Di pause e di ritorni

È passato un anno, e anche più, dalla pubblicazione dell’ultimo articolo. Qualcuno mi ha detto che “non è bello vedere un sito non aggiornato” e io ho risposto “è vero!” e ho ascoltato dentro di me l’effetto che quelle parole facevano.

Fino a qualche anno fa mi sarei sentita giudicata (ma la comunicazione in questione contiene un’informazione, non un giudizio) e in difetto, non performante, rispetto alla standard.

Oggi riesco a riconoscere il giudizio percepito come un difetto dell’infanzia, qualcosa che risiede lì in un tempo lontano e che ogni tanto sbuca fuori, ma lo rimetto lì, lo restituisco a chi me lo ha donato, perché ho scelto di prendermi cura della bambina che sono stata, e la sto accogliendo, riconoscendo che sta facendo del suo meglio e se non è il meglio della media, dello standard… pazienza, chi definisce chi e che cosa è dentro o fuori dallo standard?

Quindi eccomi qui, di nuovo, dopo una vacanza da questo posto magico che sento importante per me ma che ho dovuto mettere in pausa per poter vivere spazi e relazioni reali. Come lo vivrò?

Con autenticità, scrivendo di me, di quello che prende forma nel mio cuore, consapevole che la condivisione è uno strumento importante.

Con semplicità, mi piace che parli di quotidianità, di verità.

Con gentilezza, accogliendo le possibilità della scrittura, libera dalla scadenza, che poi tolta la “s” il termine è cadenza, che ha a che fare con il tempo, che a me piace pensare che sia io a gestirlo.

Con dedizione e fiducia, così come si coltiva un sogno, che ha bisogno di essere nutrito di azioni ma anche del manifestarsi della magia dell’universo.

Caro lettore/cara lettrice spero tu voglia continuare a camminare con me, in questo spazio in cui condividere parole e pensieri liberi dal tempo imposto.
Non faccio promesse, mi prendo solo l’impegno di esserci. Di starci.

Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore. Nei libri.

M.Gualtieri, Sii dolce con me, sii gentile.

Cara Mamma…

photo of pregnant woman

…che ti stai preparando ad affrontare questo viaggio, percorso da tante altre donne prima di te, ma ancora sconosciuto, non farti trovare impreparata.
Stai per partire per un viaggio di sola andata e che durerà per molto tempo, dotati di un adeguato equipaggiamento. Andresti mai in una ferrata senza esserti allenato senza la giusta attrezzatura? NO, NON SAREBBE POSSIBILE.
Allora allenati alle salite, sentiti pronta ad accogliere gli imprevisti, coltiva la fiducia di fronte le difficoltà e sii coraggiosa, perché il coraggio ti aiuterà a rialzarti dopo una caduta.

Scegli la tua attrezzatura, deve essere leggera, affinché tu possa camminare per ore evitando che i tuoi passi affondino nelle strade impervie. Ascolta le opinioni altrui, ma cerca di fartene una tua, che ti permetta di sentire cosa scegli per te, e per il tuo bambino o la tua bambina.
Questo è un viaggio che va affrontato con consapevolezza, presenza e leggerezza. Mai con superficialità. Ridi, e con te riderà ogni singola cellula del tuo meraviglioso corpo.

Sorprenditi. Di te stessa, del tuo potere. Costruisci la tua scelta, il tuo modo di essere mamma, unico, irripetibile, cucito come un sarto sulle pieghe dei tuoi desideri, delle tue esigenze, delle tue paure. Riconoscile, ma non farti frenare.
Questo farà sentire al tuo bambino o alla tua bambina di potersi affidare a te, di potersi fidare di te, perché rappresenti le sue radici stabili, ben piantate a terra ma che non trattengono, anzi lo spingono con forza verso l’alto. Verso il futuro.

Impara a resistere nei momenti di difficoltà, e ce ne saranno, sappi che tutto dura un tempo limitato, ripetiti sempre “presto passerà“. Mantieni salda la fiducia in te, nelle tue possibilità, non smettere mai di credere, nemmeno per un momento, che in te ci sono tutte le risorse per farcela.

Allenati a cambiare percorso, a non avere paura di sbagliare strada se la ritieni non adatta a te. Non avere paura di liberare il tuo potere, di scegliere per te e la tua famiglia. Sei già custode del corpo ma lo sei soprattutto dell’anima di chi ti abita.
Prenditi cura delle sue emozioni, insegnagli la gioia.

