Ecco alcune strategie, che bisogna provare, riprovare e provare ancora, soprattutto se i vostri figli hanno capito che con un pianto il NO si trasforma in un SI. Tenete duro, fissate il vostro obiettivo, che non è la lotta ma mettere in atto azioni educative.
Ogni strategia va un pò calata nella realtà, la sua riuscita dipende da tanti fattori, comprese l’età del bambino, il contesto, e soprattutto da quando e come un NO si trasforma in un SI. Tenete duro, l’obiettivo non è la lotta, ma riuscire a vivere un buon tempo di relazione, evitando che vostro figlio diventi un despota egocentrico. Cosa fare?


1. CONCORDARE PRIMA DI USCIRE: a mia figlia piace molto quando le dico: “facciamo un patto”, la fa sentire responsabile di una scelta, partecipe di un processo di crescita. Il genitore deve prima scegliere dentro di se cosa è disposto ad accettare e cosa no. Successivamente parte la contrattazione, che significa narrare cosa andremo a vivere di lì a poco tempo (il patto va fatto immediatamente prima di fare qualcosa, altrimenti non ha valore e ci si dimentica), dichiarare cosa si è disposti ad accettare, fare una scelta. Faccio un esempio: “Facciamo un patto. Accetto che tu guardi i video di questa estate sul mio telefono (dell’uso di dispositivi ne parleremo presto in uno dei prossimi articoli) ma mettiamo un timer di 5 min. Quando il timer suona mi porti il telefono. Ti va bene?” Per me questa strategia è stata una manna dal cielo, perché ogni volta era un dramma. In questo modo Rebecca gestisce autonomamente il sul tempo a disposizione (Faccio una precisazione: mia figlia ha due anni, il telefono è in modalità aereo, ha accesso solo alle foto e video contenuti nel cellulare).
Questa strategia può essere usata per consumo caramelle e dolciumi vari, acquisto palloncini ecc. Contrattare prima significa rifarsi, nel momento in cui nasce un bisogno, ad un accordo stabilito precedentemente e che entrambe le parti devono rispettare.

2. FAR SCEGLIERE UNA TRA PIÙ OPZIONI (stabilite dal genitore): vorreste andare al parco ma tra giostre, trenino e giochi vari temete che il pomeriggio sarà una lotta tra richieste da soddisfare e bisogni incontentabili. Cosa fate?
Potreste scegliere di andare in un altro parco, evitando di affrontare il problema (ma avrete perso l’occasione per sostenere lo sviluppo del vostro bambino) oppure potreste scegliere di andare, e di cogliere l’occasione per aiutare vostro figlio a gestire situazioni come questa. Potreste fargli vedere i soldi a disposizione, per esempio tre monete, farlo partecipare all’acquisto del biglietto, concordare quali giochi fare con i biglietti a disposizione e semplicemente terminare, senza acquistare altri, quando saranno finiti. Il bambino vede, sperimenta che aveva a disposizione delle risorse e che ora non ci sono più. Se piange, voi non potete farci niente, ripercorrete verbalmente ciò che è accaduto: “avevamo a disposizione tre monete, abbiamo scelto di spenderli cosi, ora sono finiti. Non possiamo farci niente, è così che funziona”. Questo li aiuterà indirettamente a fare piccole sperimentazioni di gestione delle risorse. Gli sarà molto utile da grande.

3. FACCIO TUTTO QUELLO DI CUI SOPRA, MA PROTESTA COMUNQUE, CHE FACCIO? potete accontentare vostro figlio, ma avrete fatto tutti gli sforzi precedenti inutilmente. Oppure potrete sostenere vostro figlio in quel momento, sintonizzandovi emotivamente con lui: “Capisco che in questo momento ti senti frustrato. Come posso aiutarti?” (I bambini hanno sempre soluzioni molto creative); “Anche io ricordo che ci rimanevo molto male quando….allora sai cosa facevo? mi aiutava molto…”

Capisco che qualcuno possa dire, “Eh ma ci vuole un sacco di tempo! e chi ce l’ha?!” Per educare un uomo o una donna ci vuole tempo, costanza, coerenza. Dovrete “perdere molto tempo” con i vostri figli se vorrete guadagnarlo dopo. È un investimento. Vale la pena farlo. Avete mai visto crescere un fiore, una pianta, il costo conto in banca, senza fare sforzi? Senza avere pazienza?

