Li accontentiamo ma non li educhiamo

Osservando alcuni genitori, e alcune modalità dei figli alle risposte dei genitori, ma anche osservando le relazioni tra adulti, ho fatto questa riflessione: “Li accontentiamo ma non li educhiamo”. Ma cosa significa per ciascuno di noi accontentare? Accontentare significa, e cito testualmente, rendere temporaneamente contento; soddisfare.
Mi soffermo su due termini nello specifico: temporaneamente e soddisfare.

Il bambino dice: “voglio quello” e il genitore dice: “NO!”
Il bambino piange, urla, inizia a protestare. Il genitore, che si trova nel mezzo di una cena con gli amici, oppure alla cassa del supermercato, sente in quel momento tutti gli occhi puntati su di lui. Ha due possibilità: silenziare il figlio, accontentandolo, e tornare alla cena con gli amici oppure spostare il focus della sua attenzione dagli amici al figlio, essere coerente con il “NO” detto e portare avanti la sua scelta. Poi forse potrà tornare dai suoi amici.
Uso il termine silenziare in modo intenzionale, perché spesso è questo il fine ultimo di alcuni comportamenti dei genitori: silenziare il figlio, farlo smettere. “Piangi e ti do il ciuccio”; “protesti, mi metti in difficoltà, ti dico NO poi SI perché è venerdì sera, sono stanco e voglio rilassarmi un attimo” oppure “è domenica, domani inizia una nuova settimana faticosa, non ti voglio più sentire”. Vi è familiare?

Il problema è che prima è questo, poi quello, e poi quell’altro ancora. Perché?
Perché viviamo in una società consumistica, ovvero una società volta al soddisfacimento indiscriminato di bisogni non essenziali, alieno da ideali, programmi, propositi, tipico della civiltà dei consumi, dove tutto ciò che ci viene proposto suscita in noi un bisogno che va soddisfatto subito. L’adulto può scegliere, in base alle sue priorità, esigenze e possibilità se acquistare o meno un bene, ma il bambino subisce in maniera passiva il messaggio consumistico, per cui pensa che tutto ciò che gli si presenta davanti sia a sua disposizione.
Il bisogno viene dunque soddisfatto temporaneamente, ovvero è soddisfatto fino alla nascita del successivo, e se l’atteggiamento dell’adulto è “ti soddisfo così mi lasci in pace e rilasso un po” in realtà ciò che accadrà sarà: il bambino chiede, l’adulto soddisfa così pensa di stare tranquillo, poi il bambino chiede di nuovo (disturbando il genitore), il genitore accontenta (chiedendo che sia l’ultima richiesta), il bambino accetta ma poi…e così via finché il genitore che non ne può più, esasperato dall’aver accontentato in cambio di pace e tranquillità e dall’aver ricevuto invece solo richieste, si alza, minaccia il figlio che non dovrà più chiedergli niente, torna a casa distrutto e stanco, con la sensazione di non essere riuscito ad avere nessun potere sul figlio.
Ma allora? cosa possiamo fare come genitori per passare un weekend tranquillo? Cosa possiamo fare perché una passeggiata in centro non si trasformi in un incubo?

La soluzione è fare scelte educative, che a dirlo sembra sempre semplice ma che richiede un grande e costante impegno. Comporta un cambio di prospettiva, non più legata al soddisfacimento del bisogno qui e ora (anche per il genitore) ma una risposta che ha il sapore di progetto, che lancia la propria azione in un futuro desiderato, auspicato.

Ecco alcune strategie, che bisogna provare, riprovare e provare ancora, soprattutto se i vostri figli hanno capito che con un pianto il NO si trasforma in un SI. Tenete duro, fissate il vostro obiettivo, che non è la lotta ma mettere in atto azioni educative.
Ogni strategia va un pò calata nella realtà, la sua riuscita dipende da tanti fattori, comprese l’età del bambino, il contesto, e soprattutto da quando e come un NO si trasforma in un SI. Tenete duro, l’obiettivo non è la lotta, ma riuscire a vivere un buon tempo di relazione, evitando che vostro figlio diventi un despota egocentrico. Cosa fare?