Circondati di persone che possano aiutarti in tutto questo. Non partire con qualcuno a caso, sceglili bene i tuoi compagni di viaggio, che siano persone che credono in te, che ti sappiano tendere una mano quando ce ne sarà bisogno, senza sostituirsi.

Sii forte, amati e crea la versione migliore di te.
Il tuo bambino o la tua bambina ha scelto te, nessun altro.

Buona festa della mamma.

#VITEASSURDE

È assurda la vita di chi ha incontrato Padre Gabriele Pedicino.

Per venti anni in servizio presso il Santuario di San Nicola a Tolentino e a servizio dei giovani e delle famiglie.
Questo non è un articolo celebrativo, né un articolo per soli credenti, ma è per tutti coloro che riconoscono che il bene non ha colore, credo, genere.
Padre Gabriele è uno di quelli che di bene ne ha fatto tanto, al di sopra dei colori e dei credo

É stato prete, per tutti coloro che avevano bisogno di una guida spirituale. E lo sarà ancora.

È stato fratello, per tutti coloro che avevano bisogno di camminare con qualcuno che non li giudicasse ma che li sostenesse, li guidasse con una parola, un gesto, una presenza. E lo sarà ancora.

È stato padre per tutti coloro che non ne avevano uno. Realmente o solo simbolicamente. E lo sarà ancora.
Molte sono state le persone (giovani e meno giovani) che sono passate per il convento orfani e si sono ritrovati ad aver vissuto l’esperienza della paternità e della maternità. Molte sono state le coppie, che nel desiderio di essere genitori, hanno sperimentato l’essere padre e madre di qualcuno.
Spesso l’attuale generazione di giovani la definiamo senza padri. 
È così!

In molti casi.
Ma in molti casi gli orfani che frequentavano o frequentano le scuole di Tolentino, hanno potuto vivere un tempo e uno spazio in cui degli adulti (frati, coppie sposate, giovani) hanno scelto di mettersi al servizio di una missione volta alla condivisione, alla crescita, alla riflessione.
Molti sono stati i giovani che, con coraggio, hanno deciso di partecipare ad esperienze di condivisione pur essendo non battezzati, atei, musulmani, agnostici. Giovani che potremmo definire lontani dalla vita di Chiesa eppure in quella esperienza ci hanno visto il bello, ci hanno sentito il gusto di umanità. E sono tornati.

Lo scopo di questo tipo di esperienze non è quello di aggiungere tesserati al partito della Chiesa, ma è ed è sempre stato offrire uno spazio di ascolto, un’esperienza in cui sentirsi amati.

Si trasforma la vita di un giovane che entrando dichiara ferite aperte, assenze dolorose. Cambia  e si trasforma nel viso, nelle emozioni, perché in quell’esperienza, sotto la guida della comunità agostiniana, è possibile dare senso, uscire dall’anonimato e sentirsi amati, riconoscendo un valore a se stessi, al di là della propria storia personale.

Quanto sono importanti queste esperienze per permettere ad una esistenza mutilata dal dolore di crescere forte, sostenuta dalla forza interna della vita che non permette a nessuna creatura di cadere senza offrire un valido sostegno per rialzarsi. Abbiamo tanto parlato di resilienza durante i lunghi mesi del terremoto, ma la resilienza altro non è che una competenza che ha bisogno di fattori di protezione per sviluppare e emergere. A San Nicola, in questi anni, Padre Gabriele ha trasformato se stesso, le famiglie, tutti coloro che si sono messi a servizio di una comunità in tutori di resilienza, ovvero figure capaci di sostenere lo sviluppo psichico ed emotivo dei ragazzi e far sì che l’apprendimento della sicurezza nelle proprie capacità, si potesse replicare di fronte le avversità. Senza far sentire la persona “perso”, ma radicato, sicuro.

In queste poche righe il ringraziamento a Padre Gabriele per aver intercettato la vocazione del Santuario di San Nicola quale luogo privilegiato di accoglienza, crescita e condivisione.

Un grazie non solo come cittadina ma anche molto personale, come donna, moglie, madre, per la possibilità di avermi concesso di diventare parte di un processo di crescita “senza guadagno”, riscoprendo i valori della gratuità e della solidarietà; grazie all’esperienza vissuta a San Nicola ogni adulto ha potuto imparare una forma di amore incondizionato. 

