DELLA VITA E DELLA MORTE

Dai 3 ai 5 anni i bambini iniziano a porsi le prime domande relativamente la morte. E per noi adulti generalmente iniziano i primi imbarazzi. Cosa succede quando qualcuno non c’è più? Riusciamo a parlare ai bambini della morte? Quando ci diamo la possibilità di parlare della morte, onoriamo anche la vita che c’è stata prima. Parlare di morte è dunque parlare di vita. E parlare di vita comporta anche parlare della morte. 

Molte volte mi è capitato di situazioni in cui i bambini sono stati tenuti lontano dalla possibilità di partecipare ad un culto funebre, fatto in buona fede per preservare il bambino. Ma in realtà non lo stiamo aiutando. Stiamo perdendo l’occasione di dare senso a ciò che si vive. 

Francoise Dolto, psicoterapeuta francese, ha trattato spesso questo argomento con i genitori, ha chiesto loro di sostenere le domande dei bambini, non rifiutarle, di cercare le risposte, non evitarle. Alla domanda: “Perché si muore?” È possibile rispondere “Perché ha finito di vivere”. Poche parole, che soddisfano il sano bisogno del bambino di avere risposte. “Dopo la morte cosa c’è?” Ad ognuno la risposta secondo i propri valori, il proprio credo, ma non lasciamo che queste domande rimangano senza risposta. Se non le abbiamo possiamo onestamente rispondere: “non lo so, ma noi possiamo continuare a ricordare lo zio. Lo sai cosa diceva sempre?…”. Parliamo loro della bellezza di ciò che è stato vissuto, dei momenti condivisi, solo così potremo rendere quella vita immortale. “È andato via!” senza mostrare un corpo, un rito funebre, può indurre il bambino ad un grande senso di smarrimento, instabilità, rispetto alle figure che ama: non si può rifiutare la vita e non si può evitare la morte. A volte come adulti abbiamo la grande paura di affrontare questi discorsi, riconosciamoci piccoli di fronte ai grandi eroi senza paura: i bambini. Per loro invece è un evento del tutto quotidiano, perché la vivono attraverso la natura (foglie che cadono in autunno, per esempio), fanno esperienza quotidiana e diretta dei cicli di nascita e morte. Osserviamo la natura, le stagioni e ricolleghiamola alla nostra vita.

C’è un bellissimo cartone della Disney-Pixar, COCO, che parla del culto dei morti messicano in cui ogni famiglia vive in modo il ricordo di chi non c’è più: è proprio la vita di chi oggi ha terminato di vivere, che ci ha permesso di essere qui. Ricordiamo dunque i nonni sulla poltrona, le nonne che facevano i ferri, le torte delle zie, le partite a carte nei giorni invernali, ricordiamo e onoriamo coloro che ci hanno amato, cresciuti, i loro insegnamenti…perché quando una persona viene a mancare non è tanto l’eredità economica a farcela ricordare, ma le azioni che ha compiuto nella sua vita, le parole che ha donato, l’amore che ha condiviso. Portare questo nei nostri cuori, fare delle azioni che ci fanno ricordare chi amiamo ma che non c’è più, mantengono viva la memoria di quella persona e questo significa rendere immortale la sua vita. E questo per me è importante, per non dimenticare. E allora andiamo nei cimiteri, fermiamoci a raccontare di quanto rendeva speciale quella persona, di cosa ha fatto, delle cose divertenti che ha detto. Da poco tempo è venuta a mancare una persona a cui ero molto legata. Il suo fare materno mi ha sempre fatto sentire una persona scelta, attraverso la cura dei gesti e dell’ambiente in cui viveva, mi ha insegnato a circondarmi di bellezza, di semplicità.

A non strafare, ma ad avere cura delle cose per avere cura anche delle persone. Lei mi ha insegnato ad agire in virtù di un bene per tutti, non un guadagno individuale, ma un benessere collettivo. Mi capita oggi di camminare sotto i tigli di piazza Cavour, a Tolentino, di respirare quel profumo intenso e penso a lei, penso a lei ogni volta che sono vicino ad un tiglio, alle sue battaglie perché non venissero abbattuti, alle sue lotte per donare bellezza a tutti. Le sono grata e quando ci passo con mia figlia le parlo di lei, dei suoi occhi azzurri, dei suoi ideali, dell’esempio che ha rappresentato per me.

Ciao Antonella. 

Perché la morte è vita, luci di luce altrove.
(Dal film Coco)

HAI TUTTO E NON SEI MAI CONTENTO!

Vi è mai capitato di dire questa frase? E di sentirla?

A me è capitato e capita moltissime volte di pensarlo, di dirlo. Come mamma di una bambina di 3 anni è facile pensarlo, dirlo: “Non gli/le basta mai!”, “Ha tutto e vuole sempre di più!”