Concludo augurandovi di accontentare meno i vostri figli, che a volte somigliano più a malati terminali a cui va sempre concesso l’ultimo desiderio prima di morire. Vi auguro di spendere più tempo con i vostri figli, contrattare, mediare, insegnare loro ad essere uomini e donne di pazienza, di pace, forti e resistenti alle sfide della vita.

Desiderare significa “avvertire la mancanza delle stelle”,
e quando se ne avverte la mancanza, le si attende con trepidazione
e le si ammira con profondità,
perché non si danno per scontato.
Regaliamo allora ai bambini la possibilità di desiderare.
– elogio della frustrazione-

E se mio figlio morde?

Vi è mai capitato di andare a riprendere vostro figlio al nido e di ritrovarvelo con un morso stampato sul braccio oppure sul viso? Generalmente si passa da un “è normale, tra bambini capita!” a “ma le educatrici che fanno? Come mai non sono riuscite a intervenire?” ad ancora “bisogna che dico alle educatrici di tenere mio figlio lontano da quel bambino aggressivo!”…a tanti altri pensieri ancora.

Quello che spesso non facciamo è chiederci “Cosa vorrà comunicare quel bambino?” e sintonizzarci emotivamente con i genitori, perché trovarsi un figlio con un morso non è assolutamente come essere la mamma di un bambino che morde.
Sì, perché nessun genitore insegna ai propri figli a mordere e quando succede ci si può sentire frustrati (“Il mio morde, gli altri no!”), increduli (“a casa è tanto tranquillo!!”), impotenti (“io non sto all’asilo con lui, come faccio a vietarglielo?!??”), arrabbiati (che poi la rabbia non esiste, è solo una reazione a tutti i precedenti).

E allora che si fa? Generalmente il genitore inizia a confrontarsi chiedendo consigli (e spesso lo si fa alla presenza del bambino, che sente parlare di se in 3^ persona!!! – errore gravissimo), parla in modo logorroico di quanto sia deluso dal comportamento del figlio: è talmente in crisi che giorno e notte il suo unico pensiero è suo figlio che morde. E inizia a guardarlo con altri occhi: non è più il bambino innocente che gioca con le bolle ma è un bambino aggressivo, che potrebbe diventare un bullo, e che mi ha deluso. Infranto il sogno d’amore tra genitore e figlio. Per sempre!

STOP!!!!!!!! Riavvolgete il nastro e ricominciamo da capo. Altrimenti il sogno so trasforma in un incubo. Non ci sono mostri, solo emozioni che vengono agite senza filtri e che hanno bisogno di essere riconosciute, accolte e gestite. 

  • Il bambino morde. È un fatto normale che alcuni bambini mordano. È normale soprattutto se il bambino ha un vocabolario delle emozioni povero e una struttura linguistica immatura. 
  • Il morso è un messaggio. Il bambino in modo veloce e senza possibilità di fraintendimenti ci sta dicendo: “Provo un disagio!” “Adulto che sei con me ho bisogno del tuo aiuto!”
  • E allora, che si fa? Lasciamo che morda e che faccia del male agli altri? NO! Iniziamo da un domanda: “Nell’ultimo periodo ci sono stati cambiamenti importanti nella routine del bambino?”
  • E poi? Come faccio a farlo smettere? Secondo la mia esperienza attraverso il morso il bambino invia un messaggio al genitore, anche se morde durante il tempo che vive al nido o alla scuola infanzia. Il messaggio può comunicare dal “ho bisogno di più tempo con te” a “questa situazione per me è troppo frustrante, ho bisogno di essere portato via perché ho bisogno di calma e tranquillità”. 
  • EVITARE di parlare di morsi quando il bambino non è a scuola o gioca tranquillo con altri bambini; vietato guardare i bambini con occhi sospettosi: amatelo, nella sua fragilità e coinvolgetelo il più possibile: fate insieme, fategli sentire che l’amore che avete per lui è invariato. Ogni bambino ha bisogno di sapere che, a discapito di tutto, i suoi genitori lo ama.
  • EVITARE: “sei cattivo!” “Se mordi vai in punizione!” ecc… serve solo a rendere ancora più nervoso il vostro bambino.