COME? OSSERVANDO COME Padre Gabriele abbia accolto in questi anni ogni richiesta,  abbia fronteggiato le avversità, abbia integrato le differenze, facendosi modello di accoglienza, tolleranza, solidarietà, perdono. Un modello di “SI! Alla vita”


A te Padre Gabriele va il mio grazie, per aver reso la mia vita assurda.
Ti auguro di trasformare in modo assurdo la vita delle persone che incontrerai.

Come spegnere un bambino.

Li vogliamo, li desideriamo, gli diamo un nome quando ancora non abbiamo un padre, ci emozioniamo al pensiero di quelle manine cicciottelle, li sogniamo teneri, coccoloni, immaginiamo una vita insieme piena di sorrisoni, momenti spensierati e instagrammabili e poi….arrivano!
E tutto cambia.

Il sogno immaginato si infrange e ci ritroviamo nella realtà.

Soffriamo per il venir meno improvviso dei nostri spazi, della nostra tranquillità.

Scopriamo che dormire è un ricordo e le occhiaie diventano un nuovo accessorio da portare senza vergogna.
Di notte non si dorme e di giorno….oddio quanto si muovono! Quanto urlano! Quanto disordine! Mettono le mani dappertutto, fanno dei pasticci incredibili. E le schifezze poi…non ne parliamo!
E se vogliono una cosa? Non la chiedono, la urlano, piangono, sbraitano ovunque si trovino. Certe figuracce!!!

Ci sono momenti in cui il nostro sguardo non è più tanto amorevole e ci ritroviamo in preda a crisi di nervi, frustrati, stanchi: “Mi devi rispettare, sono tuo padre/tua madre!”

I bambini sono maestri, non perdono occasione di dimostrarci che l’autorità che rivendichiamo, auspichiamo, è solo un’illusione.
Ci insegniamo che le cose vanno chieste in modo diverso. In un modo rispettoso, chiaro, gentile, proprio come vorremmo che qualcuno si rivolgesse a noi.

Cosa fare?
Reprimere o adattare il mio modo di educare?

Adattare a cosa?
A me stesso, ai miei limiti.
Ai miei figli.
Al contesto in cui vivo.
Alle risorse che ho.
Qualcuno ci prova a fare questo sforzo. 
A volte ha successo, a volte no. Qualcuno ci riprova, qualcuno no.
Ma allora come li gestiamo questi figli? 

FACILE! Oggi siamo in possesso di uno strumento che da 0 anni può cambiare la vita di un genitore alle prese con un figlio che “vole fa quello che je pare”.

SI CHIAMA: SMARTPHONE.

È un attrezzo venduto come telefono ma usato per tutto tranne che per telefonare.

Va bene sia d’estate che d’inverno.

Si può usare in casa, al parco, al ristorante, al museo, a casa degli amici, parenti, in fila dal dottore o mentre ti fai l’aperitivo, insomma ovunque.
È adatto a qualsiasi età e ha un effetto immediato: ti libera dal figlio per tutto il tempo che vuoi. Spesso te lo dimentichi proprio!

Che figata eh!

Si, una vera goduria. 

Possiamo finalmente fare i genitori senza tutte le rotture dei genitori, portarci dietro questi nani senza perderci tempo, energie, risorse. 

Cosa succede al bambino? 

Il bambino viene spento. L’effetto dello smartphone è quello di renderlo un ameba, un vegetale senza bisogni, né desideri, irritabile, senza creatività.

Chi non vorrebbe un figlio così…no?!

Quando ci accorgiamo che sono abbastanza annoiati, spenti, inattivi e poco inclini a qualsiasi attività li vogliamo attivi, performanti…insomma vorremmo che da burattini diventassero bambini/individui.
Come possiamo pretendere che diventeranno adulti in grado di sperimentare il mondo se come genitore gli ho mostrato che:
– “chiedere si, ma non troppo perché senno mi rompi”
– “la tavola non è un momento conviviale ma un nuovo momento in cui guardare video, mandare mail, ecc”
– “Sai benissimo scrollare e giocare sul telefono ma non hai la benché minima idea di dove siano i bicchieri per dissetarti, né allacciarti le scarpe”

Continuo? NO! Ci siamo capiti.

