SOGNARE IN GRANDE

È mattina e distrattamente guardo le stories sui social. 
Mi imbatto in un profilo sempre molto interessante e il tema coglie subito la mia attenzione:
“Tu sogni in grande?”
E poi… “e se non lo fai perché?” “Se lo fai perché?”.

Sogno in grande? 
Che significa sognare in grande?
È avere successo?
Che cosa significa avere successo?
Davvero successo è solo quanti followers seguono il tuo profilo o quanti soldi hai in banca?
Ci penso.
No! assolutamente NO!

Per me successo è vivere la vita che scelgo, sviluppare consapevolezza, ampliare la mia coscienza e vivere in un armonia cosmica.
…quindi no, non me ne frega dei soldi, dei conti in banca. Mi interessa essere felice.

Sono felice?

Si, lo sono moltissimo.
Prima di tutto perché sono felice di chi sono, come donna. Sono, inoltre, sposata con un uomo che amo e che rispetto, il nostro rapporto cresce e gli anni che passano sono piccoli passi che stiamo compiendo insieme, nuovi progetti che ci uniscono, nuovi orizzonti da esplorare. Ho la possibilità di essere mamma di due figlie meravigliose, opposte ma la loro vita è piena di doni per me. Vivo in una casa che mi piace, che ho arredato con poco soldi ma con le cose che mi piacciono. Ho la possibilità di vestirmi e di indossare abiti che mi fanno stare bene. Ho tutto ciò di cui ho bisogno.

Ma più di tutti quello che mi rende felice non è visibile ad occhio nudo, e non si può contare.
Mi rende felice sentire la mia qualità di presenza mentre vivo, costruire con intenzionalità il rapporto con mio marito.
La scelta di abbandonare un IO a volte troppo rumoroso a favore del NOI, di avere chiaro il tipo di coppia che vogliamo diventare e per questo ogni giorno ci lavoriamo, consapevoli che non ci sono vinti o vincitori, ma che si vince insieme.

Sono felice delle persone che mi circondano, orgogliosa delle donne amiche che chiamo sorelle, la loro vota per me è modello e mi aiutano in molte occasioni a comprendere, accogliere, perdonare. Sono felice anche delle persone che incontro e che mi mettono in difficoltà, che mi fanno arrabbiare, perché mi offrono l’occasione di conoscere i miei punti di debolezza e mi aiutano a crescere.

Mi rende felice avere gli occhi per vedere oltre ciò che appare e allora la vivacità di mia figlia non è  un atteggiamento che mi sfida ma è l’occasione per me di crescere, di superare me stessa, di allenare la mia pazienza, la mia flessibilità per trovare le strategie migliori per aiutarla a crescere e maturare.

Mi rende piena di vita guardare il mio guardaroba abbandonando l’atteggiamento consumistico del ho tante cose ma niente da mettermi per acquisire quello del ho solo le cose che mi piacciono e quindi ho buttato, dato nuova vita a ciò che non indossavo, e ho scelto di tenere solo ciò che ogni giorno veste la migliore versione di me. Che piace a me. E questo mi fa sentire bene. 
non più schiava della moda, ma con la possibilità di vivere il mio stile

Certo prima ho dovuto spogliarmi del bisogno di sentirmi accettata per quello che avevo, di quella prigione che il Brand doveva farmi sentire quella “giusta”.
È possibile?
No, se ti senti sbagliata continuerai a guardare le altre come se avessero qualcosa di più.

È stato importante per me fare un lungo e complesso percorso di scoperta e definizione della mia identità, riconoscermi padre e madre di me stessa, per cui VIA il giudizio e porte aperte all’amore genitoriale, al perdono, all’accettazione incondizionata, prima verso me stessa, poi verso gli altri. 

Ho perdonato le persone o le situazioni che mi hanno fatto soffrire, quelle che mi ha lasciato dipendente e bisognosa di amore. 
Perdonare e lasciar andare.
Tenere solo gli insegnamenti.