IL COMPITO PIÙ IMPORTANTE SPETTA all’adulto, alla sua capacità di sintonizzarsi con il bambino, guardarlo negli occhi, parlargli a voce bassa e con tono amorevole. 

Per farlo sarà importante lasciarsi guidare dalle educatrici o dalle insegnanti, la loro esperienza e professionalità non è finalizzata a giudicarvi, a etichettarvi come una “cattiva madre!” (parlo alle madri che generalmente soffrono maggiormente questa situazione!) ma a guidarvi alla costruzione di una relazione consapevole, empatica, con il vostro bambino a beneficio di quella giovane anima che sta gridando di essere ascoltata. Se l’adulto affronta questi momenti così critici in modo propositivo, il suo sguardo è attento a comprendere il messaggio sottostante, offre la possibilità al bambino di fare esperienza che è accompagnato, nella sua crescita, da genitori che, seppur lavoratori, indaffarati, e in costante lotta contro il tempo, vivono la relazione con il proprio figlio come una missione prioritaria (e umanitaria) rispetto a tutto il resto; perché non si tratta solo di avere un figlio ma di crescere un adulto forte, sicuro di se, accogliente, che sappia portare nel mondo la parte migliore di sé, che sappia vivere le questioni che lo riguardano in modo critico, senza fermarsi alla superficie ma cercando di approfondire e di comprendere quando e come un problema si trasforma in opportunità.

Il cestino dell’autunno

Capita anche a voi di uscire per una camminata che poi si trasforma in una sosta dopo l’altra per raccogliere un legnato, una bacca o una foglia secca?
Una semplice passeggiata all’aria aperta può trasformarsi in una fantastica avventura se ci armiamo di due fondamentali ingredienti:
– possibilità di stupirci
– pazienza

Se usciamo con l’obiettivo di far prendere un po d’aria ai nostri bambini cerchiamo di abbandonare la modalità adulta della performance: sbrigarsi, camminare veloce e a testa bassa, raggiungere un obiettivo. Quindi cerchiamo di lasciare a casa ogni comunicazione che sia vicina a: “Dai, sbrigati?” “Ma non possiamo fermarci ogni cinque minuti!” “Su, forza!”
Quando decidiamo di fare una passeggiata con i nostri bambini dovremmo darci la possibilità di donarci un tempo e uno spazio nuovi: un tempo lento, per far nascere la curiosità, lo stupore, allenare l’osservazione, la capacità di guardare a ciò che ci circonda; uno spazio di possibilità, verso un orizzonte nuovo, senza la necessità di dare risposte immediate, per noi scontate, ma soffermarsi in uno spazio sospeso di domande, in cui lasciarci stupire dalla capacità del bambino di riflettere sui fenomeni del mondo, di ipotizzare risposte.

Mia figlia Rebecca è davvero molto curiosa e certamente cerco di promuovere questa importante qualità sostenendo il suo bisogno di fermarsi, osservare ciò che cattura la sua attenzione, raccogliere piccoli tesori, portare a casa i doni dell’esperienza vissuta.
Stamattina sia uscite approfittando del fatto che non piovesse: è stato così bello osservare come si fermasse a osservare il cielo, guardare i suoi occhi curiosi che mi chiedevano: “C’è il sole oggi?” “Perché non c’è?”, oppure fermarsi a raccogliere le prime foglie cadute a terra, darle il tempo di confrontare i colori delle foglie diversi, a seconda della tipologia, della fase, chiedersi come mai ci fossero dei gusci vuoti di chiocciole… “Dove sono andate?”
Ogni giorno torniamo a casa con un ricco bottino e così stamattina mi è venuta l’idea di portare con me un contenitore e creare il cestino dell’autunno. Ho letto molti articoli sull’importanza di esporre i bambini ai materiali naturali stagionali e ho pensato che non ci fosse occasione migliore che vivere l’esperienza diretta dell’autunno, e della ciclicità delle stagioni, che raccogliere i suoi tesori e portarli a casa per osservarli, giocare, ecc.