COSA FARE?


Nonni, genitori, zii, baby sitter è il tempo
di favorire lo stare fuori, l’esplorazione all’aria aperta, nel bosco o al parco. Ascoltiamo i suoni della natura, osserviamo i fiori che nascono lungo le aiuole, nel campi: impariamo il loro nome, raccogliamoli e portiamo a casa un po di bellezza. Guardiamoli, godiamocela.
E se piove? Giochiamo a carte…ne esistono di tantissimi tipi.
“Perdiamo tempo” con i bambini, che poi è un “investire nella relazione”; cerchiamo di non avere fretta di piazzarli da qualche parte, di riempire gli spazi vuoti: stiamo con loro, impariamo a chiedere il perché delle cose: “Come mai…?”, lasciamo che ci dicano la loro opinione, favoriamo la nascita di un pensiero critico, riflessivo, scientifico.
Abbandoniamo i cellulari sulla mensola, dedichiamo un tempo esclusivo ai bambini.
Hanno bisogno dei nostri occhi, della nostra totale attenzione.

Lasciamo che giochino con con gli insetti, i legnetti, l’acqua, diamo loro il tempo di annoiarsi, perché dalla noia nasce l’idea di un gioco nuovo.
Narriamo loro storie lontane che hanno un sapore dolce, di quelli che non vorresti smettere mai, riappropriamoci di un modo di stare con i bambini che oggi sembra in disuso: insegniamo ai bambini il so-stare nella relazione. Manteniamoli accesi.

Due chiacchiere e un thé

Free black coffee cake image

Era sabato.
Finalmente riesco a organizzarmi dopo moltissimo tempo per incontrare la mia cara amica Alessia che non è solo un’amica, è una sorella, una guida, una di quelle persone che non solo continui a frequentare nella tua vita, ma che più la frequenti più ti piace.

Tutti dovrebbero avere un’amica così nella propria vita.

Negli ultimi anni siamo incontrate, abbiamo vissuto momenti indimenticabili con le nostre famiglie, ma non eravamo mai sole. E invece noi abbiamo bisogno di chiacchierare, di confrontarci, di farci i nostri “pipponi”, senza che nessuno ci dica che ci stiamo facendo diei “pipponi”. Questa volta dunque, grazie ad una sua meravigliosa intuizione, abbiamo voluto dedicarci un tempo esclusivo, solo io e lei.

Al mattino, quando mi sono alzata, ero già emozionata.
Come se mi stessi preparando ad un appuntamento importante.
E in effetti era così!

La cosa più bella è stata che mentre eravamo sedute in un bar a bere un thé verde, mi è venuto da osservarci, e che bello constatare che nessuna delle due abbia avuto l’esigenza di tirare fuori il cellulare ed appoggiarlo sul tavolo.

Eravamo reperibili sono per noi stesse. Che libertà!

Ci siamo confidate, abbiamo sorriso, ci siamo feedbakkate a vicenda, e la cosa che mi sono portata via, è un dono che posso condividere perché è mio, rimane con me, ma sta crescendo ogni giorno e in questi giorni sta modulando la mia esistenza:
“Cerchiamo di evitare il giudizio, la critica, facciamo che dalla nostra bocca escano solo parole d’amore e parole che curano”.

Quando ci rivolgiamo a qualcuno, quando stiamo per dire la nostra su un argomento, domandiamoci: le parole che sto per dire, contengono un’intenzione amorevole per l’altro? Le mie parole cureranno o saranno spade taglienti?

Questo mi aiuterà a scegliere, mi permetterà di muovermi responsabilmente nelle relazioni. La misura di chi voglio essere dipende solo da me.

E così…con queste poche righe, vi auguro una buona settimana, un’amica e un thé caldo.

Con amore, L.

L’educazione AMOREvole

people in black and white sneakers

Se il ‘900 è stato il tempo dell’educazione autoritaria, il primo ventennio degli anni 2000 è  stato sicuramente il tempo dell’educazione autorevole…e a me piacerebbe che ora fosse il tempo dell’educazione AMOREvole.

Sì, perché dell’amore tutti ne parlano, lo desiderano, ma in pochi sono capaci di praticarlo. Se poi all’amore aggiungiamo la parola “educazione” la faccenda si complica ancora di più.
Perché, diciamocelo, non c’è niente di più complicato dell’educazione.
Dell’essere modelli educativi.

