DELLA VITA E DELLA MORTE

Dai 3 ai 5 anni i bambini iniziano a porsi le prime domande relativamente la morte. E per noi adulti generalmente iniziano i primi imbarazzi. Cosa succede quando qualcuno non c’è più? Riusciamo a parlare ai bambini della morte? Quando ci diamo la possibilità di parlare della morte, onoriamo anche la vita che c’è stata prima. Parlare di morte è dunque parlare di vita. E parlare di vita comporta anche parlare della morte. 

Molte volte mi è capitato di situazioni in cui i bambini sono stati tenuti lontano dalla possibilità di partecipare ad un culto funebre, fatto in buona fede per preservare il bambino. Ma in realtà non lo stiamo aiutando. Stiamo perdendo l’occasione di dare senso a ciò che si vive. 

Francoise Dolto, psicoterapeuta francese, ha trattato spesso questo argomento con i genitori, ha chiesto loro di sostenere le domande dei bambini, non rifiutarle, di cercare le risposte, non evitarle. Alla domanda: “Perché si muore?” È possibile rispondere “Perché ha finito di vivere”. Poche parole, che soddisfano il sano bisogno del bambino di avere risposte. “Dopo la morte cosa c’è?” Ad ognuno la risposta secondo i propri valori, il proprio credo, ma non lasciamo che queste domande rimangano senza risposta. Se non le abbiamo possiamo onestamente rispondere: “non lo so, ma noi possiamo continuare a ricordare lo zio. Lo sai cosa diceva sempre?…”. Parliamo loro della bellezza di ciò che è stato vissuto, dei momenti condivisi, solo così potremo rendere quella vita immortale. “È andato via!” senza mostrare un corpo, un rito funebre, può indurre il bambino ad un grande senso di smarrimento, instabilità, rispetto alle figure che ama: non si può rifiutare la vita e non si può evitare la morte. A volte come adulti abbiamo la grande paura di affrontare questi discorsi, riconosciamoci piccoli di fronte ai grandi eroi senza paura: i bambini. Per loro invece è un evento del tutto quotidiano, perché la vivono attraverso la natura (foglie che cadono in autunno, per esempio), fanno esperienza quotidiana e diretta dei cicli di nascita e morte. Osserviamo la natura, le stagioni e ricolleghiamola alla nostra vita.

C’è un bellissimo cartone della Disney-Pixar, COCO, che parla del culto dei morti messicano in cui ogni famiglia vive in modo il ricordo di chi non c’è più: è proprio la vita di chi oggi ha terminato di vivere, che ci ha permesso di essere qui. Ricordiamo dunque i nonni sulla poltrona, le nonne che facevano i ferri, le torte delle zie, le partite a carte nei giorni invernali, ricordiamo e onoriamo coloro che ci hanno amato, cresciuti, i loro insegnamenti…perché quando una persona viene a mancare non è tanto l’eredità economica a farcela ricordare, ma le azioni che ha compiuto nella sua vita, le parole che ha donato, l’amore che ha condiviso. Portare questo nei nostri cuori, fare delle azioni che ci fanno ricordare chi amiamo ma che non c’è più, mantengono viva la memoria di quella persona e questo significa rendere immortale la sua vita. E questo per me è importante, per non dimenticare. E allora andiamo nei cimiteri, fermiamoci a raccontare di quanto rendeva speciale quella persona, di cosa ha fatto, delle cose divertenti che ha detto. Da poco tempo è venuta a mancare una persona a cui ero molto legata. Il suo fare materno mi ha sempre fatto sentire una persona scelta, attraverso la cura dei gesti e dell’ambiente in cui viveva, mi ha insegnato a circondarmi di bellezza, di semplicità.

A non strafare, ma ad avere cura delle cose per avere cura anche delle persone. Lei mi ha insegnato ad agire in virtù di un bene per tutti, non un guadagno individuale, ma un benessere collettivo. Mi capita oggi di camminare sotto i tigli di piazza Cavour, a Tolentino, di respirare quel profumo intenso e penso a lei, penso a lei ogni volta che sono vicino ad un tiglio, alle sue battaglie perché non venissero abbattuti, alle sue lotte per donare bellezza a tutti. Le sono grata e quando ci passo con mia figlia le parlo di lei, dei suoi occhi azzurri, dei suoi ideali, dell’esempio che ha rappresentato per me.

Ciao Antonella. 

Perché la morte è vita, luci di luce altrove.
(Dal film Coco)

HAI TUTTO E NON SEI MAI CONTENTO!

Vi è mai capitato di dire questa frase? E di sentirla?

A me è capitato e capita moltissime volte di pensarlo, di dirlo. Come mamma di una bambina di 3 anni è facile pensarlo, dirlo: “Non gli/le basta mai!”, “Ha tutto e vuole sempre di più!”

…e mi permetto di dirlo che non riguarda solo i bambini. Spesso lo pensiamo e lo diciamo anche nelle relazioni con gli adulti.

Ma cosa vuole realmente?

Veramente più abbiamo, più chiediamo, più vogliamo?

O forse chiediamo e vogliamo senza prima aver capito cosa vogliamo?

