ESSERE VISTI, SENTIRSI AMATI

I bambini hanno bisogno di essere guardati, per lungo tempo.
Qualcuno mi ha chiesto: “cosa hai provato quando è morta tua moglie?”
Ho risposto: “Per me è cambiata la vita”,
perché dopo sono sopravvissuto, non mi è interessato granché restare al mondo.
E tuttora non mi interessa granché.
La cosa più dolorosa è la perdita del testimone.
Tu quando sei al mondo hai bisogno di essere guardato da qualcuno.
Quante cose fai perché uno ti guarda?
Lo sguardo è il primo processo di socializzazione:
Il bambino appena comincia ad aprire gli occhi e incontra lo sguardo della mamma,
la prima cosa che fa è ridere
perché esce dalla solitudine, entra nella socializzazione.
Noi viviamo se qualcuno ci guarda, se qualcuno ci fa da testimone,
quando non hai più nessun testimone puoi anche avere sei mila persone che ti applaudono, ma non ti importa niente.
I bambini allora bisogna guardarli,
mentre giocano, mentre guardano un film;
e, mentre lo guardi, chiedigli cosa prova, cosa pensa mentre fa la sua cosa,
in questo modo non lo lasci alla sua cosa, alla sua solitudine.
Guardandolo puoi accorgerti dei suoi progressi, e li riconosci.
Questo lo aiuterà a farne altre mille di passi, per il solo fatto di essere gratificato dallo sguardo”. Umberto Galimberti.


Ma quanto è semplice questa verità? Scontata! Eppure queste parole hanno avuto un grande effetto in me. In quest’epoca in cui di domandiamo spesso che effetto avrà sulla vita psichica dei bambini essere circondati da persone a cui è nascosto il sorriso, io rilancio ricordando che abbiamo lo sguardo. 

Quando il nostro sguardo è distratto, manca. Non c’è.
Se è impegnato a osservare lo scorrere di uno schermo inevitabilmente non può testimoniare la vita che si manifesta davanti ai nostro occhi. Se è impegnato a “catturare” un’immagine da inserire in un profilo social, dimentica la sua funzione reale ovvero di riconoscere e rimandare al bambino ciò che sta accadendo. Allora dopo aver catturato, sarà importante restituire (da 0 a 99 anni): “Vedo che sei impegnato a costruire una torre molto alta”, oppure “vedo che sei riuscito a fare questa cosa molto difficile…”
Faccio esempi a caso, ma necessari per comprendere il tipo di feedback di cui ha bisogno il bambino/adolescente che non è il “bravo!” ma è il: “con il mio sguardo ti vedo, per me esisti, riconosco i tuoi cambiamenti, la tua evoluzione, ti sostengo”.

Perché è così importante? Il bambino/l’adolescente nel momento in cui viene guardato, e quello sguardo produce un pensiero nell’adulto che si trasforma in parole, percepisce di esistere. E percepisce che la sua esistenza è vista da qualcuno.
E questo, inevitabilmente, permette di sentirsi parte di una relazione, di sentirsi amati. 

Care mamme che “approfittate” del momento in cui allattate per controllare le notifiche sul cellulare, cari genitori che incollate il vostro sguardo sui social in cerca di notifiche (che poi equivale a essere guardati da qualcuno) e non prestate attenzione al fatto che il vostro bambino ora sa spingersi sull’altalena da solo, cari individui che cenate con il cellulare sul tavolo per controllare se qualcuno vi cerca, cari tutti, riconosciamo che fisicamente siamo con i nostri figli, con i nostri affetti, ma che in realtà il nostro corpo sta dicendo: “sono qui ma vorrei o mi rendo disponibile ad essere altrove con qualcun altro”.

Per crescere, e aggiungerei, per vivere, abbiamo bisogno che l’altro (il genitore, il partner, l’altro in generale) sia nella relazione: quando parliamo abbiamo bisogno di essere ascoltati con gli orecchi, ma anche con il corpo, con gli occhi.

Non possiamo ascoltare se stiamo facendo un’altra cosa. Quando una persona ha bisogno di parlarci, richiede la nostra attenzione, se gli diciamo: “tu intanto parlami, che io ti ascolto” (e intanto lavi i piatti), oppure “tu dimmi, intanto rispondo un attimo a questa persona” in realtà le stiamo dicendo all’altro: “ti ascolto ma non sei così importante per me da darti uno spazio esclusivo”.