Prima di tutti in educazione bisogna saper dire le cose giuste, fare le cose giuste, essere un genitore, un modello perfetto. Perché se agli studiosi basta un genitore “sufficientemente buono”, nella realtà a noi comuni mortali non basta, dobbiamo essere perfetti.

Peccato che la perfezione male si sposa con l’educazione. Deve essere davvero difficile per il figlio del genitore perfetto diventare un uomo o un donna sereni, senza l’ansia di sbagliare e liberi dal bisogno di essere sempre e comunque performante, al di là della propria capacità, della propria possibilità, e di tutti i fattori che possano ostacolarlo.

Come potrà mai quel bambino diventare un adulto felice?

Quali occasioni ha avuto quel bambino per vivere se stesso, nei propri limiti, nelle proprie fragilità? Sempre e sopra a tutto dovrà essere perfetto. E ognuno di noi sa quanto sia difficile e faticoso mantenere uno standard di perfezione cosi alto nella propria vita.

A leggere queste righe non vi è già venuto l’affanno?

A me piace la coerenza. Che va ricercata, e rende più felici della perfezione. Perché ci sia coerenza è necessario aver fatto un lavoro di scelta: Chi voglio essere come genitore? Che tipo di adulto vorrei che mio figlio diventasse?
Allora potrò capire che il mio comportamento è IL modello educativo, più delle parole.

E infine c’è il come si educa. Se sei troppo duro, li traumatizzi. Se sei troppo buono, faranno come vogliono… ma insomma come bisogna fare?

L’amore. L’amore secondo me può trasformare radicalmente il nostro modo di educare.
Nel tipo di amore che intendo io c’è la compassione, il perdono, l’accettazione… e tutto ciò che permetta a me adulto di trattarmi con gentilezza.
Sì, proprio a me. Perché prima del figlio che ci siamo noi adulti, e solo quando noi adulti, ciascuno per sé, saremo capaci di trattarci con amore di fronte ad un errore, con gentilezza di fronte ad un limite, con compassione di fronte ad un dolore, e di perdonarci, allora saremo in grado di farlo con i nostri figli. 

Educazione AMOREvole è allora quel tipo di educazione che mi permette di vivere in una quotidianità senza dimenticarmi che mio figlio sta crescendo in una condizione dis-umana: lontano dalla natura, eccessivamente esposto a luci artificiali, in posizioni statiche e con ritmi che richiedono le abilità di incastro di un esperto giocatore di Tetris.
Sarò sufficientemente AMOREvole quando rinuncerò a un pò della mia ambizione personale come genitore per scegliere di farmi modello di un tempo lento, che risponda ad un ritmo umano, naturale. 

Smetterò di lamentarmi dei ritmi sostenuti e inizierò a “tagliare”, a ridurre gli impegni, a scegliere le priorità.

I bambini di oggi dormono in media un’ora al giorno in meno dei loro coetanei di 15 anni fa. Ciò significa scompensi enormi in termini di attenzione, concentrazione. Non dormono soltanto un’ora in meno al giorno, ma hanno vite nevrotiche e stressanti che i loro coetanei di 15 anni fa nemmeno si sognavano (anzi, non lo sognavano affatto!!!): 2 sport per due volte a settimana, catechismo. E per chi fa gare aggiungiamo il sesto impegno settimanale (oltre la scuola), la domenica mattina.
Mi sembra che gli stiamo chiedendo troppo…

Pensare ad un’educazione AMOREvole allora può significare decidere di fare meno. E sono certa che a questo corrisponderà un “fare meglio”, inteso con maggiore presenza, attenzione, partecipazione.

Fare meno e pretendere meno. Da noi stessi, dagli altri.
Se sarò disposto a pretendere meno da me stesso, a concedermi la possibilità di sbagliare, a essere gentile con le mie fragilità, sarò sicuramente disposto a non incasellare mio figlio o mia figlia in rigide organizzazioni settimanali; potrò educare a stare nelle cose, piuttosto che al fare bulimico e compulsivo senza possibilità di riservare un tempo di integrazione dell’esperienza; darò importanza ai momenti condivisi in famiglia, la lettura di un libro, la visione di un cartone insieme, la preparazione di un dolce o una passeggiata. 
O semplicemente decido che posso accettare il tempo del non fare niente.
Ma come non siamo tutti fan dell’elogio all’ozio?

