Siamo i NO che diciamo

Ho ricevuto un’educazione per cui dire NO era da egoisti, quindi mi hanno insegnato che era meglio dire di SI, accontentare, anche se poi questo comporta un enorme sforzo personale, un sacrificio. Della serie… prima viene il dovere, poi il piacere.

Crescendo ho imparato che nella vita bisogna vivere anche facendo le cose che ci piacciono, che è importante trasformare il linguaggio e ho iniziato modificando i miei DEVO in VOGLIO.

“Ma non si può fare solo quello che ci piace…nella vita ci sono anche i sacrifici!”

L’avete sentita anche voi questa voce in testa?
Per me è martellante però ho anche imparato a dare spazio all’altra voce… quella che mi dice:
“Cerca di scegliere, di vivere le cose perché lo vuoi e non perché devi, anche ciò che non ti piace”.
Ecco che allora tutto cambia sapore.
Perché la vita è, né bene, né male, essa è, e si manifesta. A noi poi la scelta di quale parole usare per definire ciò che viviamo, quale dialogo per interpretarla; diventa importante dare spazio e accogliere la parte di noi fragile in modo amorevole, che anche se non è felice di ciò che sta vivendo, sceglie di viverlo pienamente.
Con le energie, la voglia, la motivazione di quel momento.
Magari poca, ma il cento per cento di quel poco.

Oggi ragionavo sul fatto che spesso vorremmo che i nostri figli siano “soldatini” pronti ad accettare e a fare ciò che diciamo. La fase in cui si manifestano i NO (dai 18 mesi in poi) la chiamiamo: i terribili due, giusto per farci un’idea di quanto accettiamo il loro diniego.

Nell’ottica di crescere un figlio che diventerà adulto capace di vivere la propria quotidianità, di scegliere per sé ciò che è bene e rifiutare ciò che è male, evitando dunque di seguire il gregge, la mia domanda è: come li stiamo preparando? Stiamo offrendo loro uno spazio in cui dire NO? Accettiamo che possano dire NO? O accettiamo solo quando fanno ciò che diciamo? Ciò che vogliamo? Inoltre, siamo modello di integrità e riusciamo a dire NO a un invito che non ci piace, ad una proposta che non sentiamo nostra? Oppure diciamo SI per non rimanere “fuori dal gruppo”?

Nel pomeriggio un’amica mi ha chiamata e le ho fatto una proposta relativamente alla possibilità di condividere un progetto. Mi ha risposto: “In questo momento non ce la faccio. Ho troppi impegni e, pur credendo nel progetto, non posso partecipare”.
Il suo NO mi è dispiaciuto molto perché avevo in mente una cosa e se gliel’ho proposta è perché ci tenevo a farla con lei, ma il suo NO mi ha dato uno spazio di riflessione in cui fermarmi a mia volta e domandarmi: “È quello che voglio in questo momento?” in più mi ha permesso di sentire la mia amica nella sua essenza più profonda.
E mi sono detta: “Wow!!! Che figata pazzesca! Ma chi l’ha detto che bisogna sempre dire SI a tutto: idee, proposte, cose, parole…io posso dire NO!!” e se ci penso, quando lo dico, non sento un peso ma un profondo senso di libertà.

È davvero necessario dire SI a tutto? Abbiamo bisogno di tutto oppure ci possiamo permettere il lusso di dire NO?

È molto più semplice dire SI che NO, questo lo dobbiamo riconoscere.
Il NO qualche volta va motivato, può essere doloroso nell’accettarlo, ma il NO mi definisce, dona all’altro la chiarezza di chi sono, in questo momento.
..ma la cosa più importante restituisce me stesso a me. Posso riappropriarmi delle mie scelte, del mio tempo, dei miei valori.

Questo è il mio proposito per questa nuova settimana: dare un nome ai SI che dico, pesare il dovere e il piacere, modificare i miei SI in NO, se per me è troppo “faticoso”.
Darmi la possibilità di definirmi e offrire all’altro una versione di me più autentica, più vera.
Voglio dire dei sinceri SI e provare a dire autentici NO, sentendo la vita che scorre in me nel farlo. Non per opposizione all’altro, ma per amore.

Il giorno dopo la festa della mamma.

Non avevo mai fatto la mamma, l’ho imparato con voi.

Non conoscevo la pazienza, voi me l’avete insegnata.

Conoscevo la critica, con voi ho imparato a comprendere.

Conoscevo il giudizio, con voi ho imparato ad accettare.

Vivevo in modo programmato, con voi ho imparato a chiamare l’imprevisto, amico.

Conoscevo l’organizzazione, con voi ho imparato a farlo sulle montagne russe.

Pensavo di conoscere la coerenza, ma ho scoperto che era rigidità.

Conoscevo l’impegno e il sacrificio, con voi ho imparato la dedizione.

Conoscevo la rabbia, e la conosco ancora, ma ho anche imparato a perdonare.

Conoscevo i “nodi al dito”, mi avete insegnato a dimenticare, ché l’amore è più forte.

Pensavo di essere “nata così”, ho scoperto che sono tutt’altro. Un essere in trasformazione ogni giorno.