Mi piacerebbe che questo articolo suscitasse in ognuno di noi la volontà di fare un piccolo esercizio: creare uno spazio esclusivo per le relazioni significative.
Se siamo a cena, spegniamo le suonerie dei cellulari e dimentichiamoli per mezz’ora in un cassetto. Se un bambino ci sta parlando diamogli tutta la nostra attenzione, il nostro sguardo. Quello sguardo è l’unico strumento che abbiamo per farlo sentire amato, e quella certezza dell’amore svilupperà in lui sicurezza, forza, coraggio, qualità necessarie per diventare adulto e camminare nel mondo.

Lo sguardo dona all’altro la percezione di esistere. Di esistere per noi.

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano.
(Paulo Coelho)

TIENILO TU CHE MI PIANGE!

Care neo mamme, vi è mai capitato di ascoltare queste parole mentre vi stanno rimettendo tra le braccia il vostro bambino o bambina?

Vi è mai capitato di esservi appena sedute sul divano, aver pensato: “che bello…un attimo di riposo!!!” e al primo “Uhè”, il vostro bambino o la vostra bambina vi torna indietro come un boomerang?
A me è successo spesso, e osservo che spesso è una consuetudine. Soprattutto da parte di chi si sente poco competente rispetto a se stesso nella gestione del piccolo o della piccola.

Care mamme avete da me profonda compassione, cerchiamo ora di capire insieme come poterci difendere dall’effetto boomerang e assicurarci il momento di riposo tanto atteso.

Innanzitutto, cara mamma poniti la domanda: “Mi fido della persona a cui sto affidando il mio bambino o la mia bambina?”
Se nel momento in cui sto affidando il bambino o la bambina a cura esterne (partner incluso), la sensazione è di disagio, poca fiducia,” lo faccio ma non lo vorrei“, “te lo voglio smollare ma mi sento in colpa”, il neonato o la neonata, che è strettamente interconnesso alla mamma e al suo sentire, farà di tutto per non allontanarsene perché “come posso sentirmi quieto tra le braccia di qualcuno, se mia madre non è tranquilla?”.

La mamma in questo caso vive una duplice sensazione: frustrazione per non essersi potuta ricavare il momento tanto atteso per se, e un senso di esclusività, perché il bambino all’infuori di lei non vuole nessuno, rischiando di sentire il bambino o la bambina una sua proprietà. In questo caso, mamma puoi chiedere aiuto, riflettere insieme al tuo partner sul senso che ha per te il vostro bambino o la vostra bambina, e valutare quali potrebbero essere le condizioni che ti permetterebbero di affidarlo con serenità.

Poi ci sono le mamme che, pur sentendosi tranquille di affidare il proprio bambino o la propria bambina alle braccia del proprio partner, e quindi al padre del nuovo nato o della nuova nata, si ritrovano con un uomo che non è stato preparato ad accogliere il pianto di un bambino o una bambina; il vagito rappresenta un po un allarme interno di inadeguatezza, tipo “Non sei capace, mettilo giù” e il bambino o la bambina va restituito al “legittimo proprietario”.

Ricordiamoci che quando nasce un bambino o una bambina nascono anche una mamma e un papà. Nessuno è nato preparato a questo ruolo, forse le donne hanno fatto molta esperienza da bambine negli angoli simbolici della scuola infanzia, in cui si prendevano cura di bambole e bambolotti, ma è un’esperienza nuova per tutti.
Utile sarebbe “sdoganare” quei giochi (bambolotti, passeggini) ai bambini, cosicché i maschietti possano imparare (come fanno le femminucce), attraverso il gioco, a fare i papà (molte insegnanti sanno che i bambini sono molto attratti da passeggini e cucine di legno, ma è necessario ammettere anche che molti genitori sono terrorizzati sei i propri figli fanno questi giochi, definiti spesso “femminili”).

Il “fare finta di” ci prepara ad affrontare le future sfide della vita.
Quindi care mamme, quando il vostro partner vi guarda e sta per dirvi: “prendilo tu, che con me piange!”, fatevi forza e cercate con calma e serenità di dire: “piange anche con me, prova a cantargli una canzone” oppure “prova a sussurrare nel suo orecchio parole dolci”, in soldoni mamme, donne, non cadete nella trappola di diventare le madri dei vostri partner (la richiesta: “prendilo tu che con me piange” è un pò come la richiesta/pianto del bambino: va consolata e sostenuta) cercate di considerare il padre di vostro figlio o di vostra figlia pari a voi in termini di risorse e capacità di sostenere il bambino: accompagnateli, non giudicateli, aiutateli a diventare sempre più competenti.