…e mi permetto di dirlo che non riguarda solo i bambini. Spesso lo pensiamo e lo diciamo anche nelle relazioni con gli adulti.

Ma cosa vuole realmente?

Veramente più abbiamo, più chiediamo, più vogliamo?

O forse chiediamo e vogliamo senza prima aver capito cosa vogliamo?

Parliamo dei bambini, che poi ogni discorso è riconducibile agli adulti.
È mattina, ore 7:30. Il bambino si siede a tavola e dice: “non voglio i biscotti, voglio lo yogurt!”.
Il genitore, che ha i minuti contati e nel frattempo sta svuotando la lavastoviglie, ci prova e dice: “Dai oggi ci sono i biscotti, domani lo yogurt. Mangiali che è tardi!”. Il bambino che non conosce ii tempo ed è seduto al tavolo da solo, ritorna alla carica e ci riprova: “Io non mangio, voglio lo yogurt!”. Il genitore, che nel frattempo è passato a lavarsi i denti e ha un tempo interno che scorre velocissimo, dice (con tono nervoso): “ok, però mangi tutto e veloce, ci siamo intesi?”, il bambino accetta, il genitore prende lo yogurt e lo porge al bambino…ed ecco che il bambino fa una nuova richiesta….e lì, in quel momento, il genitore pensa che sta per esplodere.

Oppure, è domenica, finalmente il tempo del riposo, la famiglia decide di andare a fare una passeggiata al mare: i genitori seduti su una panchina, guardano i figli che giocano al parco e si godono un po di relax. Passano 5 minuti ed eccolo: “mi dai 1€ che prendo una pallina?”, il genitore non ha voglia di discutere, è domenica, vuole solo riposare: “tieni” il bambino va e torna piangendo: “non volevo quella pallina, ne volevo un’altra!”. Il genitore temporeggia, cerca di distrarlo ma non molla, viene accontentato, perché il genitore vuole stare tranquillo. Torna, dopo due palline dobbiamo ritenerci soddisfatti, stiamo bene per 5 minuti poi…”ho sete, voglio il te”, poi “ho fame voglio il gelato” e dal te o il gelato si passa alla caramella e poi…in un’infinita serie di richieste che ci fa sentire sfiniti, al termine del quale, esausti, o ci alziamo spazientiti urlando: “basta torniamo a casa, non ti basta mai! Sei incontentabile!” Seguono pianti, urla, nervosismo crescente, conflitti tra i genitori. (Ho escluso l’ipotesi fornire uno smartphone così sta zitto! perché è una pratica che risponde al bisogno di attenzione con l’isolamento).

Che cosa è successo? Che cosa succede? Io la mia idea me la sono fatta sperimentando e osservando. E quando vedi che funziona, continui.

Le domande che mi hanno spinta a questa riflessione sono state?

  1. La richiesta è chiara, ma qual’è il bisogno? 
  2. Accontentare è la via più veloce per chiudere la questione?
  3. Se accontento ogni richiesta che mi viene fatta, a cosa educo il mio bambino?

Parto dall’ultima domanda, accontentare sempre i nostri figli significa educarli ad un mondo che dice SI, a tutto. È reale il mondo che gli sto presentando? Troverà sempre adulti pronti a soddisfarlo? E questo ha fatto nascere altre questioni, tra le quali: lo sto educando a rispettare e ad ascoltare i bisogni degli altri? La risposta è NO. Pertanto devo assolutamente sapere che questo modo favorisce lo sviluppo di un individuo incapace di leggere i bisogni altrui, totalmente centrato sui suoi bisogni consumistici. Ecco dunque che rispondo alla domanda due: NO!, perché non si chiude la questione, anzi ne apro di sempre nuove e poco coerenti (domanda 1) con il bisogno. Accontentare senza comprendere il bisogno reale significa perdere l’occasione di aiutare il bambino a leggere il suo bisogno. Spesso infatti quello che vuole il bambino è una vicinanza con il genitore, un’attenzione dedicata e totale a lui e le richieste accontentate perché cosi sto tranquillo non fa altro che educare al consumismo, quindi formare uomini e donne che consumeranno in maniera bulimica oggetti, prodotti, denaro senza assolutamente esserne consapevoli.

COSA FARE? 

Cari genitori cercate di educare alla frustrazione di ricevere piccoli NO, non date risposte automatiche, chiedervi se è necessario dire Si. Se la risposta è NO, provate a dirlo. MENO SI, MENO RICHIESTE. SE SO CHE MI DICONO NO A GELATI, PATATINE, FIGURINE, CELLULARE, SMETTO DI CHIEDERE. Sarà dura i primi giorni, ma vi assicuro che i benefici saranno su tutta la vita. 

LA MISURA DI CHI SIAMO.