Non conoscevo l’amore, voi me lo avete dato. E me lo state insegnando.

Pensavo di non avere un cuore, ho scoperto di averne uno così grande, generatore instancabile di amore.

Pensavo che l’attesa fosse un tempo perso, di dolore, ho imparato che è un tempo guadagnato.

Pensavo che il dolore si dovesse fuggire, ho scoperto che è un tempo di grandi insegnamenti e che senza non saremmo niente.

Conoscevo la fuga come mezzo per fuggire, con voi ho imparato a “stare”.

Pensavo che le scomodità fossero seccature, oggi ho imparato a trovare la mia comodità nella scomodità.

L’inquietudine era la mia compagna di viaggio oggi ci siete voi, e ho trovato la pace.

La mia vita prima aveva senso, ma con voi tutto si è amplificato.

Grazie, ogni giorno.

Con amore, L.

ESSERE VISTI, SENTIRSI AMATI

I bambini hanno bisogno di essere guardati, per lungo tempo. Qualcuno mi ha chiesto: “cosa hai provato quando è morta tua moglie?” Ho risposto: “Per me è cambiata la vita”, perché dopo sono sopravvissuto, non mi è interessato granché restare al mondo. E tuttora non mi interessa granché. La cosa più dolorosa è la perdita del testimone. Tu quando sei al mondo hai bisogno di essere guardato da qualcuno. Quante cose fai perché uno ti guarda? Lo sguardo è il primo processo di socializzazione: Il bambino appena comincia ad aprire gli occhi e incontra lo sguardo della mamma, la prima cosa che fa è ridere perché esce dalla solitudine, entra nella socializzazione. Noi viviamo se qualcuno ci guarda, se qualcuno ci fa da testimone, quando non hai più nessun testimone puoi anche avere sei mila persone che ti applaudono, ma non ti importa niente. I bambini allora bisogna guardarli, mentre giocano, mentre guardano un film; e, mentre lo guardi, chiedigli cosa prova, cosa pensa mentre fa la sua cosa, in questo modo non lo lasci alla sua cosa, alla sua solitudine. Guardandolo puoi accorgerti dei suoi progressi, e li riconosci. Questo lo aiuterà a farne altre mille di passi, per il solo fatto di essere gratificato dallo sguardo”. Umberto Galimberti.
È dall’ascolto di queste parole, che esprimono una verità tanto semplice quanto scontata, che nasce la riflessione di questo mese, che è il primo di un nuovo anno. In quest’epoca in cui di domandiamo spesso che effetto avrà sulla vita psichica dei bambini essere circondati da persone a cui è nascosto il sorriso, io rilancio ricordando che abbiamo lo sguardo. 

Quando il nostro sguardo è distratto, manca.
Se è impegnato a osservare lo scorrere di uno schermo inevitabilmente non può testimoniare la vita che si manifesta davanti ai nostro occhi. Se è impegnato a “catturare” un’immagine da inserire in un profilo social, dimentica la sua funzione reale ovvero di riconoscere e rimandare al bambino ciò che sta accadendo.
Allora dopo aver catturato, sarà importante restituire (da 0 a 99 anni): “Vedo che sei impegnato a costruire una torre molto alta”, oppure “vedo che sei riuscito a fare questa cosa molto difficile…” Faccio esempi a caso, ma necessari per comprendere il tipo di feedback di cui ha bisogno il bambino/adolescente che non è il “bravo!” ma è il: “con il mio sguardo ti vedo, per me esisti, riconosco i tuoi cambiamenti, la tua evoluzione, ti sostengo”.

Perché è così importante? Il bambino/l’adolescente nel momento in cui viene guardato, e quello sguardo produce un pensiero nell’adulto che si trasforma in parole, percepisce di esistere. E percepisce che la sua esistenza è vista da qualcuno. E questo, inevitabilmente, permette di sentirsi parte di una relazione, di sentirsi amati. 

Care mamme che “approfittate” del momento in cui allattate per controllare le notifiche sul cellulare, cari genitori che incollate il vostro sguardo sui social in cerca di notifiche (ovvero di essere guardati da qualcuno) e non prestate attenzione al fatto che il vostro bambino ora sa spingersi sull’altalena da solo, cari individui che cenate con il cellulare sul tavolo per controllare se qualcuno vi cerca, cari tutti, riconosciamo che fisicamente siamo con i nostri figli, con i nostri affetti, ma che in realtà il nostro corpo sta dicendo: “sono qui ma vorrei o mi rendo disponibile ad essere altrove con qualcun altro”.

Per crescere, e aggiungerei, per vivere, abbiamo bisogno che l’altro (il genitore, il partner, l’altro in generale) sia nella relazione: quando parliamo abbiamo bisogno di essere ascoltati con gli orecchi, ma anche con il corpo, con gli occhi.
Non possiamo ascoltare se stiamo facendo un’altra cosa.