E non credete alla scusa che avete “la tetta”, ogni essere umano ha in sé le risorse per fronteggiare le sfide che la vita gli propone, dobbiamo solo trovare gli strumenti per farli emergere. Aiutiamo i padri a fare i padri, favoriamo i cambi di pannolini, le passeggiate notturne per calmare una colica, scrolliamoci di dosso l’ingombrante ruolo di “essere uniche”, e condividiamo la responsabilità genitoriale, solo così potremo favorire la nascita dei nuovi padri, e riprenderci, come donne, il nostro ruolo di guida e sostegno, riconoscendo che se crediamo in loro, i papà, sono anche “più bravi” delle mamme. 

Lettera alla mia prima figlia.

Cara prima figlia, ti ringrazio per esserti assunta questo ruolo.
In te riconosco la forza di chi sa contenere, sopportare, resistere ai miei errori, alle mie cadute.
Mi dispiace per gli errori fatti, frutto dell’inesperienza, di una pazienza che prima non c’era e che sto imparando con te. Sta crescendo con te.
Mi dispiace per le volte in cui non ho compreso il tuo pianto, più volte mi sono spazientita, avrei urlato “ma cosa ti manca? perché non dormi?” e quell’abbraccio non è stato l’abbraccio che avresti voluto.
Grazie per aver trovato ancora nelle mie braccia un porto sicuro, un ancoraggio.
Ti sono grata per non esserti fermata a quelle volte di fatica e di aver sempre considerato la maggior parte delle “volte buone”.
Io non ne sono capace. Ti osservo. Imparo.

Mi dispiace per quelle volte in cui non ho accolto i tuoi bisogni.
Non avevo compreso quando, il loro presentarsi con prepotenza, era sintomo di un messaggio. Io reagivo solo alla prepotenza.
Mi dispiace di non averlo capito subito, ma ti ringrazio per aver continuato a mettere in atto quelli che tutti chiamiamo capricci, perché a forza di presentarmi la stessa lezione…alla fine ho capito. I capricci non esistono. Lo confermo.
Sono una richiesta semplice, con il linguaggio da bambino, per un mondo adulto che non sa ascoltare. Che lo ha dimenticato.
Che lo ha disimparato quando anche egli, bambino o bambina, ha cercato di urlarlo il dolore, il disagio, e quell’urlo veniva zittito, con un ciuccio, con un urlo, con un “non è niente!”
Ti ringrazio per aver aspettato che io mi mettessi nella giusta posizione per comprendere ciò che mi stavi chiedendo, dovevo riprendere il vocabolario, spolverarlo e riappropriarmene.
Da sola ho rischiato di non farcela. Ho chiesto aiuto, e sono riuscita a trovare la chiave di lettura.

Mi dispiace per quelle volte che ho dimenticato la tua età pretendendo da te un comportamento adulto, in quel momento io stessa, non lo sono stata!
Facevo la bambina, pretendevo da te qualcosa che non eri in grado di darmi.
Ho dimenticato che io sono madre, e tu sei figlia.
Ti ringrazio per aver avuto pazienza, per aver protestato che tu quel ruolo non lo volevi.
Le tue urla e opposizioni mi hanno ricordato chi sei, la tua età… il mio ruolo.

Mi dispiace per le volte in cui non riesco a fare ciò che ho intenzione di fare. I comportamenti automatici qualche volta sono più forti di un intenzione sana ed educativa.
Ringrazio però la mia tenacia a rialzarmi sempre, e sono felice che tu possa guardarmi, perché possa anche tu imparare a non mollare, mai! A cercare, sempre!
Ti vorrei insegnare la disponibilità a metterti in discussione, perché questa è l’unica via per crescere.

Mi dispiace ma sono certa che non riuscirò mai a essere la madre ideale che vorrei, ogni giorno cerco di fare qualcosa ma l’idea che ho in mente cambia, si trasforma.
Cambia e si trasforma nel quotidiano, nel nostro stare insieme.
E sta cambiando perché a me le sbavature piacciono, la perfezione è spesso così disumana.
Ti ringrazio perché mi concedi il lusso di poter smetterla di pretendere da me qualcosa che non ci sarà mai e mi stai insegnando a vivere accogliendo la mia smisurata e imperfetta umanità.
Permettendolo a me, sono certa, riuscirò a permetterlo anche a te.

Con amore, mamma.

La grande maestra montagna

Una delle cose che preferisco della montagna sono i suoi insegnamenti, ispirazioni che posso riportare nella vita. Innanzitutto ci insegna a viaggiare leggeri un lungo tragitto, se affrontato con un grande peso, diventa faticoso e non ti permette di apprezzare la bellezza che si manifesta davanti a noi. Proprio come nella vita …ci vuole leggerezza, essenzialità per vivere il quotidiano.