Questo stile di vita ci porterà, tra 15 anni, a una società nevrotica, bulimica. Avremo adulti non abituati alla riflessione, alla capacità di comprendere l’altro, incapaci di SO-STARE nelle relazioni. Come possiamo fermarci a comprendere cosa vive un adolescente se non abbiamo il tempo di ascoltarlo? Ma veramente ci nascondiamo dietro il dito delle condivisioni social o degli audio (odiosi) di whatsapp? Ci può bastare per conoscere veramente nostro figlio o nostra figlia, per costruire una relazione con lui o con lei? Come può sentirsi ascoltato o ascoltata se non trova occhi e orecchi adulti pronti ad ascoltarlo in modo esclusivo, senza distrazioni?

Se comprenderemo il valore di un tempo lento in cui prenderci cura della relazione con noi stessi, se come genitore comprenderò quanto è importante fermarmi e “riconoscere” la mia anima, la mia umanità, riterrò indispensabile coltivare la spiritualità di mio figlio o di mia figlia quale caratteristica che gli permetterà di essere un uomo o una donna migliori. 

Se decideremo di educarci AMOREvolmente saremo protagonisti attivi, responsabili, di una moltiplicazione di gentilezza, compassione, amorevolezza, senza paragoni.

Buon San Valentino. 

Sto facendo del mio meglio.

Sto facendo del mio meglio, me lo ripeto ogni volta che sento di non essere all’altezza.

Sto facendo del mio meglio, me lo dico ogni volta che mi guardo allo specchio, che vedo il mio viso stanco, l’espressione corrucciata e sento la mia energia spegnersi.

Sto facendo del mio meglio, penso, quando sono seduta a terra con le mie figlie e intanto nella mia mente scorrono le 37 cose che dovrei fare, le 59 che ho rimandato e quelle indefinibili che non so quando farò. Sto facendo del mio meglio.

Sto facendo del mio meglio, quando parlo troppo in fretta, quando perdo la pazienza, quando sperimento una me che non riconosco.
Non sembra, ma sto facendo del mio meglio.

Sto facendo del mio meglio, quando devio una chiamata, rispondo ad un messaggio dopo tre giorni o dimentico un compleanno.

Sto facendo del mio meglio. Mi sto perdonando. E ammetto l’esistenza di una me lenta, non preformante, incapace di gestirsi nel quotidiano, totalmente assorbita da un presente di ciucciate, pannolini, imprevisti e pochi sostegni.

Sto facendo del mio meglio. Con le mie possibilità di questo momento.

Sto facendo del mio meglio.

E sono sicura che lo stai facendo anche tu.

L’anno che verrà

Eccoci qui, mancano poche ore al passaggio e io saluto il 2022 con la riverenza con cui un discepolo saluta il suo maestro, il più severo.

È stato un anno faticoso, in cui la mia mente ha mentito tante volte, creando una percezione di mancanza anziché prendere atto dell’abbondanza.

Guardo a questo anno che termina come i viaggiatori salutano la terra da cui le navi salpano. Inizialmente con sollievo, come a dire “è finita!” ma a mano a mano che si allontanano sentono sempre di più nascere lo stupore e la gratitudine.
Stupore per aver raggiunto le vette altissime, superato strade impervie, e sentirsi ancora integri. Non frammentato, non distrutto, intero.
Grata per le lezioni imparate, per la scoperta di una forza e resistenza che non credevo di avere, per un linguaggio dell’ego che riconosco come non mio e che sto imparando a lasciare. Scelgo il linguaggio della compassione, del perdono.

Ti saluto mio caro 2022 con la riverenza e la gratitudine con cui saluto uno dei più grandi maestri di tutti i tempi della mia vita.
Lo faccio con il profumo di un pandoro appena sfornato: quest’anno ho cucinato tante volte per dovere; questa volta è stato un piacere.
Lo faccio con un buon prosecco, perché mi merito il meglio.
Lo faccio scrivendo memoria di questo anno, perché io non possa mai dimenticare le difficoltà, i pianti, le tristezze. Ma sopratutto perché io possa ricordare la forza percepita al termine delle prove, il potere che sento e l’integrità nell’essere me stessa.
Voglio onorare chi c’è stato.
Voglio rispettare il modo in cui ognuno ha potuto esserci.
Voglio perdonarmi per tutte le volte che potevo fare meglio.
Voglio amarmi.