Quando una persona ha bisogno di parlarci, richiede la nostra attenzione e gli diciamo: “tu intanto parlami, che io ti ascolto” (e intanto lavi i piatti), oppure “tu dimmi, intanto rispondo un attimo a questa persona” stiamo dicendo all’altro: “ti ascolto ma non sei così importante per me da darti uno spazio esclusivo”.

Mi piacerebbe che questo articolo suscitasse in ognuno di noi la volontà di fare un piccolo esercizio: creare uno spazio esclusivo per le relazioni significative. Se siamo a cena, spegniamo le suonerie dei cellulari e dimentichiamoli per mezz’ora in un cassetto. Se un bambino ci sta parlando diamogli tutta la nostra attenzione, il nostro sguardo. Quello sguardo è l’unico strumento che abbiamo per farlo sentire amato, e quella certezza dell’amore lo farà crescere forte e sicuro. 

QUANDO LA SOFFERENZA DIVENTA MAESTRA

Ho riflettuto tanto sulla possibilità di scrivere questo articolo, ma non potevo agire come se non stessimo vivendo un periodo storico pazzo e tremendamente cruento. Allora ho riflettuto sul come e cosa era importante per me comunicare perché questo dolore, queste immagini, non fossero solo memorie visive ma potessero trasformare la quotidianità di ciascuno di noi, il modo in cui facciamo i genitori, nonni, zii. 

Leggo molti articoli in cui si dice: “non appesantiamo i bambini!”, sono d’accordo ma non nascondiamo la testa, né giriamola dall’altra parte, cerchiamo di fare in modo che questo dolore non vada sprecato, che la sofferenza di milioni di profughi diventi maestra per la nostra vita. Non facciamo come gli ipocriti che pensano che questa sia l’unica guerra e gli ucraini, gli unici profughi. Al mondo ci sono altre guerre e profughi sono anche coloro che arrivano via mare, per scappare da altre guerre altrettanto violente ma sembra che ci interessano meno.

Chissà perché
Generalmente viviamo in case in cui le TV vengono dimenticate accese, le immagini scorrono, le parole creano un sottofondo tutt’altro che piacevole che vanno ad appesantire uno stato d’animo affaticato, un pensiero stanco, quindi anche se questi bambini non li vogliamo appesantire…lo stiamo facendo!

Spegniamo le TV! Accendiamo una candela.
E quando i bambini ci chiederanno: “Perché?” Rispondiamo che stiamo sostenendo con la luce un popolo in pericolo, che nel nostro cuore stiamo coltivando un pensiero di pace.

AH! La pace! Quanto ci piace nominarla con i bambini: “Fate la pace!”, “Non litigate, dovete andare d’accordo!”

Dovete? Ai bambini diciamo “dovete andare d’accordo”
e tu che stai leggendo…ci riesci? Riesci ad andare d’accordo con tutti? Come adulti non dovremmo mai chiedere ad un bambino qualcosa che anche noi non siamo disposti a fare. 

E non paragoniamo la guerra con i litigi! Sono due cose ben diverse. I bambini litigano, non fanno la guerra. Gli adulti non litigano, fanno la guerra. E non bisogna essere capi di Stato, ognuno di noi, ogni giorno, fa le sue personalissime guerre al tizio che gli taglia la strada…a se stesso. “Guerra e conflitto non sono sinonimi, per quanto la comunicazione oggi li usi come tali. Nella guerra c’è violenza, nel conflitto no. Violento non è colui che litiga sempre, ma colui che non sa litigare”, dice Daniele Novara, Centro Psicopedagogico per la pace. “Per questo occorre imparare la competenza conflittuale”.

E poi c’è l’accoglienza, gli aiuti.
I nostri figli vedono che ci stiamo mobilitando per sostenere un popolo martorizzato dalla sofferenza, abbiamo l’opportunità di mostrare che siamo un grande modello di generosità e accoglienza, ma facciamo di tutto perché non siano “a tempo determinato”, cerchiamo di mantenerle e di viverle nel quotidiano e per lungo tempo. Cresciamo in generosità, accoglienza, gratuità, nelle nostre case, all’interno delle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro.

Osservando il periodo storico che stiamo vivendo, sento dunque che come genitori, insegnanti, popolo civile dobbiamo riflettere su alcuni punti:

  1. Educhiamo alla pace permettendo ai bambini di vivere i loro conflitti: sosteniamo i bambini nel costruzione di una competenza legata alla capacità di confliggere, che comporta sentire le proprie emozioni, comunicarle, cercare una risoluzione del conflitto senza perdenti, rispettando l’altro. Impariamo come adulti il linguaggio emozionale, forniamo gli strumenti ai nostri bambini e ragazzi per andare nel mondo e vivere relazioni autentiche, costruttive. Diamo la possibilità ai bambini di allenarsi nelle loro capacità di mediare i conflitti, che non è fare finta di niente ma fare luce sul conflitto, lasciar parlare le loro emozioni.
    Il conflitto non è violenza, piuttosto è quando non si avverano le tue aspettative. Il problema è che oggi tutto ciò che ci infastidisce troppo, viene percepito come violenza. Ma dove c’è una buona educazione al conflitto, la guerra non ha ragione di esserci, Daniele Novara.
  2. Evitiamo tutti quei cartelloni pieni di parole, simboli se poi noi adulti non siamo modelli di accoglienza. Evitiamo di giudicare i bambini quando non fanno ciò che vorremmo, comprendiamo i genitori che, seppur con fatica, provano a fare il loro mestiere riconoscendo che lo fanno senza strumenti, totalmente sprovvisti. E quindi si, a volte arrancano! Un pò per pigrizia, un po’ perché “siamo cresciuti tutti”… E finiamola con questa storia, perché a occhio e croce nessuno è tanto contento di come è cresciuto. Iniziamo a decidere come vogliamo far crescere i nostri figli e da oggi, AZIONI CONCRETE! Ognuno di noi può diventare protagonista del suo cambiamento. 