Quando moriremo, la misura di quello che siamo stati nella nostra vita ci sarà data dai nostri figli, dagli adulti che saremo in grado di mettere nel mondo.

Don Luigi Verdi ha aperto con queste parole un incontro per famiglie nella quiete di un eremo in Toscana: eravamo tutti seduti, accaldati, attenti, attoniti.

Il modo in cui educhiamo i nostri figli ha un peso sulla società intera.

Che cosa significa questo?

Significa per esempio che se sono seduta a tavola, durante i pasti, cerco di evitare di usare il telefono o guardare la TV, ma mi faccio modello di convivialità: racconto la mia giornata, le cose che mi sono piaciute, le difficoltà che ho affrontato, in modo che i miei figli possano acquisire, in modo del tutto indiretto e involontario, le competenze sociali dello stare insieme.

Significa che di fronte ai cosiddetti “capricci” (ricordiamoci che i capricci non esistono) scelgo di non perdere la testa, anche se sono stanca, né di pretendere che mi si porti rispetto perché vengo da una giornata di lavoro che mi ha lasciato senza energia. Scelgo di guardare a mio/a figlio/a per il/la bambino/a che è, riconosco che anche per lui/lei deve essere stata una giornata difficile senza i suoi genitori, incastrato/a tra mille impegni e trasportato/a come un pacco da un’attività all’altra.
Decido di investire le mie energie per rimanere calma, accogliere quel corpicino agitato e far diventare le mie braccia contenitore in cui abbandonare tutte le fatiche del giorno. Cosi facendo so che sto insegnando la pazienza, l’accoglienza, doti necessarie per vivere in un modo fatto di persone in carne e ossa.

Significa che se decido di andare a cena fuori o in vacanza, non scelgo di spegnere mio/a figlio/a davanti uno schermo, ma lo tengo acceso cercando di scegliere una meta tranquilla, in cui può avere uno spazio esterno in cui correre e divertirsi, portandomi uno zaino in cui ho messo cose che possono incuriosirlo/a, accettando anche che di stare seduto a tavola non ne abbia nessuna voglia. In questo modo lo/la imparerà a riconoscere i bisogni dell’altro/a, a rispettarli.

Significa che non faccio diventare mio/a figlio/a un adempimento, un compito giornaliero da assolvere o un problema da gestire. Scelgo di eliminare il tempo speso in modo superfluo (social compresi – che peraltro mi privano di ogni volontà e mi rendono triste) perché voglio avere le energie per aiutarlo/a a trovare le sue soluzioni ai problemi che lo/la preoccuperanno. Scelgo di non essere spicciativa, perché voglio dedicargli/le l’attenzione che merita; scelgo di non avere fretta, perché la sua soddisfazione è importante. Lo farò in modo autentico, nello stesso modo in cui vorrei essere accolta io, perché so che il modo in cui io oggi accolgo la sua persona, i suoi pensieri, le sue emozioni e preoccupazioni, sarà il modo in cui domani accoglierà le sofferenze altrui. 

Significa che anche se faccio un lavoro che mi porta molte ore fuori casa, quando rientro invoco il tanto dimenticato diritto alla disconnessione per connettermi totalmente con i miei figli, il mio partner, il cane, la natura che mi circonda….qualsiasi essere vivente non virtuale. In questo modo ho la possibilità di educare i miei figli ad un modo di stare in casa, in famiglia, nelle relazioni, di vivere una sfera ON-LIVE in cui fare esperienza di vita reale.

Significa infine che cerco di vivere in modo gioioso, perché non posso desiderare che mio/a figlio/a sia felice se io genitore parlo di felicità, ma vivo costantemente incazz***.
Rifiuterò il giudizio, la menzogna, la critica nella mia quotidianità, sceglierò di concentrarmi su ciò che ho, sviluppando la gratitudine, quel senso di pienezza di una vita felice. In questo modo potrò diventare modello di una vita in cui sentirsi soddisfatti.

La felicità è una scelta, ogni giorno. Quanto più vivrò nella soddisfazione e nella gioia, tanto più darò ai miei figli il permesso di fare altrettanto.

Il bello di avere figli… è goderseli.

Pochi giorni fa ero al mare con le mie figlie.
Non potevamo fare il bagno già da un paio di giorni a causa del forte vento e della pioggia.
In quei giorni abbiamo scoperto che il mare può donare grandi tesori, offrire uno spazio relazionale, e la spiaggia può diventare un ambiente ricco di giochi, stimoli, opportunità.

Raccogliere i vetri che il mare, nel suo andare e tornare, rilascia sulla spiaggia.
Esplorarli, con la vista, il tatto.
Uno è più trasparente, l’altro meno.
Uno è più levigato, l’altro meno..
Provare a classificarli.
Per colore, forma.
Disporli in ordine di grandezza.