Avere una meta, avere chiaro dove vuoi andare ti permette di vivere la fatica, di non abbandonare, di superare i tuoi limiti.
La vetta si raggiunge un passo alla volta, il tragitto deve seguire la tua andatura, che significa “sentire” come dosare le tue forze.
Ci vuole costanza per non abbandonare: la montagna sviluppa forza interiore, tenacia. Raggiungere la vetta ti permette di sentire la felicità e sviluppare un senso positivo del se, accresce l’autostima, e non perché qualcuno ti dice Bravo! ma perché ce l’hai fatta! con le tue forze!

La vetta è anche bellezza dopo la fatica, senso pieno dell’esperienza vissuta. 

Guardare il tragitto fatto, i lunghi percorsi compiuti ti fa sentire forte, ce l’hai fatta nonostante non lo avresti mai immaginato. Ti permette di sentire gratitudine.
La montagna insegna la flessibilità, a fronteggiare l’imprevisto, perché se qualche nube minacciosa compare all’improvviso, bisogna cambiare strada, rimodulare il percorso: accettando, senza opporsi.

E poi la montagna e il camminare ispira pensieri, evoca emozioni. 
Non esiste domenica migliore di una escursione o un trekking in montagna.
Il tempo migliore che puoi offrire a tuo figlio è proprio in quota: sarà il cammino silenzioso a parlare per te e a insegnare la leggerezza, l’essenzialità, la forza, il coraggio, la soddisfazione, l’autodeterminazione, la tenacia, la flessibilità, la capacità di adattarsi alle situazioni e a fronteggiare i problemi…la felicità. 

Emergenza Covid 19…cosa rimane?

Eccoci alla tanto attesa Fase 3 dell’emergenza Covid19, ma come ci siamo arrivati?
Come è stato da genitori vivere l’emergenza Covid19? E il tempo della Fase 1? E la fase 2?
È stato solo un tempo della restrizione, dei limiti, del “sempre dentro casa” o è stato un tempo in cui abbiamo potuto abitare la nostra casa, una casa che non è fatta solo di mura ma è anche uno spazio di vita, di relazioni, una sacralità dello spazio del silenzio che permette alla parola di emergere?

Ho ascoltato molte storie di uomini e donne che grazie al Covid 19 si sono accorti di avere dei figli, e anche di figli che si sono accorti di avere dei genitori.
E non sempre sono state scoperte piacevoli!
Quella che vivevamo era una vita piena di impegni “fuori”, la settimana era così organizzata e strutturata da sfruttare al massimo il proprio tempo, da non lasciare tempo al “dentro”, le agende non avevano più uno spazio libero perché spazio libero significava incontro con se stessi, con la propria vita. E che ne abbiamo fatto di quelle agende così fitte di impegni? Che ne abbiamo fatto della nostre paure, dei nostri mille impegni? Niente. Ci siamo fermati. Abbiamo respirato e abbiamo ri-cominciato a vivere. E forse per cambiare passo…era necessario fermarsi.

Abbiamo vissuto un vuoto fertile, che ha generato nuove vite, nuove relazioni, scoperte meravigliose. C’è chi si è accorto di vivere in una casa che non gli piace, e allora ha spostato qualche mobile, tinteggiato una parete; c’è chi si è accorto che le relazioni hanno bisogno di tempo, cura e piccole attenzioni per essere autentiche, profonde e che questo tempo ci ha restituito una dimensione umana del vivere in famiglia.

C’è chi ha conosciuto i propri figli, li aveva visti alla nascita e se li è ritrovati adolescenti, sconosciuti, con una “custodia del cellulare al posto delle mani”, senza interesse a incontrare i propri genitori e la passione per il trap. Ma poi cos’è il trap? E i genitori si sono arrabbiati, volevano essere visti dai figli, e via punizioni per il cellulare a tavola, la Tv accesa…ho assistito a figli interdetti che con gli occhi sgranati hanno guardato i genitori e gli hanno detto: “ma ti dov’eri prima?” Eh già…dove eravamo? C’è chi si è messo a impastare, a fare il pane, ha imparato l’attesa della lievitazione, e a scoperto che gli piace, che la vita è fatta di attesa e che il tutto e subito non era un modo sano di vivere. C’è chi ha scoperto che il proprio divano di casa è comodo, che si può leggere un libro con la luce del sole e che giocare con i propri figli sul tappeto è divertente. Ho visto genitori costruire cucine di cartone, fattorie o acquari con le confezioni di cartone delle uova… Finalmente questo tempo ha restituito ai figli qualcosa che apparteneva loro: i genitori. È una meraviglia. L’unico problema è stato per i genitori: in molti mi hanno chiamata, esausti, messi in crisi dal pianto del bambino di 18 mesi, dall’energia di un figlio di 3 o dalla complessità del mondo di un figlio di 10. Per cui i bambini sono ansiosi? Caro genitore l’ansia probabilmente era la tua. Hai scoperto che un bambino ha troppa energia e non ti fa riposare, ebbene sì, è vivo!  