Grazie 2022. Sei stato un grande maestro.
Mi hai insegnato che so resistere.
Imparerò a farlo senza lamentarmi.
Mi hai mostrato che ho una forza che non conoscevo.
Ne farò memoria. E imparerò a non spaventarmi.
Ora so che le difficoltà non sono insormontabili.
Un passo alla volta si può superare ogni vetta.

Brindo a me. Brindo a te, che come me hai superato una montagna, che l’hai fatto scoprendo che sei forte, coraggioso o coraggiosa, che sei tenace, che sei integro o integra.
È stata dura.
Ma ora è tutta discesa.
Godiamoci il panorama e brindiamo.
Alla gioia, alla vita… che scorre anche negli inverni più rigidi.
Brindiamo, balliamo, ridiamo.
Ce lo siamo meritato.

Giura che non lacerai passare un minuto
senza infilarci dentro un respiro gioioso.
Giura che andrà così
e che parlerai agli altri con immensa accoglienza
e li guarderai con commozione,
ogni giorno è l’unica e l’ultima occasione che abbiamo.
Giura che sarai una casa
per chi non ha casa,
un cielo in cui gli uccelli stanno bene,
la terra giusta per il verme,
la bocca pronta a baciare.
Giura che in ogni giornata avrai più vita di tutta la vita che hai avuto.
Giura che ti taglierai le unghie con piacere,
ti vestirai con gioia,
camminerai come se fossi un paralitico guarito,
ascolterai ogni parola come un sordo che ha ritrovato l’udito.
Franco Arminio


(Grazie alla mia amica Benedetta, per questa poesia di Franco Arminio, sembrava scritta per me)

DELLA VITA E DELLA MORTE

Dai 3 ai 5 anni i bambini iniziano a porsi le prime domande relativamente la morte. E per noi adulti generalmente iniziano i primi imbarazzi. Cosa succede quando qualcuno non c’è più? Riusciamo a parlare ai bambini della morte? Quando ci diamo la possibilità di parlare della morte, onoriamo anche la vita che c’è stata prima. Parlare di morte è dunque parlare di vita. E parlare di vita comporta anche parlare della morte. 

Molte volte mi è capitato di situazioni in cui i bambini sono stati tenuti lontano dalla possibilità di partecipare ad un culto funebre, fatto in buona fede per preservare il bambino. Ma in realtà non lo stiamo aiutando. Stiamo perdendo l’occasione di dare senso a ciò che si vive. 

Francoise Dolto, psicoterapeuta francese, ha trattato spesso questo argomento con i genitori, ha chiesto loro di sostenere le domande dei bambini, non rifiutarle, di cercare le risposte, non evitarle. Alla domanda: “Perché si muore?” È possibile rispondere “Perché ha finito di vivere”. Poche parole, che soddisfano il sano bisogno del bambino di avere risposte. “Dopo la morte cosa c’è?” Ad ognuno la risposta secondo i propri valori, il proprio credo, ma non lasciamo che queste domande rimangano senza risposta. Se non le abbiamo possiamo onestamente rispondere: “non lo so, ma noi possiamo continuare a ricordare lo zio. Lo sai cosa diceva sempre?…”. Parliamo loro della bellezza di ciò che è stato vissuto, dei momenti condivisi, solo così potremo rendere quella vita immortale. “È andato via!” senza mostrare un corpo, un rito funebre, può indurre il bambino ad un grande senso di smarrimento, instabilità, rispetto alle figure che ama: non si può rifiutare la vita e non si può evitare la morte. A volte come adulti abbiamo la grande paura di affrontare questi discorsi, riconosciamoci piccoli di fronte ai grandi eroi senza paura: i bambini. Per loro invece è un evento del tutto quotidiano, perché la vivono attraverso la natura (foglie che cadono in autunno, per esempio), fanno esperienza quotidiana e diretta dei cicli di nascita e morte. Osserviamo la natura, le stagioni e ricolleghiamola alla nostra vita.