Gli occhi diventano strumento di osservazione, catalogazione.
Il bambino allena attraverso il gioco la concentrazione, la capacità di osservazione e discriminazione.

Bambino e adulto insieme, in una serie infinita di rilanci, impegnati a costruire momenti di relazione, a fissare ricordi che durante l’inverno possono donare tenerezza, calore.
Dopo l’osservazione si può passare alla sperimentazione, alla costruzione di nuovi giochi: strade, case, ecc.

Mi domando sempre se un gioco di quelli strutturati, acquistati in negozio possa fare tutto questo. Possa tenere impegnati bambino e adulto per un lungo tempo.

La natura si conferma il miglior parco giochi di sempre, il più ricco di materiale, il più bello da toccare e sperimentare, il più emozionante da guardare, il più stupefacente da scoprire.

E allora cari adulti, buon divertimento, scoprite nei vs figli degli ottimi compagni di viaggio, lasciatevi stupire da ciò che vi circonda, ci sono infinite possibilità di esplorazioni: foglie, legnetti, conchiglie, pini, un materiale unico e sempre diverso per ogni stagione.

Buon divertimento.

PS: queste occasioni che io chiamo avventure ed esplorazioni aiuterà vs figlio/a ad imparare divertendosi, a creare un legame speciale con voi, e saranno proprio i momenti di condivisa esplorazione e scoperta a farvi ricordare, ad imprimere nella loro memoria la vs presenza e a ripeterla quando saranno genitori a loro volta.
PS2: Se ci capita di rivolgerci ai ns figli con frasi tipo: “Non mi disturbare”, “Sei una scocciatura!”… fare esperienze di questo tipo li aiuteranno a sentirsi importanti, speciali per voi.

Siamo i NO che diciamo

Ho ricevuto un’educazione per cui dire NO era da egoisti, quindi mi hanno insegnato che era meglio dire di SI, accontentare, anche se poi questo comporta un enorme sforzo personale, un sacrificio. Della serie… prima viene il dovere, poi il piacere.

Crescendo ho imparato che nella vita bisogna vivere anche facendo le cose che ci piacciono, che è importante trasformare il linguaggio e ho iniziato modificando i miei DEVO in VOGLIO.

“Ma non si può fare solo quello che ci piace…nella vita ci sono anche i sacrifici!”

L’avete sentita anche voi questa voce in testa?
Per me è martellante però ho anche imparato a dare spazio all’altra voce… quella che mi dice:
“Cerca di scegliere, di vivere le cose perché lo vuoi e non perché devi, anche ciò che non ti piace”.
Ecco che allora tutto cambia sapore.
Perché la vita è, né bene, né male, essa è, e si manifesta. A noi poi la scelta di quale parole usare per definire ciò che viviamo, quale dialogo per interpretarla; diventa importante dare spazio e accogliere la parte di noi fragile in modo amorevole, che anche se non è felice di ciò che sta vivendo, sceglie di viverlo pienamente.
Con le energie, la voglia, la motivazione di quel momento.
Magari poca, ma il cento per cento di quel poco.

Oggi ragionavo sul fatto che spesso vorremmo che i nostri figli siano “soldatini” pronti ad accettare e a fare ciò che diciamo. La fase in cui si manifestano i NO (dai 18 mesi in poi) la chiamiamo: i terribili due, giusto per farci un’idea di quanto accettiamo il loro diniego.

Nell’ottica di crescere un figlio che diventerà adulto capace di vivere la propria quotidianità, di scegliere per sé ciò che è bene e rifiutare ciò che è male, evitando dunque di seguire il gregge, la mia domanda è: come li stiamo preparando? Stiamo offrendo loro uno spazio in cui dire NO? Accettiamo che possano dire NO? O accettiamo solo quando fanno ciò che diciamo? Ciò che vogliamo? Inoltre, siamo modello di integrità e riusciamo a dire NO a un invito che non ci piace, ad una proposta che non sentiamo nostra? Oppure diciamo SI per non rimanere “fuori dal gruppo”?

Nel pomeriggio un’amica mi ha chiamata e le ho fatto una proposta relativamente alla possibilità di condividere un progetto. Mi ha risposto: “In questo momento non ce la faccio. Ho troppi impegni e, pur credendo nel progetto, non posso partecipare”.
Il suo NO mi è dispiaciuto molto perché avevo in mente una cosa e se gliel’ho proposta è perché ci tenevo a farla con lei, ma il suo NO mi ha dato uno spazio di riflessione in cui fermarmi a mia volta e domandarmi: “È quello che voglio in questo momento?” in più mi ha permesso di sentire la mia amica nella sua essenza più profonda.
E mi sono detta: “Wow!!! Che figata pazzesca! Ma chi l’ha detto che bisogna sempre dire SI a tutto: idee, proposte, cose, parole…io posso dire NO!!” e se ci penso, quando lo dico, non sento un peso ma un profondo senso di libertà.