E ora, in questo momento della mia vita, sogno in grande?
Ah SI! Certo che lo sogno. Sogno in grandissimo

Nei miei sogni non c’è il desiderio di essere popolare, non mi interessano i like che ricevo.
Non mi interessano i grandi sogni 2.0.
E non perché snobbo gli altri, ma perché non mi muovo nel mondo in cerca di consensi.
Sento che mi muovo nel mondo con amore, il mio fine non è piacere agli altri, non mi interessa. Sono occupata però a lasciare un’impronta gentile, autentica sul mio cammino e in chi incontro. 
Gli altri mi interessano, eccome! Mi interessa la loro umanità, la relazione.

Non mi piacciono i falsi generosi che fanno qualcosa per il bisogno di sentirsi utili perché non bastano a se stessi. 
Non mi piacciono i falsi altruisti che dicono di fare il tuo bene ma poi agiscono mettendoti in una situazione di dipendenza affettiva.

Mi sento abbastanza onesta da affermare che quando agisco non è per far crescere l’immagine che ho di me. Quando agisco lo faccio con amore e gratuità.

Dunque quali sono i miei sogni?
Il grande sogno che sto vivendo è quello di poter vivere la vita che scelgo ogni giorno. Quello che spero di realizzare invece è poter contribuire ogni giorno a creare un mondo migliore.
Cerco di farlo con grande impegno nel mio ruolo come mamma, mettendomi in discussione, cercando di essere il modello migliore per insegnare alle mie figlie a muoversi con decisione, gentilezza, onestà. Lo faccio sbagliando, ma cercando di rialzarmi sempre.
Lo faccio nel mio ruolo di insegnante, cercando di promuovere nei bambini che incontro riconoscimento, libertà, consapevolezza, ma anche di favorire una riflessione con i loro genitori, affinché possano vedere nei comportamenti dei loro figli messaggi di crescita, attenzione, cambiamento. 

Ho la fiducia che così facendo io possa contribuire a rendere il mondo un posto migliore dove vivere e so di non essere sola in questa missione.

E tu, sogni in grande? Quali sono i tuoi sogni?

ESSERE VISTI, SENTIRSI AMATI

I bambini hanno bisogno di essere guardati, per lungo tempo.
Qualcuno mi ha chiesto: “cosa hai provato quando è morta tua moglie?”
Ho risposto: “Per me è cambiata la vita”,
perché dopo sono sopravvissuto, non mi è interessato granché restare al mondo.
E tuttora non mi interessa granché.
La cosa più dolorosa è la perdita del testimone.
Tu quando sei al mondo hai bisogno di essere guardato da qualcuno.
Quante cose fai perché uno ti guarda?
Lo sguardo è il primo processo di socializzazione:
Il bambino appena comincia ad aprire gli occhi e incontra lo sguardo della mamma,
la prima cosa che fa è ridere
perché esce dalla solitudine, entra nella socializzazione.
Noi viviamo se qualcuno ci guarda, se qualcuno ci fa da testimone,
quando non hai più nessun testimone puoi anche avere sei mila persone che ti applaudono, ma non ti importa niente.
I bambini allora bisogna guardarli,
mentre giocano, mentre guardano un film;
e, mentre lo guardi, chiedigli cosa prova, cosa pensa mentre fa la sua cosa,
in questo modo non lo lasci alla sua cosa, alla sua solitudine.
Guardandolo puoi accorgerti dei suoi progressi, e li riconosci.
Questo lo aiuterà a farne altre mille di passi, per il solo fatto di essere gratificato dallo sguardo”. Umberto Galimberti.


Ma quanto è semplice questa verità? Scontata! Eppure queste parole hanno avuto un grande effetto in me. In quest’epoca in cui di domandiamo spesso che effetto avrà sulla vita psichica dei bambini essere circondati da persone a cui è nascosto il sorriso, io rilancio ricordando che abbiamo lo sguardo. 

Quando il nostro sguardo è distratto, manca. Non c’è.
Se è impegnato a osservare lo scorrere di uno schermo inevitabilmente non può testimoniare la vita che si manifesta davanti ai nostro occhi. Se è impegnato a “catturare” un’immagine da inserire in un profilo social, dimentica la sua funzione reale ovvero di riconoscere e rimandare al bambino ciò che sta accadendo. Allora dopo aver catturato, sarà importante restituire (da 0 a 99 anni): “Vedo che sei impegnato a costruire una torre molto alta”, oppure “vedo che sei riuscito a fare questa cosa molto difficile…”
Faccio esempi a caso, ma necessari per comprendere il tipo di feedback di cui ha bisogno il bambino/adolescente che non è il “bravo!” ma è il: “con il mio sguardo ti vedo, per me esisti, riconosco i tuoi cambiamenti, la tua evoluzione, ti sostengo”.