C’è un bellissimo cartone della Disney-Pixar, COCO, che parla del culto dei morti messicano in cui ogni famiglia vive in modo il ricordo di chi non c’è più: è proprio la vita di chi oggi ha terminato di vivere, che ci ha permesso di essere qui. Ricordiamo dunque i nonni sulla poltrona, le nonne che facevano i ferri, le torte delle zie, le partite a carte nei giorni invernali, ricordiamo e onoriamo coloro che ci hanno amato, cresciuti, i loro insegnamenti…perché quando una persona viene a mancare non è tanto l’eredità economica a farcela ricordare, ma le azioni che ha compiuto nella sua vita, le parole che ha donato, l’amore che ha condiviso. Portare questo nei nostri cuori, fare delle azioni che ci fanno ricordare chi amiamo ma che non c’è più, mantengono viva la memoria di quella persona e questo significa rendere immortale la sua vita. E questo per me è importante, per non dimenticare. E allora andiamo nei cimiteri, fermiamoci a raccontare di quanto rendeva speciale quella persona, di cosa ha fatto, delle cose divertenti che ha detto. Da poco tempo è venuta a mancare una persona a cui ero molto legata. Il suo fare materno mi ha sempre fatto sentire una persona scelta, attraverso la cura dei gesti e dell’ambiente in cui viveva, mi ha insegnato a circondarmi di bellezza, di semplicità.

A non strafare, ma ad avere cura delle cose per avere cura anche delle persone. Lei mi ha insegnato ad agire in virtù di un bene per tutti, non un guadagno individuale, ma un benessere collettivo. Mi capita oggi di camminare sotto i tigli di piazza Cavour, a Tolentino, di respirare quel profumo intenso e penso a lei, penso a lei ogni volta che sono vicino ad un tiglio, alle sue battaglie perché non venissero abbattuti, alle sue lotte per donare bellezza a tutti. Le sono grata e quando ci passo con mia figlia le parlo di lei, dei suoi occhi azzurri, dei suoi ideali, dell’esempio che ha rappresentato per me.

Ciao Antonella. 

Perché la morte è vita, luci di luce altrove.
(Dal film Coco)

Il bello di avere figli… è goderseli.

Pochi giorni fa ero al mare con le mie figlie.
Non potevamo fare il bagno già da un paio di giorni a causa del forte vento e della pioggia.
In quei giorni abbiamo scoperto che il mare può donare grandi tesori, offrire uno spazio relazionale, e la spiaggia può diventare un ambiente ricco di giochi, stimoli, opportunità.

Raccogliere i vetri che il mare, nel suo andare e tornare, rilascia sulla spiaggia.
Esplorarli, con la vista, il tatto.
Uno è più trasparente, l’altro meno.
Uno è più levigato, l’altro meno..
Provare a classificarli.
Per colore, forma.
Disporli in ordine di grandezza.


Gli occhi diventano strumento di osservazione, catalogazione.
Il bambino allena attraverso il gioco la concentrazione, la capacità di osservazione e discriminazione.

Bambino e adulto insieme, in una serie infinita di rilanci, impegnati a costruire momenti di relazione, a fissare ricordi che durante l’inverno possono donare tenerezza, calore.
Dopo l’osservazione si può passare alla sperimentazione, alla costruzione di nuovi giochi: strade, case, ecc.

Mi domando sempre se un gioco di quelli strutturati, acquistati in negozio possa fare tutto questo. Possa tenere impegnati bambino e adulto per un lungo tempo.

La natura si conferma il miglior parco giochi di sempre, il più ricco di materiale, il più bello da toccare e sperimentare, il più emozionante da guardare, il più stupefacente da scoprire.

E allora cari adulti, buon divertimento, scoprite nei vs figli degli ottimi compagni di viaggio, lasciatevi stupire da ciò che vi circonda, ci sono infinite possibilità di esplorazioni: foglie, legnetti, conchiglie, pini, un materiale unico e sempre diverso per ogni stagione.

Buon divertimento.

PS: queste occasioni che io chiamo avventure ed esplorazioni aiuterà vs figlio/a ad imparare divertendosi, a creare un legame speciale con voi, e saranno proprio i momenti di condivisa esplorazione e scoperta a farvi ricordare, ad imprimere nella loro memoria la vs presenza e a ripeterla quando saranno genitori a loro volta.
PS2: Se ci capita di rivolgerci ai ns figli con frasi tipo: “Non mi disturbare”, “Sei una scocciatura!”… fare esperienze di questo tipo li aiuteranno a sentirsi importanti, speciali per voi.