È davvero necessario dire SI a tutto? Abbiamo bisogno di tutto oppure ci possiamo permettere il lusso di dire NO?

È molto più semplice dire SI che NO, questo lo dobbiamo riconoscere.
Il NO qualche volta va motivato, può essere doloroso nell’accettarlo, ma il NO mi definisce, dona all’altro la chiarezza di chi sono, in questo momento.
..ma la cosa più importante restituisce me stesso a me. Posso riappropriarmi delle mie scelte, del mio tempo, dei miei valori.

Questo è il mio proposito per questa nuova settimana: dare un nome ai SI che dico, pesare il dovere e il piacere, modificare i miei SI in NO, se per me è troppo “faticoso”.
Darmi la possibilità di definirmi e offrire all’altro una versione di me più autentica, più vera.
Voglio dire dei sinceri SI e provare a dire autentici NO, sentendo la vita che scorre in me nel farlo. Non per opposizione all’altro, ma per amore.

Il giorno dopo la festa della mamma.

Non avevo mai fatto la mamma, l’ho imparato con voi.

Non conoscevo la pazienza, voi me l’avete insegnata.

Conoscevo la critica, con voi ho imparato a comprendere.

Conoscevo il giudizio, con voi ho imparato ad accettare.

Vivevo in modo programmato, con voi ho imparato a chiamare l’imprevisto, amico.

Conoscevo l’organizzazione, con voi ho imparato a farlo sulle montagne russe.

Pensavo di conoscere la coerenza, ma ho scoperto che era rigidità.

Conoscevo l’impegno e il sacrificio, con voi ho imparato la dedizione.

Conoscevo la rabbia, e la conosco ancora, ma ho anche imparato a perdonare.

Conoscevo i “nodi al dito”, mi avete insegnato a dimenticare, ché l’amore è più forte.

Pensavo di essere “nata così”, ho scoperto che sono tutt’altro. Un essere in trasformazione ogni giorno.

Non conoscevo l’amore, voi me lo avete dato. E me lo state insegnando.

Pensavo di non avere un cuore, ho scoperto di averne uno così grande, generatore instancabile di amore.

Pensavo che l’attesa fosse un tempo perso, di dolore, ho imparato che è un tempo guadagnato.

Pensavo che il dolore si dovesse fuggire, ho scoperto che è un tempo di grandi insegnamenti e che senza non saremmo niente.

Conoscevo la fuga come mezzo per fuggire, con voi ho imparato a “stare”.

Pensavo che le scomodità fossero seccature, oggi ho imparato a trovare la mia comodità nella scomodità.

L’inquietudine era la mia compagna di viaggio oggi ci siete voi, e ho trovato la pace.

La mia vita prima aveva senso, ma con voi tutto si è amplificato.

Grazie, ogni giorno.

Con amore, L.

ESSERE VISTI, SENTIRSI AMATI

I bambini hanno bisogno di essere guardati, per lungo tempo. Qualcuno mi ha chiesto: “cosa hai provato quando è morta tua moglie?” Ho risposto: “Per me è cambiata la vita”, perché dopo sono sopravvissuto, non mi è interessato granché restare al mondo. E tuttora non mi interessa granché. La cosa più dolorosa è la perdita del testimone. Tu quando sei al mondo hai bisogno di essere guardato da qualcuno. Quante cose fai perché uno ti guarda? Lo sguardo è il primo processo di socializzazione: Il bambino appena comincia ad aprire gli occhi e incontra lo sguardo della mamma, la prima cosa che fa è ridere perché esce dalla solitudine, entra nella socializzazione. Noi viviamo se qualcuno ci guarda, se qualcuno ci fa da testimone, quando non hai più nessun testimone puoi anche avere sei mila persone che ti applaudono, ma non ti importa niente. I bambini allora bisogna guardarli, mentre giocano, mentre guardano un film; e, mentre lo guardi, chiedigli cosa prova, cosa pensa mentre fa la sua cosa, in questo modo non lo lasci alla sua cosa, alla sua solitudine. Guardandolo puoi accorgerti dei suoi progressi, e li riconosci. Questo lo aiuterà a farne altre mille di passi, per il solo fatto di essere gratificato dallo sguardo”. Umberto Galimberti.
È dall’ascolto di queste parole, che esprimono una verità tanto semplice quanto scontata, che nasce la riflessione di questo mese, che è il primo di un nuovo anno. In quest’epoca in cui di domandiamo spesso che effetto avrà sulla vita psichica dei bambini essere circondati da persone a cui è nascosto il sorriso, io rilancio ricordando che abbiamo lo sguardo. 