Parliamo dei bambini, che poi ogni discorso è riconducibile agli adulti.
È mattina, ore 7:30. Il bambino si siede a tavola e dice: “non voglio i biscotti, voglio lo yogurt!”.
Il genitore, che ha i minuti contati e nel frattempo sta svuotando la lavastoviglie, ci prova e dice: “Dai oggi ci sono i biscotti, domani lo yogurt. Mangiali che è tardi!”. Il bambino che non conosce ii tempo ed è seduto al tavolo da solo, ritorna alla carica e ci riprova: “Io non mangio, voglio lo yogurt!”. Il genitore, che nel frattempo è passato a lavarsi i denti e ha un tempo interno che scorre velocissimo, dice (con tono nervoso): “ok, però mangi tutto e veloce, ci siamo intesi?”, il bambino accetta, il genitore prende lo yogurt e lo porge al bambino…ed ecco che il bambino fa una nuova richiesta….e lì, in quel momento, il genitore pensa che sta per esplodere.

Oppure, è domenica, finalmente il tempo del riposo, la famiglia decide di andare a fare una passeggiata al mare: i genitori seduti su una panchina, guardano i figli che giocano al parco e si godono un po di relax. Passano 5 minuti ed eccolo: “mi dai 1€ che prendo una pallina?”, il genitore non ha voglia di discutere, è domenica, vuole solo riposare: “tieni” il bambino va e torna piangendo: “non volevo quella pallina, ne volevo un’altra!”. Il genitore temporeggia, cerca di distrarlo ma non molla, viene accontentato, perché il genitore vuole stare tranquillo. Torna, dopo due palline dobbiamo ritenerci soddisfatti, stiamo bene per 5 minuti poi…”ho sete, voglio il te”, poi “ho fame voglio il gelato” e dal te o il gelato si passa alla caramella e poi…in un’infinita serie di richieste che ci fa sentire sfiniti, al termine del quale, esausti, o ci alziamo spazientiti urlando: “basta torniamo a casa, non ti basta mai! Sei incontentabile!” Seguono pianti, urla, nervosismo crescente, conflitti tra i genitori. (Ho escluso l’ipotesi fornire uno smartphone così sta zitto! perché è una pratica che risponde al bisogno di attenzione con l’isolamento).

Che cosa è successo? Che cosa succede? Io la mia idea me la sono fatta sperimentando e osservando. E quando vedi che funziona, continui.

Le domande che mi hanno spinta a questa riflessione sono state?

  1. La richiesta è chiara, ma qual’è il bisogno? 
  2. Accontentare è la via più veloce per chiudere la questione?
  3. Se accontento ogni richiesta che mi viene fatta, a cosa educo il mio bambino?

Parto dall’ultima domanda, accontentare sempre i nostri figli significa educarli ad un mondo che dice SI, a tutto. È reale il mondo che gli sto presentando? Troverà sempre adulti pronti a soddisfarlo? E questo ha fatto nascere altre questioni, tra le quali: lo sto educando a rispettare e ad ascoltare i bisogni degli altri? La risposta è NO. Pertanto devo assolutamente sapere che questo modo favorisce lo sviluppo di un individuo incapace di leggere i bisogni altrui, totalmente centrato sui suoi bisogni consumistici. Ecco dunque che rispondo alla domanda due: NO!, perché non si chiude la questione, anzi ne apro di sempre nuove e poco coerenti (domanda 1) con il bisogno. Accontentare senza comprendere il bisogno reale significa perdere l’occasione di aiutare il bambino a leggere il suo bisogno. Spesso infatti quello che vuole il bambino è una vicinanza con il genitore, un’attenzione dedicata e totale a lui e le richieste accontentate perché cosi sto tranquillo non fa altro che educare al consumismo, quindi formare uomini e donne che consumeranno in maniera bulimica oggetti, prodotti, denaro senza assolutamente esserne consapevoli.

COSA FARE? 

Cari genitori cercate di educare alla frustrazione di ricevere piccoli NO, non date risposte automatiche, chiedervi se è necessario dire Si. Se la risposta è NO, provate a dirlo. MENO SI, MENO RICHIESTE. SE SO CHE MI DICONO NO A GELATI, PATATINE, FIGURINE, CELLULARE, SMETTO DI CHIEDERE. Sarà dura i primi giorni, ma vi assicuro che i benefici saranno su tutta la vita. 

LA MISURA DI CHI SIAMO.

Quando moriremo, la misura di quello che siamo stati nella nostra vita ci sarà data dai nostri figli, dagli adulti che saremo in grado di mettere nel mondo.

Don Luigi Verdi ha aperto con queste parole un incontro per famiglie nella quiete di un eremo in Toscana: eravamo tutti seduti, accaldati, attenti, attoniti.

Il modo in cui educhiamo i nostri figli ha un peso sulla società intera.

Che cosa significa questo?

Significa per esempio che se sono seduta a tavola, durante i pasti, cerco di evitare di usare il telefono o guardare la TV, ma mi faccio modello di convivialità: racconto la mia giornata, le cose che mi sono piaciute, le difficoltà che ho affrontato, in modo che i miei figli possano acquisire, in modo del tutto indiretto e involontario, le competenze sociali dello stare insieme.