Perché è così importante? Il bambino/l’adolescente nel momento in cui viene guardato, e quello sguardo produce un pensiero nell’adulto che si trasforma in parole, percepisce di esistere. E percepisce che la sua esistenza è vista da qualcuno.
E questo, inevitabilmente, permette di sentirsi parte di una relazione, di sentirsi amati. 

Care mamme che “approfittate” del momento in cui allattate per controllare le notifiche sul cellulare, cari genitori che incollate il vostro sguardo sui social in cerca di notifiche (che poi equivale a essere guardati da qualcuno) e non prestate attenzione al fatto che il vostro bambino ora sa spingersi sull’altalena da solo, cari individui che cenate con il cellulare sul tavolo per controllare se qualcuno vi cerca, cari tutti, riconosciamo che fisicamente siamo con i nostri figli, con i nostri affetti, ma che in realtà il nostro corpo sta dicendo: “sono qui ma vorrei o mi rendo disponibile ad essere altrove con qualcun altro”.

Per crescere, e aggiungerei, per vivere, abbiamo bisogno che l’altro (il genitore, il partner, l’altro in generale) sia nella relazione: quando parliamo abbiamo bisogno di essere ascoltati con gli orecchi, ma anche con il corpo, con gli occhi.

Non possiamo ascoltare se stiamo facendo un’altra cosa. Quando una persona ha bisogno di parlarci, richiede la nostra attenzione, se gli diciamo: “tu intanto parlami, che io ti ascolto” (e intanto lavi i piatti), oppure “tu dimmi, intanto rispondo un attimo a questa persona” in realtà le stiamo dicendo all’altro: “ti ascolto ma non sei così importante per me da darti uno spazio esclusivo”.

Mi piacerebbe che questo articolo suscitasse in ognuno di noi la volontà di fare un piccolo esercizio: creare uno spazio esclusivo per le relazioni significative.
Se siamo a cena, spegniamo le suonerie dei cellulari e dimentichiamoli per mezz’ora in un cassetto. Se un bambino ci sta parlando diamogli tutta la nostra attenzione, il nostro sguardo. Quello sguardo è l’unico strumento che abbiamo per farlo sentire amato, e quella certezza dell’amore svilupperà in lui sicurezza, forza, coraggio, qualità necessarie per diventare adulto e camminare nel mondo.

Lo sguardo dona all’altro la percezione di esistere. Di esistere per noi.

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano.
(Paulo Coelho)

TIENILO TU CHE MI PIANGE!

Care neo mamme, vi è mai capitato di ascoltare queste parole mentre vi stanno rimettendo tra le braccia il vostro bambino o bambina?

Vi è mai capitato di esservi appena sedute sul divano, aver pensato: “che bello…un attimo di riposo!!!” e al primo “Uhè”, il vostro bambino o la vostra bambina vi torna indietro come un boomerang?
A me è successo spesso, e osservo che spesso è una consuetudine. Soprattutto da parte di chi si sente poco competente rispetto a se stesso nella gestione del piccolo o della piccola.

Care mamme avete da me profonda compassione, cerchiamo ora di capire insieme come poterci difendere dall’effetto boomerang e assicurarci il momento di riposo tanto atteso.

Innanzitutto, cara mamma poniti la domanda: “Mi fido della persona a cui sto affidando il mio bambino o la mia bambina?”
Se nel momento in cui sto affidando il bambino o la bambina a cura esterne (partner incluso), la sensazione è di disagio, poca fiducia,” lo faccio ma non lo vorrei“, “te lo voglio smollare ma mi sento in colpa”, il neonato o la neonata, che è strettamente interconnesso alla mamma e al suo sentire, farà di tutto per non allontanarsene perché “come posso sentirmi quieto tra le braccia di qualcuno, se mia madre non è tranquilla?”.