Quando il nostro sguardo è distratto, manca.
Se è impegnato a osservare lo scorrere di uno schermo inevitabilmente non può testimoniare la vita che si manifesta davanti ai nostro occhi. Se è impegnato a “catturare” un’immagine da inserire in un profilo social, dimentica la sua funzione reale ovvero di riconoscere e rimandare al bambino ciò che sta accadendo.
Allora dopo aver catturato, sarà importante restituire (da 0 a 99 anni): “Vedo che sei impegnato a costruire una torre molto alta”, oppure “vedo che sei riuscito a fare questa cosa molto difficile…” Faccio esempi a caso, ma necessari per comprendere il tipo di feedback di cui ha bisogno il bambino/adolescente che non è il “bravo!” ma è il: “con il mio sguardo ti vedo, per me esisti, riconosco i tuoi cambiamenti, la tua evoluzione, ti sostengo”.

Perché è così importante? Il bambino/l’adolescente nel momento in cui viene guardato, e quello sguardo produce un pensiero nell’adulto che si trasforma in parole, percepisce di esistere. E percepisce che la sua esistenza è vista da qualcuno. E questo, inevitabilmente, permette di sentirsi parte di una relazione, di sentirsi amati. 

Care mamme che “approfittate” del momento in cui allattate per controllare le notifiche sul cellulare, cari genitori che incollate il vostro sguardo sui social in cerca di notifiche (ovvero di essere guardati da qualcuno) e non prestate attenzione al fatto che il vostro bambino ora sa spingersi sull’altalena da solo, cari individui che cenate con il cellulare sul tavolo per controllare se qualcuno vi cerca, cari tutti, riconosciamo che fisicamente siamo con i nostri figli, con i nostri affetti, ma che in realtà il nostro corpo sta dicendo: “sono qui ma vorrei o mi rendo disponibile ad essere altrove con qualcun altro”.

Per crescere, e aggiungerei, per vivere, abbiamo bisogno che l’altro (il genitore, il partner, l’altro in generale) sia nella relazione: quando parliamo abbiamo bisogno di essere ascoltati con gli orecchi, ma anche con il corpo, con gli occhi.
Non possiamo ascoltare se stiamo facendo un’altra cosa.

Quando una persona ha bisogno di parlarci, richiede la nostra attenzione e gli diciamo: “tu intanto parlami, che io ti ascolto” (e intanto lavi i piatti), oppure “tu dimmi, intanto rispondo un attimo a questa persona” stiamo dicendo all’altro: “ti ascolto ma non sei così importante per me da darti uno spazio esclusivo”.

Mi piacerebbe che questo articolo suscitasse in ognuno di noi la volontà di fare un piccolo esercizio: creare uno spazio esclusivo per le relazioni significative. Se siamo a cena, spegniamo le suonerie dei cellulari e dimentichiamoli per mezz’ora in un cassetto. Se un bambino ci sta parlando diamogli tutta la nostra attenzione, il nostro sguardo. Quello sguardo è l’unico strumento che abbiamo per farlo sentire amato, e quella certezza dell’amore lo farà crescere forte e sicuro. 

QUANDO LA SOFFERENZA DIVENTA MAESTRA

Ho riflettuto tanto sulla possibilità di scrivere questo articolo, ma non potevo agire come se non stessimo vivendo un periodo storico pazzo e tremendamente cruento. Allora ho riflettuto sul come e cosa era importante per me comunicare perché questo dolore, queste immagini, non fossero solo memorie visive ma potessero trasformare la quotidianità di ciascuno di noi, il modo in cui facciamo i genitori, nonni, zii. 

Leggo molti articoli in cui si dice: “non appesantiamo i bambini!”, sono d’accordo ma non nascondiamo la testa, né giriamola dall’altra parte, cerchiamo di fare in modo che questo dolore non vada sprecato, che la sofferenza di milioni di profughi diventi maestra per la nostra vita. Non facciamo come gli ipocriti che pensano che questa sia l’unica guerra e gli ucraini, gli unici profughi. Al mondo ci sono altre guerre e profughi sono anche coloro che arrivano via mare, per scappare da altre guerre altrettanto violente ma sembra che ci interessano meno.

Chissà perché
Generalmente viviamo in case in cui le TV vengono dimenticate accese, le immagini scorrono, le parole creano un sottofondo tutt’altro che piacevole che vanno ad appesantire uno stato d’animo affaticato, un pensiero stanco, quindi anche se questi bambini non li vogliamo appesantire…lo stiamo facendo!

Spegniamo le TV! Accendiamo una candela.
E quando i bambini ci chiederanno: “Perché?” Rispondiamo che stiamo sostenendo con la luce un popolo in pericolo, che nel nostro cuore stiamo coltivando un pensiero di pace.

AH! La pace! Quanto ci piace nominarla con i bambini: “Fate la pace!”, “Non litigate, dovete andare d’accordo!”