Significa che di fronte ai cosiddetti “capricci” (ricordiamoci che i capricci non esistono) scelgo di non perdere la testa, anche se sono stanca, né di pretendere che mi si porti rispetto perché vengo da una giornata di lavoro che mi ha lasciato senza energia. Scelgo di guardare a mio/a figlio/a per il/la bambino/a che è, riconosco che anche per lui/lei deve essere stata una giornata difficile senza i suoi genitori, incastrato/a tra mille impegni e trasportato/a come un pacco da un’attività all’altra.
Decido di investire le mie energie per rimanere calma, accogliere quel corpicino agitato e far diventare le mie braccia contenitore in cui abbandonare tutte le fatiche del giorno. Cosi facendo so che sto insegnando la pazienza, l’accoglienza, doti necessarie per vivere in un modo fatto di persone in carne e ossa.

Significa che se decido di andare a cena fuori o in vacanza, non scelgo di spegnere mio/a figlio/a davanti uno schermo, ma lo tengo acceso cercando di scegliere una meta tranquilla, in cui può avere uno spazio esterno in cui correre e divertirsi, portandomi uno zaino in cui ho messo cose che possono incuriosirlo/a, accettando anche che di stare seduto a tavola non ne abbia nessuna voglia. In questo modo lo/la imparerà a riconoscere i bisogni dell’altro/a, a rispettarli.

Significa che non faccio diventare mio/a figlio/a un adempimento, un compito giornaliero da assolvere o un problema da gestire. Scelgo di eliminare il tempo speso in modo superfluo (social compresi – che peraltro mi privano di ogni volontà e mi rendono triste) perché voglio avere le energie per aiutarlo/a a trovare le sue soluzioni ai problemi che lo/la preoccuperanno. Scelgo di non essere spicciativa, perché voglio dedicargli/le l’attenzione che merita; scelgo di non avere fretta, perché la sua soddisfazione è importante. Lo farò in modo autentico, nello stesso modo in cui vorrei essere accolta io, perché so che il modo in cui io oggi accolgo la sua persona, i suoi pensieri, le sue emozioni e preoccupazioni, sarà il modo in cui domani accoglierà le sofferenze altrui. 

Significa che anche se faccio un lavoro che mi porta molte ore fuori casa, quando rientro invoco il tanto dimenticato diritto alla disconnessione per connettermi totalmente con i miei figli, il mio partner, il cane, la natura che mi circonda….qualsiasi essere vivente non virtuale. In questo modo ho la possibilità di educare i miei figli ad un modo di stare in casa, in famiglia, nelle relazioni, di vivere una sfera ON-LIVE in cui fare esperienza di vita reale.

Significa infine che cerco di vivere in modo gioioso, perché non posso desiderare che mio/a figlio/a sia felice se io genitore parlo di felicità, ma vivo costantemente incazz***.
Rifiuterò il giudizio, la menzogna, la critica nella mia quotidianità, sceglierò di concentrarmi su ciò che ho, sviluppando la gratitudine, quel senso di pienezza di una vita felice. In questo modo potrò diventare modello di una vita in cui sentirsi soddisfatti.

La felicità è una scelta, ogni giorno. Quanto più vivrò nella soddisfazione e nella gioia, tanto più darò ai miei figli il permesso di fare altrettanto.

Il bello di avere figli… è goderseli.

Pochi giorni fa ero al mare con le mie figlie.
Non potevamo fare il bagno già da un paio di giorni a causa del forte vento e della pioggia.
In quei giorni abbiamo scoperto che il mare può donare grandi tesori, offrire uno spazio relazionale, e la spiaggia può diventare un ambiente ricco di giochi, stimoli, opportunità.

Raccogliere i vetri che il mare, nel suo andare e tornare, rilascia sulla spiaggia.
Esplorarli, con la vista, il tatto.
Uno è più trasparente, l’altro meno.
Uno è più levigato, l’altro meno..
Provare a classificarli.
Per colore, forma.
Disporli in ordine di grandezza.


Gli occhi diventano strumento di osservazione, catalogazione.
Il bambino allena attraverso il gioco la concentrazione, la capacità di osservazione e discriminazione.

Bambino e adulto insieme, in una serie infinita di rilanci, impegnati a costruire momenti di relazione, a fissare ricordi che durante l’inverno possono donare tenerezza, calore.
Dopo l’osservazione si può passare alla sperimentazione, alla costruzione di nuovi giochi: strade, case, ecc.

Mi domando sempre se un gioco di quelli strutturati, acquistati in negozio possa fare tutto questo. Possa tenere impegnati bambino e adulto per un lungo tempo.

La natura si conferma il miglior parco giochi di sempre, il più ricco di materiale, il più bello da toccare e sperimentare, il più emozionante da guardare, il più stupefacente da scoprire.

E allora cari adulti, buon divertimento, scoprite nei vs figli degli ottimi compagni di viaggio, lasciatevi stupire da ciò che vi circonda, ci sono infinite possibilità di esplorazioni: foglie, legnetti, conchiglie, pini, un materiale unico e sempre diverso per ogni stagione.

Buon divertimento.

PS: queste occasioni che io chiamo avventure ed esplorazioni aiuterà vs figlio/a ad imparare divertendosi, a creare un legame speciale con voi, e saranno proprio i momenti di condivisa esplorazione e scoperta a farvi ricordare, ad imprimere nella loro memoria la vs presenza e a ripeterla quando saranno genitori a loro volta.
PS2: Se ci capita di rivolgerci ai ns figli con frasi tipo: “Non mi disturbare”, “Sei una scocciatura!”… fare esperienze di questo tipo li aiuteranno a sentirsi importanti, speciali per voi.

