Bianco e morbido.

Sveglia fissata alle 6:15, obiettivo farmi una bella camminata di sabato, per distendere le tensioni accumulate, caricarmi di buona energia per la settimana successiva.

Non avevo però considerato l’allerta meteo.

Quindi mi sveglio, forte del mio obiettivo, apro un po la persiana: tutto bianco.
Mi sono rimessa a letto. Oggi me la prendo comoda.
Poi mi sono detta: “ma che bello però avere la casa tutta per me, silenziosa, un pò di yoga, godermi la neve che scende. Oggi me la prendo bianca e morbida.

A godermi senza pretese un tempo in casa che generalmente è affaccendato, organizzato.

Ora è bianco, morbido e silenzioso.
Ho tutto il tempo a disposizione, posso fare quello che voglio.

È possibile avere un tempo tutto per se senza uscire di casa. Sì, basta alzarsi prima degli altri e godersela un pò.

Perché avrei potuto vivere con frustrazione il fatto di non poter andare a camminare, uscire all’aria aperta (anche se lo farò più tardi e non da sola), avrei potuto. Se la mia vita fosse nel lamento e la mia attenzione nella parte mancante.
In questo periodo invece mi sto dedicando a porre l’attenzione su ciò che c’è. Senza pensare a ciò che non c’è o ci sarebbe potuto essere.
Io voglio dedicare la mia attenzione a ciò che c’è, all’unica cosa reale.

Perché lo chiamo esercizio? Perché è un allenamento.
Ci vuole intenzione per iniziare, tenacia per proseguire, resistenza per farlo diventare un modo di fare nella propria vita.

Ecco allora che ho avuto la possibilità di dedicarmi un tempo diverso da quello che avevo pensato ma non per questo peggiore, ho scelto con cura come “riempirlo”.
Io credo che se ci focalizziamo sulle cose da fare per stare bene rischiamo di vivere la frustrazione di non essere mai pienamente felici, se invece ci focalizziamo sullo stare bene, non è poi molto importante quali azioni mettere in atto.

Bianco e morbido.
Oggi voglio vivere così. Nella pienezza di un sabato non immaginato, non programmato.
Nello stupore di un evento che mi apre la possibilità di trovare nuove forme di benessere, al di là di quelle pensate e immaginate.

Ultimamente sto leggendo un libro che mi mette di fronte a molte domande, alle quali non riesco a trovare risposta se non provando a vivere cercandole.

Cosa faresti se ti rimanesse soltanto un anno di vita?
Che cosa vorresti lasciare in eredità a questo mondo, quando te ne andrai?

Io non ho mai creduto che una eredità fosse quella del conto in banca, che per carità aiuta ma non insegna niente. Le più grandi eredità che ho ricevuto sono state le azioni, l’esempio nella vita vissuta, nelle tribolazioni quotidiane, che rappresentano la cassetta degli attrezzi per orientarmi in questa vita.

Che cosa vorresti lasciare in eredità a questo mondo, quando te ne andrai?
Ancora non lo so, ma di certo sto lavorando sulla morbidezza. Non è facile.
Morbidezza nel perdonarmi un errore, per poi perdonarlo a qualcun altro.
Nel concedermi la possibilità di non adempiere a tutti gli obiettivi quotidiani, per poterlo accettare negli altri. Morbidezza nel non essere perfetta, per poter accogliere l’altro, nella sua impercettibile perfezione.


Vorrei lasciare in eredità la cura per le cose, e questo cerco di farlo ogni giorno, prendendomi cura delle relazioni, degli spazi, del tempo.
Ricavarmi un tempo per dedicare un tempo esclusivo a mia figlia, che per me significa prendermi uno spazio in cui guardarla negli occhi, giocare con lei, partecipare ai suoi processi di costruzione del pensiero, osservare come cresce.
Odio la frase: “Non mi sono neanche accorta di com’è diventato grande”.

Io mi voglio accorgere. E lo voglio fissare, per ricordaglielo, per narrarle chi è stata nella sua infanzia, per restituire una storia non solo frammenti regalati dalla memoria.

E allora prendiamocelo questo tempo, è nostro. E di nessun altro. Scegliamo cosa metterci. Non lasciamo che trascorra dietro a schermi o cose che non ci recano felicità.
Riempiamo le nostre vite di soddisfazione, gioia, felicità.

E tu? che cosa vorresti lasciare in eredità a questo mondo quando te ne andrai?

Buon sabato, morbido.

Per chi lo fai?

È un venerdì sera di inizio febbraio, sono stanca, è stata una giornata faticosa di una settimana faticosa, di un periodo faticoso. Sento che devo riposare. 

Per fortuna la bambina è stanca e si addormenta presto, io decido di spendere le mie ultime energie leggendo. 

Riprendo il libro nel cassetto, abbandonato insieme ad altri avviati, anche se questo è diverso… ultimamente richiama la mia attenzione, cerco di leggerne una o più pagine prima di abbandonarmi al sonno. 

E stasera finalmente ho più tempo delle altre sere.

“Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio per me è sufficiente” (C. Ramville)

Wow!!!!
Come terminare una giornata con un pensiero potente e liberatorio.

Eh si perché in un’epoca di performance, di condivisione social senza giustificato motivo porsi la domanda: PER CHI LO FACCIO? è qualcosa che in me, in questo momento della mia vita, risuona come le campane a mezzogiorno in Prato della Valle, a Padova! 
Le avete mai sentite?