Dovete? Ai bambini diciamo “dovete andare d’accordo”
e tu che stai leggendo…ci riesci? Riesci ad andare d’accordo con tutti? Come adulti non dovremmo mai chiedere ad un bambino qualcosa che anche noi non siamo disposti a fare. 

E non paragoniamo la guerra con i litigi! Sono due cose ben diverse. I bambini litigano, non fanno la guerra. Gli adulti non litigano, fanno la guerra. E non bisogna essere capi di Stato, ognuno di noi, ogni giorno, fa le sue personalissime guerre al tizio che gli taglia la strada…a se stesso. “Guerra e conflitto non sono sinonimi, per quanto la comunicazione oggi li usi come tali. Nella guerra c’è violenza, nel conflitto no. Violento non è colui che litiga sempre, ma colui che non sa litigare”, dice Daniele Novara, Centro Psicopedagogico per la pace. “Per questo occorre imparare la competenza conflittuale”.

E poi c’è l’accoglienza, gli aiuti.
I nostri figli vedono che ci stiamo mobilitando per sostenere un popolo martorizzato dalla sofferenza, abbiamo l’opportunità di mostrare che siamo un grande modello di generosità e accoglienza, ma facciamo di tutto perché non siano “a tempo determinato”, cerchiamo di mantenerle e di viverle nel quotidiano e per lungo tempo. Cresciamo in generosità, accoglienza, gratuità, nelle nostre case, all’interno delle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro.

Osservando il periodo storico che stiamo vivendo, sento dunque che come genitori, insegnanti, popolo civile dobbiamo riflettere su alcuni punti:

  1. Educhiamo alla pace permettendo ai bambini di vivere i loro conflitti: sosteniamo i bambini nel costruzione di una competenza legata alla capacità di confliggere, che comporta sentire le proprie emozioni, comunicarle, cercare una risoluzione del conflitto senza perdenti, rispettando l’altro. Impariamo come adulti il linguaggio emozionale, forniamo gli strumenti ai nostri bambini e ragazzi per andare nel mondo e vivere relazioni autentiche, costruttive. Diamo la possibilità ai bambini di allenarsi nelle loro capacità di mediare i conflitti, che non è fare finta di niente ma fare luce sul conflitto, lasciar parlare le loro emozioni.
    Il conflitto non è violenza, piuttosto è quando non si avverano le tue aspettative. Il problema è che oggi tutto ciò che ci infastidisce troppo, viene percepito come violenza. Ma dove c’è una buona educazione al conflitto, la guerra non ha ragione di esserci, Daniele Novara.
  2. Evitiamo tutti quei cartelloni pieni di parole, simboli se poi noi adulti non siamo modelli di accoglienza. Evitiamo di giudicare i bambini quando non fanno ciò che vorremmo, comprendiamo i genitori che, seppur con fatica, provano a fare il loro mestiere riconoscendo che lo fanno senza strumenti, totalmente sprovvisti. E quindi si, a volte arrancano! Un pò per pigrizia, un po’ perché “siamo cresciuti tutti”… E finiamola con questa storia, perché a occhio e croce nessuno è tanto contento di come è cresciuto. Iniziamo a decidere come vogliamo far crescere i nostri figli e da oggi, AZIONI CONCRETE! Ognuno di noi può diventare protagonista del suo cambiamento. 

Tutti insieme possiamo creare una trasformazione culturale. 

CHI DICE DONNA DICE DANNO

Cari uomini avete proprio ragione!!!

Non può capitarvi DANNO peggiore di incontrare una DONNA
Una di quelle che se fuori c’è una pioggerella fine non si preoccupa nemmeno di prendere l’ombrello, sa che non sono i capelli a renderla speciale.

Tremate se incontrate una donna che fa quello che dice e dice quello che fa.
State sperimentando la coerenza, la fedeltà, l’impegno di chi prima di parlare, proporre, promettere, ha riflettuto su ciò che sta dicendo, ha valutato che lo potrà realizzare calcolando tempi, benefici, costi e imprevisti…il tutto in meno di un solo minuto.

Inorridite di fronte ad una donna che non si preoccupa delle sue rughe, ma che piuttosto le guarda con tenerezza, ricordando i sorrisi, le lacrime che hanno abitato quel viso, celebrando le sofferenze perché sa che è il dolore ad aver aperto il suo cuore alla compassione, al perdono, all’amore. 

Attenti a quelle donne che vivono i piccoli e grandi ostacoli della vita con coraggio, caparbietà, consapevoli che spesso sono necessari e che è proprio dalle cadute che si possono trarre i maggiori insegnamenti.