Il giorno dopo la festa della mamma.

Non avevo mai fatto la mamma, l’ho imparato con voi.

Non conoscevo la pazienza, voi me l’avete insegnata.

Conoscevo la critica, con voi ho imparato a comprendere.

Conoscevo il giudizio, con voi ho imparato ad accettare.

Vivevo in modo programmato, con voi ho imparato a chiamare l’imprevisto, amico.

Conoscevo l’organizzazione, con voi ho imparato a farlo sulle montagne russe.

Pensavo di conoscere la coerenza, ma ho scoperto che era rigidità.

Conoscevo l’impegno e il sacrificio, con voi ho imparato la dedizione.

Conoscevo la rabbia, e la conosco ancora, ma ho anche imparato a perdonare.

Conoscevo i “nodi al dito”, mi avete insegnato a dimenticare, ché l’amore è più forte.

Pensavo di essere “nata così”, ho scoperto che sono tutt’altro. Un essere in trasformazione ogni giorno.

Non conoscevo l’amore, voi me lo avete dato. E me lo state insegnando.

Pensavo di non avere un cuore, ho scoperto di averne uno così grande, generatore instancabile di amore.

Pensavo che l’attesa fosse un tempo perso, di dolore, ho imparato che è un tempo guadagnato.

Pensavo che il dolore si dovesse fuggire, ho scoperto che è un tempo di grandi insegnamenti e che senza non saremmo niente.

Conoscevo la fuga come mezzo per fuggire, con voi ho imparato a “stare”.

Pensavo che le scomodità fossero seccature, oggi ho imparato a trovare la mia comodità nella scomodità.

L’inquietudine era la mia compagna di viaggio oggi ci siete voi, e ho trovato la pace.

La mia vita prima aveva senso, ma con voi tutto si è amplificato.

Grazie, ogni giorno.

Con amore, L.

QUANDO LA SOFFERENZA DIVENTA MAESTRA

Ho riflettuto tanto sulla possibilità di scrivere questo articolo, ma non potevo agire come se non stessimo vivendo un periodo storico pazzo e tremendamente cruento. Allora ho riflettuto sul come e cosa era importante per me comunicare perché questo dolore, queste immagini, non fossero solo memorie visive ma potessero trasformare la quotidianità di ciascuno di noi, il modo in cui facciamo i genitori, nonni, zii. 

Leggo molti articoli in cui si dice: “non appesantiamo i bambini!”, sono d’accordo ma non nascondiamo la testa, né giriamola dall’altra parte, cerchiamo di fare in modo che questo dolore non vada sprecato, che la sofferenza di milioni di profughi diventi maestra per la nostra vita. Non facciamo come gli ipocriti che pensano che questa sia l’unica guerra e gli ucraini, gli unici profughi. Al mondo ci sono altre guerre e profughi sono anche coloro che arrivano via mare, per scappare da altre guerre altrettanto violente ma sembra che ci interessano meno.

Chissà perché
Generalmente viviamo in case in cui le TV vengono dimenticate accese, le immagini scorrono, le parole creano un sottofondo tutt’altro che piacevole che vanno ad appesantire uno stato d’animo affaticato, un pensiero stanco, quindi anche se questi bambini non li vogliamo appesantire…lo stiamo facendo!

Spegniamo le TV! Accendiamo una candela.
E quando i bambini ci chiederanno: “Perché?” Rispondiamo che stiamo sostenendo con la luce un popolo in pericolo, che nel nostro cuore stiamo coltivando un pensiero di pace.

AH! La pace! Quanto ci piace nominarla con i bambini: “Fate la pace!”, “Non litigate, dovete andare d’accordo!”

Dovete? Ai bambini diciamo “dovete andare d’accordo”
e tu che stai leggendo…ci riesci? Riesci ad andare d’accordo con tutti? Come adulti non dovremmo mai chiedere ad un bambino qualcosa che anche noi non siamo disposti a fare. 

E non paragoniamo la guerra con i litigi! Sono due cose ben diverse. I bambini litigano, non fanno la guerra. Gli adulti non litigano, fanno la guerra. E non bisogna essere capi di Stato, ognuno di noi, ogni giorno, fa le sue personalissime guerre al tizio che gli taglia la strada…a se stesso. “Guerra e conflitto non sono sinonimi, per quanto la comunicazione oggi li usi come tali. Nella guerra c’è violenza, nel conflitto no. Violento non è colui che litiga sempre, ma colui che non sa litigare”, dice Daniele Novara, Centro Psicopedagogico per la pace. “Per questo occorre imparare la competenza conflittuale”.

E poi c’è l’accoglienza, gli aiuti.
I nostri figli vedono che ci stiamo mobilitando per sostenere un popolo martorizzato dalla sofferenza, abbiamo l’opportunità di mostrare che siamo un grande modello di generosità e accoglienza, ma facciamo di tutto perché non siano “a tempo determinato”, cerchiamo di mantenerle e di viverle nel quotidiano e per lungo tempo. Cresciamo in generosità, accoglienza, gratuità, nelle nostre case, all’interno delle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro.