Tutti insieme possiamo creare una trasformazione culturale. 

CHI DICE DONNA DICE DANNO

Cari uomini avete proprio ragione!!!

Non può capitarvi DANNO peggiore di incontrare una DONNA
Una di quelle che se fuori c’è una pioggerella fine non si preoccupa nemmeno di prendere l’ombrello, sa che non sono i capelli a renderla speciale.

Tremate se incontrate una donna che fa quello che dice e dice quello che fa.
State sperimentando la coerenza, la fedeltà, l’impegno di chi prima di parlare, proporre, promettere, ha riflettuto su ciò che sta dicendo, ha valutato che lo potrà realizzare calcolando tempi, benefici, costi e imprevisti…il tutto in meno di un solo minuto.

Inorridite di fronte ad una donna che non si preoccupa delle sue rughe, ma che piuttosto le guarda con tenerezza, ricordando i sorrisi, le lacrime che hanno abitato quel viso, celebrando le sofferenze perché sa che è il dolore ad aver aperto il suo cuore alla compassione, al perdono, all’amore. 

Attenti a quelle donne che vivono i piccoli e grandi ostacoli della vita con coraggio, caparbietà, consapevoli che spesso sono necessari e che è proprio dalle cadute che si possono trarre i maggiori insegnamenti.

Una donna così sa che la sofferenza è utile per la propria evoluzione spirituale, per questo accetta ogni sfida, senza mai tirarsi indietro. Se poi vi capita quella donna che pazientemente ripete la stessa cosa da X anni, senza arrabbiarsi, lamentarsi ma con amore confida nel ripetita iuvant, accetta i ritardi, approfittando di quel tempo per fare una delle cose in sospeso, che non giudica se mentre il compagno si prepara per uscire, lei ha già: finito di prepararsi, caricato la lavatrice, dettato al telefono la lista della spesa, vestito entrambi i figli… ecco scappate, perché è un vero dramma! 

È veramente un disastro, perché di queste donne non se ne riesce più a fare a meno, non lo sai nemmeno tu il perché. Sai solo che la loro presenza la senti, soprattutto quando non ci sono. 

Difficile accorgersi nel quotidiano del valore che portano nella tua vita, perché fanno tutto ciò che serve con amore, in silenzio, senza rivendicare. Non hanno bisogno di like, o di continue gratificazioni, vivono una vita che non è sopravvivenza ma che scelgono, con coraggio, ogni giorno, e cosi facendo insegnano a farlo anche agli altri, a coloro che hanno la fortuna di viverle, di incontrarle. 

Queste sono le donne che sanno che la lotta, la rivendicazione, sono atteggiamenti che distruggono la relazione e distraggono dall’obiettivo…e accidenti se ne hanno di obiettivi! Hanno chiaro che prima di essere madri, sono mogli e che prima di essere mogli sono donne.
Senza il nutrimento alla donna che c’è in loro non ci sarebbe né la moglie, né la madre. 

Queste donne sono le grandi maestre del nostro tempo, sanno che si insegna con il comportamento, e non con le parole, a vivere una vita in cui intelligenza, forza, coraggio, tenerezza e amore possono convivere.

Sono quelle che parlano delle loro amiche come sorelle, che gioiscono dei successi altrui e si adoperano per favorirli, che vedono nell’altro da sé una risorsa, un più da cui attingere per migliorare. Sono le donne che non hanno paura di sbagliare, di cadere, perché di certo hanno imparato a rialzarsi.
Dunque, cari uomini, scappate se le incontrate, perché la vostra vita sarà un vero disastro. 

Alle mie sorelle dedico questa poesia, Buona festa della donna, ogni giorno

Sorridi donna
sorridi sempre alla vita
anche se lei non ti sorride
Sorridi agli amori finiti
sorridi ai tuoi dolori
sorridi comunque.
Il tuo sorriso sarà
luce per il tuo cammino
faro per naviganti sperduti.
Il tuo sorriso sarà
un bacio di mamma,
un battito d
ali,
un raggio di sole per tutti.
Alda Merini, Sorridi donna

I FIORETTI DI QUARESIMA

Tutti pronti per iniziare con i fioretti?
Abbiamo già scelto di cosa fare a meno per quaranta giorni?
Sigarette, parolacce, dolci… quale sarà il sacrificio con cui ci misureremo fino a Pasqua?