La mamma in questo caso vive una duplice sensazione: frustrazione per non essersi potuta ricavare il momento tanto atteso per se, e un senso di esclusività, perché il bambino all’infuori di lei non vuole nessuno, rischiando di sentire il bambino o la bambina una sua proprietà. In questo caso, mamma puoi chiedere aiuto, riflettere insieme al tuo partner sul senso che ha per te il vostro bambino o la vostra bambina, e valutare quali potrebbero essere le condizioni che ti permetterebbero di affidarlo con serenità.

Poi ci sono le mamme che, pur sentendosi tranquille di affidare il proprio bambino o la propria bambina alle braccia del proprio partner, e quindi al padre del nuovo nato o della nuova nata, si ritrovano con un uomo che non è stato preparato ad accogliere il pianto di un bambino o una bambina; il vagito rappresenta un po un allarme interno di inadeguatezza, tipo “Non sei capace, mettilo giù” e il bambino o la bambina va restituito al “legittimo proprietario”.

Ricordiamoci che quando nasce un bambino o una bambina nascono anche una mamma e un papà. Nessuno è nato preparato a questo ruolo, forse le donne hanno fatto molta esperienza da bambine negli angoli simbolici della scuola infanzia, in cui si prendevano cura di bambole e bambolotti, ma è un’esperienza nuova per tutti.
Utile sarebbe “sdoganare” quei giochi (bambolotti, passeggini) ai bambini, cosicché i maschietti possano imparare (come fanno le femminucce), attraverso il gioco, a fare i papà (molte insegnanti sanno che i bambini sono molto attratti da passeggini e cucine di legno, ma è necessario ammettere anche che molti genitori sono terrorizzati sei i propri figli fanno questi giochi, definiti spesso “femminili”).

Il “fare finta di” ci prepara ad affrontare le future sfide della vita.
Quindi care mamme, quando il vostro partner vi guarda e sta per dirvi: “prendilo tu, che con me piange!”, fatevi forza e cercate con calma e serenità di dire: “piange anche con me, prova a cantargli una canzone” oppure “prova a sussurrare nel suo orecchio parole dolci”, in soldoni mamme, donne, non cadete nella trappola di diventare le madri dei vostri partner (la richiesta: “prendilo tu che con me piange” è un pò come la richiesta/pianto del bambino: va consolata e sostenuta) cercate di considerare il padre di vostro figlio o di vostra figlia pari a voi in termini di risorse e capacità di sostenere il bambino: accompagnateli, non giudicateli, aiutateli a diventare sempre più competenti.

E non credete alla scusa che avete “la tetta”, ogni essere umano ha in sé le risorse per fronteggiare le sfide che la vita gli propone, dobbiamo solo trovare gli strumenti per farli emergere. Aiutiamo i padri a fare i padri, favoriamo i cambi di pannolini, le passeggiate notturne per calmare una colica, scrolliamoci di dosso l’ingombrante ruolo di “essere uniche”, e condividiamo la responsabilità genitoriale, solo così potremo favorire la nascita dei nuovi padri, e riprenderci, come donne, il nostro ruolo di guida e sostegno, riconoscendo che se crediamo in loro, i papà, sono anche “più bravi” delle mamme. 

La grande piaga del premio in caramelle

Qualche mese fa portai mia figlia di 3 anni ad un corso di musica. Era un sabato mattina, entusiasta dell’esperienza e di poter partecipare.
Come genitore devo dire che è stato così bello poter vivere un laboratorio musicale insieme a lei e a tutti gli altri bambini e genitori, partecipando attivamente.

Giungiamo al termine dell’incontro e tutti i bambini (che avevano partecipato ai laboratori precedenti) si precipitano euforici verso la maestra e si mettono in attesa. In fila.
Tutti sembrano aspettare qualcosa, ma non capisco cosa. Al termine escono uno ad uno con degli stickers che dopo un paio di applicazioni vanno buttati.

Osservo, e mentre osservavo mi chiedevo…. “perché?”, “a che serve dare lo stickers?” (ma io sono la solita pallosa, quindi non dico niente)

Mentre torniamo a casa mia figlia mi dice: “Ma se ci torniamo me lo danno ancora l’adesivo?”