Osservando il periodo storico che stiamo vivendo, sento dunque che come genitori, insegnanti, popolo civile dobbiamo riflettere su alcuni punti:

  1. Educhiamo alla pace permettendo ai bambini di vivere i loro conflitti: sosteniamo i bambini nel costruzione di una competenza legata alla capacità di confliggere, che comporta sentire le proprie emozioni, comunicarle, cercare una risoluzione del conflitto senza perdenti, rispettando l’altro. Impariamo come adulti il linguaggio emozionale, forniamo gli strumenti ai nostri bambini e ragazzi per andare nel mondo e vivere relazioni autentiche, costruttive. Diamo la possibilità ai bambini di allenarsi nelle loro capacità di mediare i conflitti, che non è fare finta di niente ma fare luce sul conflitto, lasciar parlare le loro emozioni.
    Il conflitto non è violenza, piuttosto è quando non si avverano le tue aspettative. Il problema è che oggi tutto ciò che ci infastidisce troppo, viene percepito come violenza. Ma dove c’è una buona educazione al conflitto, la guerra non ha ragione di esserci, Daniele Novara.
  2. Evitiamo tutti quei cartelloni pieni di parole, simboli se poi noi adulti non siamo modelli di accoglienza. Evitiamo di giudicare i bambini quando non fanno ciò che vorremmo, comprendiamo i genitori che, seppur con fatica, provano a fare il loro mestiere riconoscendo che lo fanno senza strumenti, totalmente sprovvisti. E quindi si, a volte arrancano! Un pò per pigrizia, un po’ perché “siamo cresciuti tutti”… E finiamola con questa storia, perché a occhio e croce nessuno è tanto contento di come è cresciuto. Iniziamo a decidere come vogliamo far crescere i nostri figli e da oggi, AZIONI CONCRETE! Ognuno di noi può diventare protagonista del suo cambiamento. 

Tutti insieme possiamo creare una trasformazione culturale. 

I FIORETTI DI QUARESIMA

Tutti pronti per iniziare con i fioretti?
Abbiamo già scelto di cosa fare a meno per quaranta giorni?
Sigarette, parolacce, dolci… quale sarà il sacrificio con cui ci misureremo fino a Pasqua?

Da qualche anno sto cercando di usare questo tempo come occasione per migliorarmi su aspetti che rappresentano obiettivi di miglioramento ma a cui nel quotidiano presto poca attenzione.
In questo momento storico sento maggiormente il bisogno, e la responsabilità, di farlo.

Non mi concentrerò pertanto sui piaceri quotidiani di cui fare a meno (che spesso da fioretto si trasforma in “Ho un motivo per dimagrire”): che poi mi chiedo… a cosa o a chi può essere utile se io mi privo dei dolci nel periodo di quaresima?
Sicuramente è utile a me e alla mia salute, ma il mondo, soprattutto quello che mi circonda non ne uscirebbe migliorato: come potrei essere migliore se divento nervosa e intrattabile per le privazioni?

Quest’anno voglio porre la mia attenzione sulle azioni che non si presentano spontaneamente ma che voglio intenzionalmente aumentare e fare in modo che diventino abitudini.
In questo momento storico sento un gran bisogno (interno ed esterno) di pace, di grande solidità e stabilità nella pace, con me stessa e con gli altri.

Cercherò quindi di essere più presente a me stessa e agli altri.

Voglio provare a eliminare tutte le brutture delle parole, delle azioni, delle emozioni.

Voglio impegnarmi a trattarmi bene, a crescere in gentilezza nei miei confronti e nei confronti di chi mi circonda.
Voglio scegliere con attenzione le parole che uso, per descrivere una persona, una situazione, ma anche per chiedere o comunicare qualcosa.
Voglio migliorare i gesti della cura affinché parlino di amore, di attenzione.
Voglio comprendere anziché giudicare soprattutto quando si presentano situazioni che mi fanno arrabbiare, soffrire.
Voglio accogliere le mie fragilità, e voglio poter accogliere le fragilità di coloro che mi circondano e che spesso giudico come mancanze nei miei confronti.

È solo partendo da me che posso raggiungere gli altri.
Questo sarà il mio impegno fino a Pasqua.

Quale sarà il tuo?

Buona giornata.
L

OCCHI PER VEDERE

Ognuno di noi ha due occhi, due orecchi, due mani, ma quanti sanno vedere, ascoltare, toccare?

In questo ultimo anno che sono rimasta a casa mi sono dedicata a me, alla mia famiglia, alla preparazione di un nido che sapesse accogliere.
…ma non ho smesso di essere insegnante. E così ho approfittato di questo tempo per studiare, attività che mi piace molto ma che mi è difficile nella quotidianità, per tanti motivi, che sono gli stessi che non permettono a ognuno di noi di dedicarci a ciò che amiamo: ritmi serrati, lavoro, famiglia, ecc.

Sospendere le mie attività lavorative mi ha permesso quindi di dedicarmi allo studio, di spolverare la mia cassetta degli attrezzi, selezionare ciò che c’era, eliminare ciò che ingombrava per fare spazio a qualcosa di nuovo.
L’ho rifornita di strumenti posseduti ma dimenticati, di domande mai poste, di riflessioni che mi stanno spingendo verso un modo di fare l’insegnante che mi piace sempre di più, fatto di scoperta, di domande, di sentire che non è solo con le orecchie, di guardare che non è solo vedere.