Da qualche anno sto cercando di usare questo tempo come occasione per migliorarmi su aspetti che rappresentano obiettivi di miglioramento ma a cui nel quotidiano presto poca attenzione.
In questo momento storico sento maggiormente il bisogno, e la responsabilità, di farlo.

Non mi concentrerò pertanto sui piaceri quotidiani di cui fare a meno (che spesso da fioretto si trasforma in “Ho un motivo per dimagrire”): che poi mi chiedo… a cosa o a chi può essere utile se io mi privo dei dolci nel periodo di quaresima?
Sicuramente è utile a me e alla mia salute, ma il mondo, soprattutto quello che mi circonda non ne uscirebbe migliorato: come potrei essere migliore se divento nervosa e intrattabile per le privazioni?

Quest’anno voglio porre la mia attenzione sulle azioni che non si presentano spontaneamente ma che voglio intenzionalmente aumentare e fare in modo che diventino abitudini.
In questo momento storico sento un gran bisogno (interno ed esterno) di pace, di grande solidità e stabilità nella pace, con me stessa e con gli altri.

Cercherò quindi di essere più presente a me stessa e agli altri.

Voglio provare a eliminare tutte le brutture delle parole, delle azioni, delle emozioni.

Voglio impegnarmi a trattarmi bene, a crescere in gentilezza nei miei confronti e nei confronti di chi mi circonda.
Voglio scegliere con attenzione le parole che uso, per descrivere una persona, una situazione, ma anche per chiedere o comunicare qualcosa.
Voglio migliorare i gesti della cura affinché parlino di amore, di attenzione.
Voglio comprendere anziché giudicare soprattutto quando si presentano situazioni che mi fanno arrabbiare, soffrire.
Voglio accogliere le mie fragilità, e voglio poter accogliere le fragilità di coloro che mi circondano e che spesso giudico come mancanze nei miei confronti.

È solo partendo da me che posso raggiungere gli altri.
Questo sarà il mio impegno fino a Pasqua.

Quale sarà il tuo?

Buona giornata.
L

OCCHI PER VEDERE

Ognuno di noi ha due occhi, due orecchi, due mani, ma quanti sanno vedere, ascoltare, toccare?

In questo ultimo anno che sono rimasta a casa mi sono dedicata a me, alla mia famiglia, alla preparazione di un nido che sapesse accogliere.
…ma non ho smesso di essere insegnante. E così ho approfittato di questo tempo per studiare, attività che mi piace molto ma che mi è difficile nella quotidianità, per tanti motivi, che sono gli stessi che non permettono a ognuno di noi di dedicarci a ciò che amiamo: ritmi serrati, lavoro, famiglia, ecc.

Sospendere le mie attività lavorative mi ha permesso quindi di dedicarmi allo studio, di spolverare la mia cassetta degli attrezzi, selezionare ciò che c’era, eliminare ciò che ingombrava per fare spazio a qualcosa di nuovo.
L’ho rifornita di strumenti posseduti ma dimenticati, di domande mai poste, di riflessioni che mi stanno spingendo verso un modo di fare l’insegnante che mi piace sempre di più, fatto di scoperta, di domande, di sentire che non è solo con le orecchie, di guardare che non è solo vedere.

Mi sto dunque dedicando all’approfondimento del Metodo Munari attraverso una collana di laboratori tematici creata in collaborazione con l’Associazione Bruno Munari. I testi mi stanno aiutando a capire, ad approfondire ma soprattutto mi stanno donando uno sguardo nuovo sul mondo.

Ecco allora che ieri passeggiavo in campagna e osservavo la natura intorno a me, e mi sembrava di non averla mai vista.
E sono nate in me tre riflessioni: la prima è la constatazione di quale sensibilità e profondità d’animo caratterizzasse l’uomo Bruno Munari. Perché tutti guardiamo ma lui non solo ha visto, ha avuto una grande visione che ancora oggi stupisce.
Poi ho pensato a quanto sia importante come adulti avere quello sguardo per educare i bambini (e quindi i nuovi adulti), per diventare modelli di come posare i propri occhi in modo attento su ciò che ci circonda, per scoprire la bellezza, l’ordine naturale delle cose.

Raccogliere un sasso e buttarlo nel fiume sarà allora un’esplorazione unica: porre attenzione alla sensazione sulla mano del sasso raccolto, differenziare i pesi tra pietre diverse ma apparentemente simili, scorrere la loro superficie . Provare a sentire il tipo di sensazione che ne scaturisce: piacevolezza, fastidio… Gettare il sasso nel fiume diventa poi l’occasione per osservare l’effetto delle pietre che cadono in acqua… e se buttiamo un bastoncino di legno? Cade nello stesso modo? Perché?

Tutto può sembrare così apparentemente sciocco, superficiale ma per un bambino prendere un sasso e buttarlo in acqua è molto diverso da prendere un sasso, essere accompagnati a osservare, metterci le parole per descrivere e sperimentare, buttarlo in acqua, e di nuovo osservare e riflettere.
Accompagnare i bambini in questa osservazione, con il giusto tempo e silenzio, permette a ciascuno (adulto e bambino) di essere nel mondo in maniera presente, di passeggiare guardando ciò che ci circonda, di vivere un’esperienza totalmente aderente al qui ed ora che ha carattere di infinito.