Eccola là, mi sono detta!
Ecco il senso della mia domanda: “Perché?”… la esplicito meglio: “quale è l’utilità di dare ai bambini un piccolo premio a fine laboratorio? Non è esso stesso già un momento ludico, divertente, da ricordare e rielaborare?”, “Perché spostare tutta l’attenzione dei bambini dal canto, dal ritmo, dagli strumenti musicali, ad uno stickers“.
Va beh, mi riprometto che a settembre, quando tornerò chiederò agli insegnanti informazioni. Perché sono curiosa di conoscere il loro punto di vista.

Passa qualche settimana, arriviamo al termine del percorso del nido. Viviamo insieme alle altre famiglie un momento di grande emozione, mi dico che la scelta del nido, che feci con grande attenzione, è stata, in questi anni, davvero ripagata dalla professionalità e intenzionalità delle educatrici che non smetterò mai di ringraziare per quanto hanno fatto.
Al termine della festa, al momento dei saluti, ogni bambino riceve il suo regalino da parte delle maestre. Penso: “quanta cura!”, “quanta attenzione!!!”
Tornano i bambini urlando: “Il lecca lecca!!!!”

E di nuovo…. “perché?????”
Ogni pacchetto conteneva una foto di gruppo, e questo è stato un gesto meraviglioso, perché i bambini guardandola ricorderanno tanti altri episodi connessi a quella esperienza, a quel gruppo, perché spostare di nuovo tutta l’attenzione su una pallina carica di zuccheri?

Perché parlo di spostare l’attenzione, perché ancora oggi alcuni quei bambini, nel ricordare di quel pomeriggio, non la definiscono come la festa del nido ma la festa in cui ho mangiato il lecca lecca!

Ora, sono certa della buona fede delle educatrici che hanno voluto fare un gesto davvero carino, ma a tratti l’ho trovato poco coerente con l’approccio montessoriano che lo ispira…da non passarmi davvero inosservato (ma io sono la solita pallosa!)

Passano i mesi, a settembre mia figlia frequenta un divertente centro estivo in piscina. Ogni mattina si sveglia così volentieri e di buon umore che la motivazione a partecipare rappresenta di per sé un ottimo feedback per tutta l’organizzazione.
Giungiamo al termine della prima settimana, Rebecca esce correndo e tutta eccitata dicendomi: “Guarda, ci hanno dato le caramelle!”

…quale sarà stata la domanda che dentro di me è sorta “spontaneamente?”
“Perché???????”
Ancora una volta perché si perde l’occasione di aiutare il bambino a vivere di per sé un’esperienza, senza per forza trattarlo al pari di un cagnolino che ha bisogno del rinforzino? Perché è necessario premiarlo?
Eppure è così bello lo sport, la scuola, le amicizie, perché non farli innamorare della gratuità dell’esperienza? Perché non sostenere in loro la crescita di una motivazione intrinseca (cioè che che nasce da dentro) a fare le cose?

I bambini sono esseri spirituali, sensibili, noi genitori, educatori insegnanti, dobbiamo aiutarli a fare le cose per se stesse, non per il rinforzino, sennò rischiamo di educare all’opportunismo: fare le cose per ricevere qualcosa in cambio.
E poi rischiamo che ogni volta che fanno qualcosa hanno bisogno di premiarsi.
Questi sono meccanismi molto spontanei, automatici, ma anche tanto pericolosi, perché strutturano un’abitudine.

Oggi, sabato 4 settembre, decido di scrivere sulle caramelle dopo aver letto un interessante post della Dietista Verdiana Ramina perché pare che questa pratica sia molto diffusa anche nelle scuole, nonostante sia vietata.
Voglio condividere la lettura di questo post non solo perché lo trovo interessante ma anche perché ci sono molti spunti di riflessione sull’educazione alimentare.

Io non posso entrare nel merito della questione da un punto di vista alimentare, ma confermo quanto ho detto sopra: ogni volta che rinforziamo l’esperienza con una caramella, stiamo spostando l’attenzione del nostro bambino su qualcosa che esula dall’esperienza fatta, e non gli permettiamo di vivere pienamente il momento su cui invece andrebbe posta tutta la nostra attenzione.