Mi sto dunque dedicando all’approfondimento del Metodo Munari attraverso una collana di laboratori tematici creata in collaborazione con l’Associazione Bruno Munari. I testi mi stanno aiutando a capire, ad approfondire ma soprattutto mi stanno donando uno sguardo nuovo sul mondo.

Ecco allora che ieri passeggiavo in campagna e osservavo la natura intorno a me, e mi sembrava di non averla mai vista.
E sono nate in me tre riflessioni: la prima è la constatazione di quale sensibilità e profondità d’animo caratterizzasse l’uomo Bruno Munari. Perché tutti guardiamo ma lui non solo ha visto, ha avuto una grande visione che ancora oggi stupisce.
Poi ho pensato a quanto sia importante come adulti avere quello sguardo per educare i bambini (e quindi i nuovi adulti), per diventare modelli di come posare i propri occhi in modo attento su ciò che ci circonda, per scoprire la bellezza, l’ordine naturale delle cose.

Raccogliere un sasso e buttarlo nel fiume sarà allora un’esplorazione unica: porre attenzione alla sensazione sulla mano del sasso raccolto, differenziare i pesi tra pietre diverse ma apparentemente simili, scorrere la loro superficie . Provare a sentire il tipo di sensazione che ne scaturisce: piacevolezza, fastidio… Gettare il sasso nel fiume diventa poi l’occasione per osservare l’effetto delle pietre che cadono in acqua… e se buttiamo un bastoncino di legno? Cade nello stesso modo? Perché?

Tutto può sembrare così apparentemente sciocco, superficiale ma per un bambino prendere un sasso e buttarlo in acqua è molto diverso da prendere un sasso, essere accompagnati a osservare, metterci le parole per descrivere e sperimentare, buttarlo in acqua, e di nuovo osservare e riflettere.
Accompagnare i bambini in questa osservazione, con il giusto tempo e silenzio, permette a ciascuno (adulto e bambino) di essere nel mondo in maniera presente, di passeggiare guardando ciò che ci circonda, di vivere un’esperienza totalmente aderente al qui ed ora che ha carattere di infinito.

Una passeggiata nella natura può diventare un’esperienza unica di disconnessione dal mondo esterno per connettersi al momento presente, a ciò che ci circonda facendoci percepire tutt’uno con la natura.
È così che mi sono sentita ieri mentre guardavo il cielo, ascoltavo lo scorrere dell’acqua del fiume, guardavo gli alberi… Mi sembrava fosse la prima volta.

Quando ho guardato questo albero con grande stupore ho ricordato il libro dedicato alla Natura:Per disegnare un albero basta disegnare una Y, alle due estremità tracciare altre due Y e così via, creando ramificazioni”.

Eh già! tante Y fanno un albero. Ho 41 anni e ho guardato questo albero per la prima volta. Mi è venuta una gran voglia di tornare a casa e provare a disegnarlo, scoprire che non è poi così difficile disegnare un albero invernale, che potevo smetterla con quella serie infinita di alberi con la chioma verde. Perché la natura risveglia, la relazione con lei dona entusiasmo.
Se tutto questo accade in me adulto, chissà cosa succede nell’animo di un bambino?!

Sostenere i bambini a vivere esperienze nella natura, stimolare la loro curiosità attraverso domande, formulazione di ipotesi, può aiutarli a diventare curiosi, attenti, a promuovere una sensibilità e cura nei confronti della grande madre Natura.
Il Pianeta ha bisogno di cittadini e cittadine che abbiano gli occhi per guardare, una sensibilità per porsi domande, un cuore per amare la natura che li circonda, un sentimento e azioni di cura per preservare la bellezza.
Compito degli adulti che mettono al mondo i figli è proprio questo: promuovere la nascita di sentimenti e azioni che vadano in questa direzione.

Cari adulti diamoci il tempo di poter fare queste esperienze con i nostri figli, siamo sempre di corsa, ma per andare dove?
Alla fine della nostra vita non conteranno i soldi accumulati, saranno le relazioni a scaldarci il cuore, a farci sentire vivi.
Inutile costruire gabbie d’oro se poi non diamo da mangiare all’uccellino che c’è dentro.
Spegniamo il telefono (viviamo il lusso della non reperibilità), riserviamo ai bambini il giusto tempo, che è il tempo lento, di far nascere in loro le domande, le curiosità… evitiamo di dare risposte, invitiamo a sperimentare.

Facciamoci insegnare dai nostri figli a vivere le esperienze in modo totalmente presente al qui ed ora, divertiamoci con loro.
Facciamo come adulti un passo indietro e facciamo fare un passo avanti al nostro bambino interiore, prendiamoci cura di lui e ci prenderemo cura dei nostri figli.



Vi auguro tante avventurose scoperte.

SOGNARE IN GRANDE

È mattina e distrattamente guardo le stories sui social. 
Mi imbatto in un profilo sempre molto interessante e il tema coglie subito la mia attenzione:
“Tu sogni in grande?”
E poi… “e se non lo fai perché?” “Se lo fai perché?”.

Sogno in grande? 
Che significa sognare in grande?
È avere successo?
Che cosa significa avere successo?
Davvero successo è solo quanti followers seguono il tuo profilo o quanti soldi hai in banca?
Ci penso.
No! assolutamente NO!

