IL TEMPO DELL’AVVENTO

Aspetto il mare, lo aspetto a riva
Aspetto il tuffo di un’onda viva
Aspetto il sole sopra una foglia
Aspetto un fiore sulla mia soglia
Aspetto giochi, aspetto musi
Aspetto un bacio ad occhi chiusi
Aspetto incanti ad occhi aperti
Aspetto te, che li hai scoperti.

Canti dell’attesa, ed. Il leone verde piccoli

Dicembre è indubbiamente uno dei periodi che richiama l’attesa. Quella del Natale: i bambini, gli adulti che rivedono nei bambini la magia dello stupore, i cattolici, gli atei, gli agnostici. Quasi ogni famiglia attende il 25 dicembre con un calendario, di dolcetti, filastrocche o piccole sorprese… ciò che conta è l’attesa, la scoperta, almeno fino a Natale.

Ma le attese non sono solo quelle di Natale. Ci sono attese tutto l’anno, che durano molti anni. E non sempre i giorni sono scanditi da cioccolate o piccole sorprese. Spesso il tempo dell’avvento personale è cadenzato da passi pesanti, difficili, impazienti.

Ah quanta attesa prima dell’attesa!
Penso soprattutto ai progetti di genitorialità, alle maternità e alle paternità che tardano ad arrivare, a tutte quelle storie di donne e di uomini taciute, temute, che in una società performante non sempre trovano spazio. Perché una coppia che non riesce ad avere figli si sente un pò rotta, ma non sa dove.

Come viviamo i nostri avventi personali? Abbiamo la stessa fiducia che riponiamo nel fatto che Natale di certo arriverà?

Pazienza non significa sopportare passivamente, ma essere tanto lungimirante da confidare nell’esito conclusivo di un processo. Cosa significa pazientare? Significa guardare la spina e vedere la rosa, guardare la notte e vedere l’alba. Impazienza significa essere tanto miopi da non riuscire a vedere il risultato.
Elif Shafak

È un tempo strano quello dell’attesa, di qualcosa che desideri ma non sai se avverrà. Richiede pazienza, fiducia, lucidità…ah quanto siamo deboli di lucidità. Che poi mentre scrivo penso che il termine “lucidità” ha la stessa radice di luce, quella che serve per illuminare il mondo intorno a noi, ma soprattutto dentro di noi.
Una luce che richiama i termini di consapevolezza, crescita, senso, condivisione, dolcezza, tenerezza, perdono.

È questo il tempo per prendersi cura di noi stessi, delle nostre ferite. Ricercare il senso di quella paternità o maternità, le motivazioni che ci spingono a volere un figlio, a domandarci che tipo di genitori vorremo essere…e iniziare a esserlo.
Se vissuto con un moto interiore dell’accoglienza, e non della lotta, può diventare il momento migliore per noi, quello che ci può mettere sulla strada del cambiamento, della trasformazione, per incontrare il figlio o la figlia che la Vita vuole per noi.

Poi c’è il tempo del desiderio realizzato. Oh quanta emozione nella possibilità di sentirsi pieni di vita, pieni di felicità. Ma quanto riusciamo a vivere questo tempo in modo pieno, onorando quell’attesa estenuante che a tratti pensavamo interminabile? Siamo in grado di testimoniare la bellezza di ciò che stiamo vivendo oppure questo meraviglioso momento deve trovare uno spazio nell’agenda, in una routine fitta di impegni che ci fa giungere agli ultimi giorni “senza nemmeno essercene resi conto”?

Sto incontrando molte donne che, dopo aver percorso strade impervie e interminabili, dolorose, faticose, a livello fisico ma soprattutto psicologico, riescono a realizzare il loro desiderio di maternità, diventando nido per l’anima che li ha scelti ma che, nonostante la sofferenza e la fatica, non si danno il permesso di viverlo, perché una società performante le vuole lavoratrici, professioniste, multitasking. Perché a queste richieste perfomanti donne non riescono ad anteporre se stesse e il proprio bisogno di fare spazio o non riescono ad accettare che sono sostituibili.

Ogni donna vive una maternità personale, non esiste modalità migliore di un’altra, esiste però la maniera migliore per ciascuna di noi.
Interroghiamoci sulla modalità migliore per noi, che ci consenta di vivere pienamente ciò che abbiamo desiderato. Cosa ci fa sentire felici?

Chi siamo? Siamo quello che facciamo? No, siamo molto di più.
Siamo quello che pensiamo, quello che sentiamo, quello che agiamo. E quando una donna desidera diventare nido, è in quell’istante che diventa madre.

Diventiamo madri nel momento in cui desideriamo fare spazio nella nostra vita ad un altro IO che diventa NOI. Lo siamo nel momento in cui la nostra attenzione, il nostro desiderio è rivolto ad un progetto più grande di amore, che non si realizza nel figlio che nasce ma nella società intera.

Stiamo per mettere alla luce un individuo che vivrà in un mondo fatto di relazioni, di partecipazione. La sua capacità di starci adeguatamente dipende da come è stato atteso a sua volta, da quali occhi lo hanno riconosciuto, molto tempo prima di essere visto.
Arrivare alla nascita con un corredo pronto, una camera arredata, non ci fornisce gli strumenti per accogliere quell’individuo che ci ha scelti come genitori. Dobbiamo dotarci degli strumenti del mestiere del genitore se vogliamo diventarlo veramente, dobbiamo metterci nella disponibilità di lasciarci trasformare ogni giorno, se vogliamo rendere l’arrivo di questo ospite tanto atteso un momento unico, irripetibile, di grande consapevolezza e pienezza.

Durante la mia prima gravidanza mi regalarono un libro, che ho poi consigliato e regalato a molte amiche e donne che ho incontrato, per sostenerle nel viaggio dall’essere donna e moglie all’essere anche madre. Io non so amo approcciarmi in modo improvvisato alle situazioni e sarò sempre grata a quella amica, sorella, che mi ha permesso di agire in modo intenzionale, non sprovveduto, integro nella relazione con mia figlia.

Il testo di Tracy Hogg può essere un sostegno nella lettura di un linguaggio a cui non siamo abituati. La scrittrice che ha osservato i neonati nella sua esperienza come professionista, condivide non solo alcune strategie per fronteggiare i momenti di crisi, ma allena ad un metodo che può permettere ai genitori di sentirsi calmi e sereni nel gestire il pianto di un bambino che è una delle situazioni che mette maggiormente in crisi un adulto.
Ebbene sì! Difficile a credersi, ma è proprio così!

Vi lascio a questo mese di attesa e magia, augurandomi che ogni attesa può diventare un tempo propizio magico, in cui, alla fine, ciò che ho imparato è molto più di ciò che ho sofferto, e ciò che vivo è molto più di ciò che avrei potuto vivere.

Non preoccuparti di dove ti porterà la strada.
concentrati invece sul primo passo.
È questa la parte più difficile, e inquietante questo consiste la tua responsabilità.
Una volta fatto quel passo, lascia che tutto vada dove deve andare, il resto verrà da sé.
Non seguire la corrente. Sii tu la corrente.

Elif Shafak, Le quaranta porte.

Sto scrivendo perché ho vissuto tutto questo, vorrei che ogni donna e ogni uomo possano vivere il loro viaggio di attesa con la fiducia che il dolore non è sprecato, che la Vita non ci abbandona e che tutto ciò che spesso cerchiamo fuori lo possiamo trovare molto più velocemente se guardiamo dentro di noi.

Con amore, Laura

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