Una donna così sa che la sofferenza è utile per la propria evoluzione spirituale, per questo accetta ogni sfida, senza mai tirarsi indietro. Se poi vi capita quella donna che pazientemente ripete la stessa cosa da X anni, senza arrabbiarsi, lamentarsi ma con amore confida nel ripetita iuvant, accetta i ritardi, approfittando di quel tempo per fare una delle cose in sospeso, che non giudica se mentre il compagno si prepara per uscire, lei ha già: finito di prepararsi, caricato la lavatrice, dettato al telefono la lista della spesa, vestito entrambi i figli… ecco scappate, perché è un vero dramma! 

È veramente un disastro, perché di queste donne non se ne riesce più a fare a meno, non lo sai nemmeno tu il perché. Sai solo che la loro presenza la senti, soprattutto quando non ci sono. 

Difficile accorgersi nel quotidiano del valore che portano nella tua vita, perché fanno tutto ciò che serve con amore, in silenzio, senza rivendicare. Non hanno bisogno di like, o di continue gratificazioni, vivono una vita che non è sopravvivenza ma che scelgono, con coraggio, ogni giorno, e cosi facendo insegnano a farlo anche agli altri, a coloro che hanno la fortuna di viverle, di incontrarle. 

Queste sono le donne che sanno che la lotta, la rivendicazione, sono atteggiamenti che distruggono la relazione e distraggono dall’obiettivo…e accidenti se ne hanno di obiettivi! Hanno chiaro che prima di essere madri, sono mogli e che prima di essere mogli sono donne.
Senza il nutrimento alla donna che c’è in loro non ci sarebbe né la moglie, né la madre. 

Queste donne sono le grandi maestre del nostro tempo, sanno che si insegna con il comportamento, e non con le parole, a vivere una vita in cui intelligenza, forza, coraggio, tenerezza e amore possono convivere.

Sono quelle che parlano delle loro amiche come sorelle, che gioiscono dei successi altrui e si adoperano per favorirli, che vedono nell’altro da sé una risorsa, un più da cui attingere per migliorare. Sono le donne che non hanno paura di sbagliare, di cadere, perché di certo hanno imparato a rialzarsi.
Dunque, cari uomini, scappate se le incontrate, perché la vostra vita sarà un vero disastro. 

Alle mie sorelle dedico questa poesia, Buona festa della donna, ogni giorno

Sorridi donna
sorridi sempre alla vita
anche se lei non ti sorride
Sorridi agli amori finiti
sorridi ai tuoi dolori
sorridi comunque.
Il tuo sorriso sarà
luce per il tuo cammino
faro per naviganti sperduti.
Il tuo sorriso sarà
un bacio di mamma,
un battito d
ali,
un raggio di sole per tutti.
Alda Merini, Sorridi donna

I FIORETTI DI QUARESIMA

Tutti pronti per iniziare con i fioretti?
Abbiamo già scelto di cosa fare a meno per quaranta giorni?
Sigarette, parolacce, dolci… quale sarà il sacrificio con cui ci misureremo fino a Pasqua?

Da qualche anno sto cercando di usare questo tempo come occasione per migliorarmi su aspetti che rappresentano obiettivi di miglioramento ma a cui nel quotidiano presto poca attenzione.
In questo momento storico sento maggiormente il bisogno, e la responsabilità, di farlo.

Non mi concentrerò pertanto sui piaceri quotidiani di cui fare a meno (che spesso da fioretto si trasforma in “Ho un motivo per dimagrire”): che poi mi chiedo… a cosa o a chi può essere utile se io mi privo dei dolci nel periodo di quaresima?
Sicuramente è utile a me e alla mia salute, ma il mondo, soprattutto quello che mi circonda non ne uscirebbe migliorato: come potrei essere migliore se divento nervosa e intrattabile per le privazioni?

Quest’anno voglio porre la mia attenzione sulle azioni che non si presentano spontaneamente ma che voglio intenzionalmente aumentare e fare in modo che diventino abitudini.
In questo momento storico sento un gran bisogno (interno ed esterno) di pace, di grande solidità e stabilità nella pace, con me stessa e con gli altri.

Cercherò quindi di essere più presente a me stessa e agli altri.

Voglio provare a eliminare tutte le brutture delle parole, delle azioni, delle emozioni.

Voglio impegnarmi a trattarmi bene, a crescere in gentilezza nei miei confronti e nei confronti di chi mi circonda.
Voglio scegliere con attenzione le parole che uso, per descrivere una persona, una situazione, ma anche per chiedere o comunicare qualcosa.
Voglio migliorare i gesti della cura affinché parlino di amore, di attenzione.
Voglio comprendere anziché giudicare soprattutto quando si presentano situazioni che mi fanno arrabbiare, soffrire.
Voglio accogliere le mie fragilità, e voglio poter accogliere le fragilità di coloro che mi circondano e che spesso giudico come mancanze nei miei confronti.

È solo partendo da me che posso raggiungere gli altri.
Questo sarà il mio impegno fino a Pasqua.

Quale sarà il tuo?

Buona giornata.
L