Non puoi non sentirle. 

Se avevi l’illusione di vivere addormentato loro ti fanno tornare presente.

Proprio come la frase:

Per chi lo faccio? Che poi porta alla seconda Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio, per me è sufficiente.

È davvero sufficiente?

O andiamo ancora a bussare alla porta di chi ci ha preceduto a elemosinare un pezzo di riconoscimento da parte di chi non l’ha mai concesso nemmeno a se stesso?

Quando sono in procinto di fare una cosa, una qualsiasi, lo faccio immaginando di ricevere il “bravo!!!!” che sto aspettando da mio padre, mia madre, ecc, oppure vivo perseguendo l’unica possibile scelta di fedeltà, a me stessa? 

Per chi lo faccio? È stata la domanda che mi sono fatta un attimo dopo aver pubblicato il sito internet e deciso di realizzare quel sogno chiuso in un cassetto da ormai troppi anni. Me lo chiedo ogni volta che pubblico un articolo.

 Per chi lo faccio? Lo faccio per me.
Per essere fedele a quella promessa scritta sullo zaino delle superiori “memento audere semper”, per quella maglietta ai tempi dell’università “non mi avrete mai come volete voi“, ma anche per quella roba lì che ormai ho 40 anni e allora, “o adesso o mai più”. 

Ma soprattutto lo faccio perché la condivisione per me è sempre arricchimento. Chi non lo fa, magari perché spaventato di perdere qualcosa, priva gli altri dei suoi doni, e si priva della possibilità di essere contaminato.

Una volta era normale condividere, lo si faceva intorno ad un camino, seduti davanti casa o sotto un albero. Oggi è diventato “mettersi in mostra”, ma come una volta, bisogna stare attenti al modo in cui condivido, a cosa condivido, perché condivido, per chi condivido.

Io guardo con profonda ammirazione chi non si nasconde ma viaggia libero nel mondo, fiero di condividere se stesso, la sua storia, le sue domande, le sue riflessioni. Non mi piace chi condivide solo risposte senza farsi le domande, non mi piace nemmeno chi non accetta che gli altri si possano fare delle domande.

Chi mi credo di essere? Uno come te, cammino, inciampo, cado e mi rialzo. Non mi chiedo che senso ha rialzarsi, ma tendo a chiedermi che senso ha avuto cadere per me, per la mia storia, per la mia vita. 

Ci sono momenti in cui dimentico quel patto di fedeltà a me stessa e cedo ad altri di potere di farmi dire se valgo, quanto. 

Rimango delusa. Chiedendo a chi non ha avuto so già che non potrò ricevere. Ma allora perché? Perché bramare brandelli di riconoscimento a chi veste di toppe?

La riposta è nella ns storia personale. 

La soluzione e il cambiamento sono nella nostra storia personale. 

Allora iniziamo a fare qualche piccolo esercizio di consapevolezza, iniziamo a scegliere come spendere le nostre energie anziché disperdere.

Di fronte ad un’azione, ad una scelta lavorativa, ad una condivisione social, chiediamoci:
per chi lo faccio? 

Lo faccio per sentirmi dire bravo? e allora sorridiamo, perdoniamoci, siamo buffi, tremendamente buffi e goffi di fronte ad una vita che non sempre siamo pronti a vivere.

Bisogna pur sopravvivere!!!

Recuperiamo il diritto a vivere la ns vita da protagonisti, non per il bisogno di sentirci dire quanto siamo bravi ma per il diritto a vivere una vita vera, autentica nelle motivazioni che spingono le nostre azioni. Cerchiamo di togliere quel velo di ipocrisia che ci fa trovare tanti falsi nomi perché ci manca il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. 

Per chi lo faccio? Per i like? che valore ha in me quel click.
Che bisogno di amore si nasconde dietro alla considerazione social?
Che valore ha per la mia vita pesare ciò che dico con la quantità di “mi piace” che ricevo?
Ho bisogno degli altri per avere la percezione di essere vivo oppure sento la mia esistenza presente e viva?

Liberiamoci da quell’immagine perfetta di noi che ci hanno dato, nonostante ci hanno sempre trattati come disastro umani. Ci dicevano: “Sei sempre il solito scansafatiche” e poi pretendevano da noi che fossimo i primi della classe, i primi nello sport, come se per essere tutte queste cose insieme non fosse necessario anche una bella dose di supporto emotivo e autostima.
Che poi come può uno che si è sempre sentito dare del fallito sentir nascere dentro di se un’immagine di se stesso positiva?
(è contorta, lo so, oggi è così!)

Abbiamo una storia. Ma come adulti scegliamo ogni giorno che cosa scrivere sulla pagina del nostro presente che poi determinerà il nostro futuro. E il futuro di chi ci seguirà.

E tu? Con quale parola stai scrivendo il libro della tua vita? Scrivi sotto dettatura oppure stai facendo un tema libero?

Per chi vivi?

Auguro ad ognuno di voi di trovare la forza di sapere perché fate le cose e di farvi bastare il fatto che sapete perché lo state facendo.

Riprendo il libro…

“Se lasciamo che sia il nostro atteggiamento positivo a guidare la ns vita,
nulla potrà più fermarci nella marcia verso il successo.”
Claudia Ramville