Una passeggiata nella natura può diventare un’esperienza unica di disconnessione dal mondo esterno per connettersi al momento presente, a ciò che ci circonda facendoci percepire tutt’uno con la natura.
È così che mi sono sentita ieri mentre guardavo il cielo, ascoltavo lo scorrere dell’acqua del fiume, guardavo gli alberi… Mi sembrava fosse la prima volta.

Quando ho guardato questo albero con grande stupore ho ricordato il libro dedicato alla Natura:Per disegnare un albero basta disegnare una Y, alle due estremità tracciare altre due Y e così via, creando ramificazioni”.

Eh già! tante Y fanno un albero. Ho 41 anni e ho guardato questo albero per la prima volta. Mi è venuta una gran voglia di tornare a casa e provare a disegnarlo, scoprire che non è poi così difficile disegnare un albero invernale, che potevo smetterla con quella serie infinita di alberi con la chioma verde. Perché la natura risveglia, la relazione con lei dona entusiasmo.
Se tutto questo accade in me adulto, chissà cosa succede nell’animo di un bambino?!

Sostenere i bambini a vivere esperienze nella natura, stimolare la loro curiosità attraverso domande, formulazione di ipotesi, può aiutarli a diventare curiosi, attenti, a promuovere una sensibilità e cura nei confronti della grande madre Natura.
Il Pianeta ha bisogno di cittadini e cittadine che abbiano gli occhi per guardare, una sensibilità per porsi domande, un cuore per amare la natura che li circonda, un sentimento e azioni di cura per preservare la bellezza.
Compito degli adulti che mettono al mondo i figli è proprio questo: promuovere la nascita di sentimenti e azioni che vadano in questa direzione.

Cari adulti diamoci il tempo di poter fare queste esperienze con i nostri figli, siamo sempre di corsa, ma per andare dove?
Alla fine della nostra vita non conteranno i soldi accumulati, saranno le relazioni a scaldarci il cuore, a farci sentire vivi.
Inutile costruire gabbie d’oro se poi non diamo da mangiare all’uccellino che c’è dentro.
Spegniamo il telefono (viviamo il lusso della non reperibilità), riserviamo ai bambini il giusto tempo, che è il tempo lento, di far nascere in loro le domande, le curiosità… evitiamo di dare risposte, invitiamo a sperimentare.

Facciamoci insegnare dai nostri figli a vivere le esperienze in modo totalmente presente al qui ed ora, divertiamoci con loro.
Facciamo come adulti un passo indietro e facciamo fare un passo avanti al nostro bambino interiore, prendiamoci cura di lui e ci prenderemo cura dei nostri figli.



Vi auguro tante avventurose scoperte.

SOGNARE IN GRANDE

È mattina e distrattamente guardo le stories sui social. 
Mi imbatto in un profilo sempre molto interessante e il tema coglie subito la mia attenzione:
“Tu sogni in grande?”
E poi… “e se non lo fai perché?” “Se lo fai perché?”.

Sogno in grande? 
Che significa sognare in grande?
È avere successo?
Che cosa significa avere successo?
Davvero successo è solo quanti followers seguono il tuo profilo o quanti soldi hai in banca?
Ci penso.
No! assolutamente NO!

Per me successo è vivere la vita che scelgo, sviluppare consapevolezza, ampliare la mia coscienza e vivere in un armonia cosmica.
…quindi no, non me ne frega dei soldi, dei conti in banca. Mi interessa essere felice.

Sono felice?

Si, lo sono moltissimo.
Prima di tutto perché sono felice di chi sono, come donna. Sono, inoltre, sposata con un uomo che amo e che rispetto, il nostro rapporto cresce e gli anni che passano sono piccoli passi che stiamo compiendo insieme, nuovi progetti che ci uniscono, nuovi orizzonti da esplorare. Ho la possibilità di essere mamma di due figlie meravigliose, opposte ma la loro vita è piena di doni per me. Vivo in una casa che mi piace, che ho arredato con poco soldi ma con le cose che mi piacciono. Ho la possibilità di vestirmi e di indossare abiti che mi fanno stare bene. Ho tutto ciò di cui ho bisogno.

Ma più di tutti quello che mi rende felice non è visibile ad occhio nudo, e non si può contare.
Mi rende felice sentire la mia qualità di presenza mentre vivo, costruire con intenzionalità il rapporto con mio marito.
La scelta di abbandonare un IO a volte troppo rumoroso a favore del NOI, di avere chiaro il tipo di coppia che vogliamo diventare e per questo ogni giorno ci lavoriamo, consapevoli che non ci sono vinti o vincitori, ma che si vince insieme.

Sono felice delle persone che mi circondano, orgogliosa delle donne amiche che chiamo sorelle, la loro vota per me è modello e mi aiutano in molte occasioni a comprendere, accogliere, perdonare. Sono felice anche delle persone che incontro e che mi mettono in difficoltà, che mi fanno arrabbiare, perché mi offrono l’occasione di conoscere i miei punti di debolezza e mi aiutano a crescere.