Per me successo è vivere la vita che scelgo, sviluppare consapevolezza, ampliare la mia coscienza e vivere in un armonia cosmica.
…quindi no, non me ne frega dei soldi, dei conti in banca. Mi interessa essere felice.

Sono felice?

Si, lo sono moltissimo.
Prima di tutto perché sono felice di chi sono, come donna. Sono, inoltre, sposata con un uomo che amo e che rispetto, il nostro rapporto cresce e gli anni che passano sono piccoli passi che stiamo compiendo insieme, nuovi progetti che ci uniscono, nuovi orizzonti da esplorare. Ho la possibilità di essere mamma di due figlie meravigliose, opposte ma la loro vita è piena di doni per me. Vivo in una casa che mi piace, che ho arredato con poco soldi ma con le cose che mi piacciono. Ho la possibilità di vestirmi e di indossare abiti che mi fanno stare bene. Ho tutto ciò di cui ho bisogno.

Ma più di tutti quello che mi rende felice non è visibile ad occhio nudo, e non si può contare.
Mi rende felice sentire la mia qualità di presenza mentre vivo, costruire con intenzionalità il rapporto con mio marito.
La scelta di abbandonare un IO a volte troppo rumoroso a favore del NOI, di avere chiaro il tipo di coppia che vogliamo diventare e per questo ogni giorno ci lavoriamo, consapevoli che non ci sono vinti o vincitori, ma che si vince insieme.

Sono felice delle persone che mi circondano, orgogliosa delle donne amiche che chiamo sorelle, la loro vota per me è modello e mi aiutano in molte occasioni a comprendere, accogliere, perdonare. Sono felice anche delle persone che incontro e che mi mettono in difficoltà, che mi fanno arrabbiare, perché mi offrono l’occasione di conoscere i miei punti di debolezza e mi aiutano a crescere.

Mi rende felice avere gli occhi per vedere oltre ciò che appare e allora la vivacità di mia figlia non è  un atteggiamento che mi sfida ma è l’occasione per me di crescere, di superare me stessa, di allenare la mia pazienza, la mia flessibilità per trovare le strategie migliori per aiutarla a crescere e maturare.

Mi rende piena di vita guardare il mio guardaroba abbandonando l’atteggiamento consumistico del ho tante cose ma niente da mettermi per acquisire quello del ho solo le cose che mi piacciono e quindi ho buttato, dato nuova vita a ciò che non indossavo, e ho scelto di tenere solo ciò che ogni giorno veste la migliore versione di me. Che piace a me. E questo mi fa sentire bene. 
non più schiava della moda, ma con la possibilità di vivere il mio stile

Certo prima ho dovuto spogliarmi del bisogno di sentirmi accettata per quello che avevo, di quella prigione che il Brand doveva farmi sentire quella “giusta”.
È possibile?
No, se ti senti sbagliata continuerai a guardare le altre come se avessero qualcosa di più.

È stato importante per me fare un lungo e complesso percorso di scoperta e definizione della mia identità, riconoscermi padre e madre di me stessa, per cui VIA il giudizio e porte aperte all’amore genitoriale, al perdono, all’accettazione incondizionata, prima verso me stessa, poi verso gli altri. 

Ho perdonato le persone o le situazioni che mi hanno fatto soffrire, quelle che mi ha lasciato dipendente e bisognosa di amore. 
Perdonare e lasciar andare.
Tenere solo gli insegnamenti.

E ora, in questo momento della mia vita, sogno in grande?
Ah SI! Certo che lo sogno. Sogno in grandissimo

Nei miei sogni non c’è il desiderio di essere popolare, non mi interessano i like che ricevo.
Non mi interessano i grandi sogni 2.0.
E non perché snobbo gli altri, ma perché non mi muovo nel mondo in cerca di consensi.
Sento che mi muovo nel mondo con amore, il mio fine non è piacere agli altri, non mi interessa. Sono occupata però a lasciare un’impronta gentile, autentica sul mio cammino e in chi incontro. 
Gli altri mi interessano, eccome! Mi interessa la loro umanità, la relazione.

Non mi piacciono i falsi generosi che fanno qualcosa per il bisogno di sentirsi utili perché non bastano a se stessi. 
Non mi piacciono i falsi altruisti che dicono di fare il tuo bene ma poi agiscono mettendoti in una situazione di dipendenza affettiva.

Mi sento abbastanza onesta da affermare che quando agisco non è per far crescere l’immagine che ho di me. Quando agisco lo faccio con amore e gratuità.

Dunque quali sono i miei sogni?
Il grande sogno che sto vivendo è quello di poter vivere la vita che scelgo ogni giorno. Quello che spero di realizzare invece è poter contribuire ogni giorno a creare un mondo migliore.
Cerco di farlo con grande impegno nel mio ruolo come mamma, mettendomi in discussione, cercando di essere il modello migliore per insegnare alle mie figlie a muoversi con decisione, gentilezza, onestà. Lo faccio sbagliando, ma cercando di rialzarmi sempre.
Lo faccio nel mio ruolo di insegnante, cercando di promuovere nei bambini che incontro riconoscimento, libertà, consapevolezza, ma anche di favorire una riflessione con i loro genitori, affinché possano vedere nei comportamenti dei loro figli messaggi di crescita, attenzione, cambiamento. 