Io credo che la capacità di osservazione della realtà sia una competenza che vada allenata, come la capacità di farsi domande, ecco perché cerco di vivere i momenti di tempo libero in modo attento e presente, per consentirmi di non perdere occasioni di crescita per Rebecca e di relazione tra noi. Credo che siamo molto importante vivere le esperienze insieme, arricchirle di ricordi capaci di evocare episodi, aneddoti, senza considerare che sostenere l’interesse spontaneo del bambino è fondamentale per stimolare un amore per la conoscenza, una curiosità per il mondo che lo circonda e per ogni esperienza che possa rivelarsi occasione di apprendimento. La capacità di osservare il mondo, i fenomeni naturali e la sua ciclicità sono competenze naturali nei bambini ma che hanno necessità di essere sostenuti dai genitori. Come? Ponendo domande. E se è necessario dando risposte, ma farlo senza la presunzione di avere la verità in mano, perché un bambino potrebbe sempre formulare una nuova ipotesi da verificare!

Ah!!! dimenticavo!!! Cercate di utilizzare un linguaggio autentico, reale, evitando diminutivi ecc. I bambini amano classificare e per farlo hanno bisogno di conoscere il termine esatto di ogni cosa. Questo li aiuterà anche ad aumentare il loro vocabolario personale e a orientarsi nel mondo.

PS: cerchiamo quindi di documentarci, sennò rischiamo i confondere una lumaca con una chioccola!!! Tutto questo può rappresentare una grande opportunità per noi adulti: stimolandoci a fare esperienze di apprendimento e comprendere ciò che diamo per scontato ma che non conosciamo.

Buon autunno.

14 settembre. Il grande rientro a scuola

Accompagnare il bambino in questo momento significa provare, da genitori, a mettersi nei loro panni, sentire le voci delle loro emozioni, mettere in atto comportamenti che possano sostenerli. 
Ho provato a immaginarmi bambina, a sentire nel mio cuore cosa vorrei da mio padre o da mia madre, quale atteggiamento vorrei che avessero.
Queste sono i bisogni che ho sentito nascere in me:

“Aiutami a vivere questo momento con calma, senza esasperazioni, ho bisogno che tu mi guardi e che tu sia sintonizzato con le mie emozioni”

“Dimmi – è giunto il momento di entrare alla scuola dell’infanzia- e non perché sono grande (non lo sono quasi mai quando voglio fare le cose che voglio) ma perché è ciò che si fa alla mia età”

“Accompagnami in questo percorso con tranquillità, ho paura di allontanarmi da te ma ho anche tanta voglia di scoprire e di fare da solo!”

“Fammi capire che ti fidi veramente della scuola dell’infanzia e delle persone a cui mi affiderai, lo farò anche io!”

“Dammi il tempo per abituarmi ad accettare questa nuova realtà, è un grande cambiamento! Forse avrò bisogno di qualche giorno in più degli altri, ma ce la farò!”

“Salutami sempre quando vai via! Non sparire senza salutarmi, rimarrei smarrito!”

“Se piango non agitarti, sii tranquillo che stai facendo la cosa che si deve fare. Salutami e vai. Dimmi: Se allunghi troppo il tempo del saluto mi sentirò ancora più ansioso”

“Staremo lontani per un pò di ore! Dimmi che tornerai, ripetimelo tante volte!”

“Quando tornerai sarà una grande emozione! Forse talmente grande che non saprò gestirla, quindi se piango non preoccuparti, sono solo felice! Abbracciami e sorridi!”

Sarà una grande avventura, viviamola insieme.