Mi rende felice avere gli occhi per vedere oltre ciò che appare e allora la vivacità di mia figlia non è  un atteggiamento che mi sfida ma è l’occasione per me di crescere, di superare me stessa, di allenare la mia pazienza, la mia flessibilità per trovare le strategie migliori per aiutarla a crescere e maturare.

Mi rende piena di vita guardare il mio guardaroba abbandonando l’atteggiamento consumistico del ho tante cose ma niente da mettermi per acquisire quello del ho solo le cose che mi piacciono e quindi ho buttato, dato nuova vita a ciò che non indossavo, e ho scelto di tenere solo ciò che ogni giorno veste la migliore versione di me. Che piace a me. E questo mi fa sentire bene. 
non più schiava della moda, ma con la possibilità di vivere il mio stile

Certo prima ho dovuto spogliarmi del bisogno di sentirmi accettata per quello che avevo, di quella prigione che il Brand doveva farmi sentire quella “giusta”.
È possibile?
No, se ti senti sbagliata continuerai a guardare le altre come se avessero qualcosa di più.

È stato importante per me fare un lungo e complesso percorso di scoperta e definizione della mia identità, riconoscermi padre e madre di me stessa, per cui VIA il giudizio e porte aperte all’amore genitoriale, al perdono, all’accettazione incondizionata, prima verso me stessa, poi verso gli altri. 

Ho perdonato le persone o le situazioni che mi hanno fatto soffrire, quelle che mi ha lasciato dipendente e bisognosa di amore. 
Perdonare e lasciar andare.
Tenere solo gli insegnamenti.

E ora, in questo momento della mia vita, sogno in grande?
Ah SI! Certo che lo sogno. Sogno in grandissimo

Nei miei sogni non c’è il desiderio di essere popolare, non mi interessano i like che ricevo.
Non mi interessano i grandi sogni 2.0.
E non perché snobbo gli altri, ma perché non mi muovo nel mondo in cerca di consensi.
Sento che mi muovo nel mondo con amore, il mio fine non è piacere agli altri, non mi interessa. Sono occupata però a lasciare un’impronta gentile, autentica sul mio cammino e in chi incontro. 
Gli altri mi interessano, eccome! Mi interessa la loro umanità, la relazione.

Non mi piacciono i falsi generosi che fanno qualcosa per il bisogno di sentirsi utili perché non bastano a se stessi. 
Non mi piacciono i falsi altruisti che dicono di fare il tuo bene ma poi agiscono mettendoti in una situazione di dipendenza affettiva.

Mi sento abbastanza onesta da affermare che quando agisco non è per far crescere l’immagine che ho di me. Quando agisco lo faccio con amore e gratuità.

Dunque quali sono i miei sogni?
Il grande sogno che sto vivendo è quello di poter vivere la vita che scelgo ogni giorno. Quello che spero di realizzare invece è poter contribuire ogni giorno a creare un mondo migliore.
Cerco di farlo con grande impegno nel mio ruolo come mamma, mettendomi in discussione, cercando di essere il modello migliore per insegnare alle mie figlie a muoversi con decisione, gentilezza, onestà. Lo faccio sbagliando, ma cercando di rialzarmi sempre.
Lo faccio nel mio ruolo di insegnante, cercando di promuovere nei bambini che incontro riconoscimento, libertà, consapevolezza, ma anche di favorire una riflessione con i loro genitori, affinché possano vedere nei comportamenti dei loro figli messaggi di crescita, attenzione, cambiamento. 

Ho la fiducia che così facendo io possa contribuire a rendere il mondo un posto migliore dove vivere e so di non essere sola in questa missione.

E tu, sogni in grande? Quali sono i tuoi sogni?

A come amore

In questo giorno in cui si celebra l’amore, in ogni forma, condivido una poesia che mi ha colpito, perché spesso siamo coppia ma rimaniamo due individui in coppia, non riuscendo a passare al “noi”.

E questo noi è qualcosa di grande, di importante che non capita a caso ma si costruisce ogni giorno, quando si abbandona il “io sono cosi…” per diventare qualcosa in espansione, che non si ferma a quello che è dato, ma si trasforma, cresce.
È una scelta.

Se questo è amore, mi dico. Ma sì,
questo è l’amore che conosciamo. Ora.
Amore appiccicato, che incolla
quel poco di ala modesta sulla schiena.
Amore legato. In cui si ripete la solfa
del tu e dell’io. Non siamo capaci
di essere insieme acqua e moto,
sale e onda, unica impresa spettacolare.
Come il mare laggiù, lo vedi?

Se questo è amore, mi dico. Mariangela Gualtieri

Oggi auguro ad ogni anima di abbandonare la paura di perdere un po di se stessa per guadagnare il noi, per costruire un ponte verso l’altro senza il timore di non riconoscersi più.
Che sia oggi non solo il giorno per celebrare ma anche per scegliere e creare.