Ho la fiducia che così facendo io possa contribuire a rendere il mondo un posto migliore dove vivere e so di non essere sola in questa missione.

E tu, sogni in grande? Quali sono i tuoi sogni?

ESSERE VISTI, SENTIRSI AMATI

I bambini hanno bisogno di essere guardati, per lungo tempo.
Qualcuno mi ha chiesto: “cosa hai provato quando è morta tua moglie?”
Ho risposto: “Per me è cambiata la vita”,
perché dopo sono sopravvissuto, non mi è interessato granché restare al mondo.
E tuttora non mi interessa granché.
La cosa più dolorosa è la perdita del testimone.
Tu quando sei al mondo hai bisogno di essere guardato da qualcuno.
Quante cose fai perché uno ti guarda?
Lo sguardo è il primo processo di socializzazione:
Il bambino appena comincia ad aprire gli occhi e incontra lo sguardo della mamma,
la prima cosa che fa è ridere
perché esce dalla solitudine, entra nella socializzazione.
Noi viviamo se qualcuno ci guarda, se qualcuno ci fa da testimone,
quando non hai più nessun testimone puoi anche avere sei mila persone che ti applaudono, ma non ti importa niente.
I bambini allora bisogna guardarli,
mentre giocano, mentre guardano un film;
e, mentre lo guardi, chiedigli cosa prova, cosa pensa mentre fa la sua cosa,
in questo modo non lo lasci alla sua cosa, alla sua solitudine.
Guardandolo puoi accorgerti dei suoi progressi, e li riconosci.
Questo lo aiuterà a farne altre mille di passi, per il solo fatto di essere gratificato dallo sguardo”. Umberto Galimberti.


Ma quanto è semplice questa verità? Scontata! Eppure queste parole hanno avuto un grande effetto in me. In quest’epoca in cui di domandiamo spesso che effetto avrà sulla vita psichica dei bambini essere circondati da persone a cui è nascosto il sorriso, io rilancio ricordando che abbiamo lo sguardo. 

Quando il nostro sguardo è distratto, manca. Non c’è.
Se è impegnato a osservare lo scorrere di uno schermo inevitabilmente non può testimoniare la vita che si manifesta davanti ai nostro occhi. Se è impegnato a “catturare” un’immagine da inserire in un profilo social, dimentica la sua funzione reale ovvero di riconoscere e rimandare al bambino ciò che sta accadendo. Allora dopo aver catturato, sarà importante restituire (da 0 a 99 anni): “Vedo che sei impegnato a costruire una torre molto alta”, oppure “vedo che sei riuscito a fare questa cosa molto difficile…”
Faccio esempi a caso, ma necessari per comprendere il tipo di feedback di cui ha bisogno il bambino/adolescente che non è il “bravo!” ma è il: “con il mio sguardo ti vedo, per me esisti, riconosco i tuoi cambiamenti, la tua evoluzione, ti sostengo”.

Perché è così importante? Il bambino/l’adolescente nel momento in cui viene guardato, e quello sguardo produce un pensiero nell’adulto che si trasforma in parole, percepisce di esistere. E percepisce che la sua esistenza è vista da qualcuno.
E questo, inevitabilmente, permette di sentirsi parte di una relazione, di sentirsi amati. 

Care mamme che “approfittate” del momento in cui allattate per controllare le notifiche sul cellulare, cari genitori che incollate il vostro sguardo sui social in cerca di notifiche (che poi equivale a essere guardati da qualcuno) e non prestate attenzione al fatto che il vostro bambino ora sa spingersi sull’altalena da solo, cari individui che cenate con il cellulare sul tavolo per controllare se qualcuno vi cerca, cari tutti, riconosciamo che fisicamente siamo con i nostri figli, con i nostri affetti, ma che in realtà il nostro corpo sta dicendo: “sono qui ma vorrei o mi rendo disponibile ad essere altrove con qualcun altro”.

Per crescere, e aggiungerei, per vivere, abbiamo bisogno che l’altro (il genitore, il partner, l’altro in generale) sia nella relazione: quando parliamo abbiamo bisogno di essere ascoltati con gli orecchi, ma anche con il corpo, con gli occhi.

Non possiamo ascoltare se stiamo facendo un’altra cosa. Quando una persona ha bisogno di parlarci, richiede la nostra attenzione, se gli diciamo: “tu intanto parlami, che io ti ascolto” (e intanto lavi i piatti), oppure “tu dimmi, intanto rispondo un attimo a questa persona” in realtà le stiamo dicendo all’altro: “ti ascolto ma non sei così importante per me da darti uno spazio esclusivo”.

Mi piacerebbe che questo articolo suscitasse in ognuno di noi la volontà di fare un piccolo esercizio: creare uno spazio esclusivo per le relazioni significative.
Se siamo a cena, spegniamo le suonerie dei cellulari e dimentichiamoli per mezz’ora in un cassetto. Se un bambino ci sta parlando diamogli tutta la nostra attenzione, il nostro sguardo. Quello sguardo è l’unico strumento che abbiamo per farlo sentire amato, e quella certezza dell’amore svilupperà in lui sicurezza, forza, coraggio, qualità necessarie per diventare adulto e camminare nel mondo.

Lo sguardo dona all’altro la percezione di esistere. Di esistere per noi.

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano.
(Paulo Coelho)