C’è chi ha conosciuto i propri figli, li aveva visti alla nascita e se li è ritrovati adolescenti, sconosciuti, con una “custodia del cellulare al posto delle mani”, senza interesse a incontrare i propri genitori e la passione per il trap. Ma poi cos’è il trap? E i genitori si sono arrabbiati, volevano essere visti dai figli, e via punizioni per il cellulare a tavola, la Tv accesa…ho assistito a figli interdetti che con gli occhi sgranati hanno guardato i genitori e gli hanno detto: “ma ti dov’eri prima?” Eh già…dove eravamo? C’è chi si è messo a impastare, a fare il pane, ha imparato l’attesa della lievitazione, e a scoperto che gli piace, che la vita è fatta di attesa e che il tutto e subito non era un modo sano di vivere. C’è chi ha scoperto che il proprio divano di casa è comodo, che si può leggere un libro con la luce del sole e che giocare con i propri figli sul tappeto è divertente. Ho visto genitori costruire cucine di cartone, fattorie o acquari con le confezioni di cartone delle uova… Finalmente questo tempo ha restituito ai figli qualcosa che apparteneva loro: i genitori. È una meraviglia. L’unico problema è stato per i genitori: in molti mi hanno chiamata, esausti, messi in crisi dal pianto del bambino di 18 mesi, dall’energia di un figlio di 3 o dalla complessità del mondo di un figlio di 10. Per cui i bambini sono ansiosi? Caro genitore l’ansia probabilmente era la tua. Hai scoperto che un bambino ha troppa energia e non ti fa riposare, ebbene sì, è vivo!  

Cosa avranno imparato i nostri bambini da questo tempo? Cosa avranno respirato? Quale è stato l’ossigeno con cui abbiamo nutrito le nostre case? Ho letto molti articoli di autori preoccupati per i bambini…ma di cosa? Certo i bambini hanno vissuto un tempo difficile perché chiusi in casa ma i bambini hanno anche vissuto un tempo di routine con il padre e la madre, e questo è stato un dono meraviglioso. Nessun bambino di nessuna epoca ha potuto vivere 52 giorni lo spazio di casa, il tempo della famiglia, senza alcuna distrazione degli amici, le serate, le vacanze. E se questo tempo è stato mal vissuto dai genitori ovvio che per i figli è diventato un inferno e probabilmente i figli ve lo hanno anche dimostrato, facendovi passare attimi terribili. Io spero che ci siano genitori per cui questo tempo, pur portando con se dolore per le persone che non ci sono più, per la terribile situazione mondiale, sia stato un tempo lento, di colazioni insieme, di pranzi e cene senza corse, di tempo condiviso, di abitudini nuove, di abbracci senza fretta e di relazioni piene. Un tempo di grandi doni.

E se questo non è stato, peccato! abbiamo sprecato una grande opportunità. Forse abbiamo vissuto il nostro tempo a lamentarci per il coronavirus che ci ha tenuti in casa anziché vivere ciò che la vita ci offriva; abbiamo speso ore inutili davanti i programmi spazzatura della tv anziché condividere la lettura di un libro con il proprio figlio o semplicemente chiedere “cosa ti piace” alla persona che ci sedeva accanto sul divano. Abbiamo sprecato il tempo a pensare a quello che avevamo perduto anziché fissare l’attenzione su quello che avevamo trovato. E ora? Ora siamo alla Fase3, e non è un “liberi tutti”, è un tempo del rientro ad una quotidanità, ed è necessariamente un tempo della scelta, torniamo a vivere una vita che ci stressava o ne iniziamo un’altra?: “scegli, appena potrai. Appena te lo permetterai, appena te lo riconoscerai, appena lo accetterai, forse, ti accorgerai che il momento della scelta è già qui e ti guarda sorridente, pronto a benedirti” (E. Mignanelli, www.hundresofbuddhas.com)