ESSERE VISTI, SENTIRSI AMATI

I bambini hanno bisogno di essere guardati, per lungo tempo.
Qualcuno mi ha chiesto: “cosa hai provato quando è morta tua moglie?”
Ho risposto: “Per me è cambiata la vita”,
perché dopo sono sopravvissuto, non mi è interessato granché restare al mondo.
E tuttora non mi interessa granché.
La cosa più dolorosa è la perdita del testimone.
Tu quando sei al mondo hai bisogno di essere guardato da qualcuno.
Quante cose fai perché uno ti guarda?
Lo sguardo è il primo processo di socializzazione:
Il bambino appena comincia ad aprire gli occhi e incontra lo sguardo della mamma,
la prima cosa che fa è ridere
perché esce dalla solitudine, entra nella socializzazione.
Noi viviamo se qualcuno ci guarda, se qualcuno ci fa da testimone,
quando non hai più nessun testimone puoi anche avere sei mila persone che ti applaudono, ma non ti importa niente.
I bambini allora bisogna guardarli,
mentre giocano, mentre guardano un film;
e, mentre lo guardi, chiedigli cosa prova, cosa pensa mentre fa la sua cosa,
in questo modo non lo lasci alla sua cosa, alla sua solitudine.
Guardandolo puoi accorgerti dei suoi progressi, e li riconosci.
Questo lo aiuterà a farne altre mille di passi, per il solo fatto di essere gratificato dallo sguardo”. Umberto Galimberti.


Ma quanto è semplice questa verità? Scontata! Eppure queste parole hanno avuto un grande effetto in me. In quest’epoca in cui di domandiamo spesso che effetto avrà sulla vita psichica dei bambini essere circondati da persone a cui è nascosto il sorriso, io rilancio ricordando che abbiamo lo sguardo. 

Quando il nostro sguardo è distratto, manca. Non c’è.
Se è impegnato a osservare lo scorrere di uno schermo inevitabilmente non può testimoniare la vita che si manifesta davanti ai nostro occhi. Se è impegnato a “catturare” un’immagine da inserire in un profilo social, dimentica la sua funzione reale ovvero di riconoscere e rimandare al bambino ciò che sta accadendo. Allora dopo aver catturato, sarà importante restituire (da 0 a 99 anni): “Vedo che sei impegnato a costruire una torre molto alta”, oppure “vedo che sei riuscito a fare questa cosa molto difficile…”
Faccio esempi a caso, ma necessari per comprendere il tipo di feedback di cui ha bisogno il bambino/adolescente che non è il “bravo!” ma è il: “con il mio sguardo ti vedo, per me esisti, riconosco i tuoi cambiamenti, la tua evoluzione, ti sostengo”.

Perché è così importante? Il bambino/l’adolescente nel momento in cui viene guardato, e quello sguardo produce un pensiero nell’adulto che si trasforma in parole, percepisce di esistere. E percepisce che la sua esistenza è vista da qualcuno.
E questo, inevitabilmente, permette di sentirsi parte di una relazione, di sentirsi amati. 

Care mamme che “approfittate” del momento in cui allattate per controllare le notifiche sul cellulare, cari genitori che incollate il vostro sguardo sui social in cerca di notifiche (che poi equivale a essere guardati da qualcuno) e non prestate attenzione al fatto che il vostro bambino ora sa spingersi sull’altalena da solo, cari individui che cenate con il cellulare sul tavolo per controllare se qualcuno vi cerca, cari tutti, riconosciamo che fisicamente siamo con i nostri figli, con i nostri affetti, ma che in realtà il nostro corpo sta dicendo: “sono qui ma vorrei o mi rendo disponibile ad essere altrove con qualcun altro”.

Per crescere, e aggiungerei, per vivere, abbiamo bisogno che l’altro (il genitore, il partner, l’altro in generale) sia nella relazione: quando parliamo abbiamo bisogno di essere ascoltati con gli orecchi, ma anche con il corpo, con gli occhi.

Non possiamo ascoltare se stiamo facendo un’altra cosa. Quando una persona ha bisogno di parlarci, richiede la nostra attenzione, se gli diciamo: “tu intanto parlami, che io ti ascolto” (e intanto lavi i piatti), oppure “tu dimmi, intanto rispondo un attimo a questa persona” in realtà le stiamo dicendo all’altro: “ti ascolto ma non sei così importante per me da darti uno spazio esclusivo”.

Mi piacerebbe che questo articolo suscitasse in ognuno di noi la volontà di fare un piccolo esercizio: creare uno spazio esclusivo per le relazioni significative.
Se siamo a cena, spegniamo le suonerie dei cellulari e dimentichiamoli per mezz’ora in un cassetto. Se un bambino ci sta parlando diamogli tutta la nostra attenzione, il nostro sguardo. Quello sguardo è l’unico strumento che abbiamo per farlo sentire amato, e quella certezza dell’amore svilupperà in lui sicurezza, forza, coraggio, qualità necessarie per diventare adulto e camminare nel mondo.

Lo sguardo dona all’altro la percezione di esistere. Di esistere per noi.

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano.
(Paulo Coelho)