1. CONCORDARE PRIMA DI USCIRE: a mia figlia piace molto quando le dico: “facciamo un patto”, la fa sentire responsabile di una scelta, partecipe di un processo di crescita. Il genitore deve prima scegliere dentro di se cosa è disposto ad accettare e cosa no. Successivamente parte la contrattazione, che significa narrare cosa andremo a vivere di lì a poco tempo (il patto va fatto immediatamente prima di fare qualcosa, altrimenti non ha valore e ci si dimentica), dichiarare cosa si è disposti ad accettare, fare una scelta. Faccio un esempio: “Facciamo un patto. Accetto che tu guardi i video di questa estate sul mio telefono (dell’uso di dispositivi ne parleremo presto in uno dei prossimi articoli) ma mettiamo un timer di 5 min. Quando il timer suona mi porti il telefono. Ti va bene?” Per me questa strategia è stata una manna dal cielo, perché ogni volta era un dramma. In questo modo Rebecca gestisce autonomamente il sul tempo a disposizione (Faccio una precisazione: mia figlia ha due anni, il telefono è in modalità aereo, ha accesso solo alle foto e video contenuti nel cellulare).
Questa strategia può essere usata per consumo caramelle e dolciumi vari, acquisto palloncini ecc. Contrattare prima significa rifarsi, nel momento in cui nasce un bisogno, ad un accordo stabilito precedentemente e che entrambe le parti devono rispettare.

2. FAR SCEGLIERE UNA TRA PIÙ OPZIONI (stabilite dal genitore): vorreste andare al parco ma tra giostre, trenino e giochi vari temete che il pomeriggio sarà una lotta tra richieste da soddisfare e bisogni incontentabili. Cosa fate?
Potreste scegliere di andare in un altro parco, evitando di affrontare il problema (ma avrete perso l’occasione per sostenere lo sviluppo del vostro bambino) oppure potreste scegliere di andare, e di cogliere l’occasione per aiutare vostro figlio a gestire situazioni come questa. Potreste fargli vedere i soldi a disposizione, per esempio tre monete, farlo partecipare all’acquisto del biglietto, concordare quali giochi fare con i biglietti a disposizione e semplicemente terminare, senza acquistare altri, quando saranno finiti. Il bambino vede, sperimenta che aveva a disposizione delle risorse e che ora non ci sono più. Se piange, voi non potete farci niente, ripercorrete verbalmente ciò che è accaduto: “avevamo a disposizione tre monete, abbiamo scelto di spenderli cosi, ora sono finiti. Non possiamo farci niente, è così che funziona”. Questo li aiuterà indirettamente a fare piccole sperimentazioni di gestione delle risorse. Gli sarà molto utile da grande.

3. FACCIO TUTTO QUELLO DI CUI SOPRA, MA PROTESTA COMUNQUE, CHE FACCIO? potete accontentare vostro figlio, ma avrete fatto tutti gli sforzi precedenti inutilmente. Oppure potrete sostenere vostro figlio in quel momento, sintonizzandovi emotivamente con lui: “Capisco che in questo momento ti senti frustrato. Come posso aiutarti?” (I bambini hanno sempre soluzioni molto creative); “Anche io ricordo che ci rimanevo molto male quando….allora sai cosa facevo? mi aiutava molto…”

Capisco che qualcuno possa dire, “Eh ma ci vuole un sacco di tempo! e chi ce l’ha?!” Per educare un uomo o una donna ci vuole tempo, costanza, coerenza. Dovrete “perdere molto tempo” con i vostri figli se vorrete guadagnarlo dopo. È un investimento. Vale la pena farlo. Avete mai visto crescere un fiore, una pianta, il costo conto in banca, senza fare sforzi? Senza avere pazienza?

Concludo augurandovi di accontentare meno i vostri figli, che a volte somigliano più a malati terminali a cui va sempre concesso l’ultimo desiderio prima di morire. Vi auguro di spendere più tempo con i vostri figli, contrattare, mediare, insegnare loro ad essere uomini e donne di pazienza, di pace, forti e resistenti alle sfide della vita.

Desiderare significa “avvertire la mancanza delle stelle”,
e quando se ne avverte la mancanza, le si attende con trepidazione
e le si ammira con profondità,
perché non si danno per scontato.
Regaliamo allora ai bambini la possibilità di desiderare.
– elogio della frustrazione-

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