Questo non vuol dire che i bambini non possano più mangiare caramelle, certo vanno usate con parsimonia, ma è importante non usarle come premio, o arma di ricatto per avere in cambio qualcosa.
La caramella si può mangiare per il gusto di mangiarla, e basta.
Magari decidendo quando e la quantità.

Facciamoci attenzione, e educhiamo i nostri bambini a vivere pienamente le loro esperienze, senza bisogno di rinforzino.

Se hai trovato che questo articolo ti ha offerto degli spunti di riflessioni e pensi sia importante che anche altre persone ne vengano a conoscenza condividilo sui tuoi canali social, aiutiamoci a condividere e a promuovere nuove prassi.

2 giugno, per me è cura.

Per me il 2 giugno non è solo la festa della Repubblica, anche ma non solo.
Per me il 2 giugno è il ricordo di un compleanno speciale, di una donna che non c’è più fisicamente da tanto tempo ma che sento vivere in me, grazie a tutti gli insegnamenti che mi ha trasmesso e che io ho coltivato.
Quando mia zia è morta ho pensato nessuno mi avrebbe mai fatto sentire amata come sapeva fare lei. E in parte è stato così.
Mi sono sentita persa.

Poi negli anni ho imparato che l’amore resiste il tempo e lo spazio. Le parole dette non volano, ma rimangono. Impresse nel cuore, nella memoria.
Ma quello che maggiormente resta e vive in me sono i gesti. La cura con cui faceva ogni cosa.

Mia zia non apparecchiava la tavola, lei la imbandiva.
Mia zia faceva un dolce, un dolce me lo portava, perché? Perché era generosa, perché amava condividere.
Mia zia non si vestiva per uscire, lei si preparava con un gusto che ogni giorno era un giorno speciale.
Mia zia non ti faceva un regalo, lei te lo personalizzava, era proprio il tuo. Non un presente perché andava fatto, i regali di mia zia non erano impersonali, riciclabili.
Mia zia passava sotto casa passeggiando con il cane, fischiava e quello era il suo “buongiorno” per me.
Mia zia non ti chiamava tanto per… lei ti chiamava perché aveva voglia di sapere come stavi e cosa succedeva nella tua vita. E lo faceva spesso. Non a Natale o al compleanno.
A mia zia interessava l’umano che dimora in ogni persona.
Lei ti faceva sentire unica.
E sapeva farlo con ogni persona che aveva avuto la fortuna di sostare nella sua vita.

Ma questa non è una cosa di cui essere gelosi.
Perché non trattava tutti allo stesso modo.
Ogni persona era trattata e amata nella sua specificità.
Non è il faccio così per tutti ma faccio così per te.

Da lei ho imparato che l’amore non dimora nelle intenzioni ma nelle azioni;
che le mani creano ciò che il cuore vuole dire;
che l’ambiente parla della bellezza che portiamo nel cuore.
Lei vive in me, nella bellezza che ricerco nella mia vita.

E se qualcuno mi chiedesse dove penso che sia adesso… risponderei:
ovunque ci sia un pò di bellezza.

Ciao zia

“ATTENTO CHE TI FAI MALE!”

Quante volte lo abbiamo detto come mamme, zie, nonne, o qualsiasi altra figura che passa del tempo con un bambino che sta crescendo: “stai attento che ti fai male!” 

Eppure, ogni volta che evitiamo un pericolo ad un bambino (a patto che non sia mortale ovviamente) per la nostra paura che si faccia male, quel bambino ha perso un’occasione per sperimentare che le sue azioni e/o disattenzioni hanno un effetto sul proprio corpo. 

Tutte le volte che corriamo ad aiutare un bambino gli stiamo dicendo: “tu da solo non ce la fai!” “Hai bisogno di me, che sono adulto”, andando a creare una dinamica relazionale di dipendenza. E come potrà, crescendo, pensare che può farcela se riceve sempre un messaggio di questo tipo? Piuttosto cercherà nell’altro una figura che faccia per lui, o che decida per lui.

Ma quale è il compito di un genitore o di una figura educativa in generale se non quello di promuovere e creare autonomia? Sostenere il bambino perché faccia da solo?! 

Io credo che spesso ce ne dimentichiamo, ma dobbiamo scrivercelo su un post it e attaccarlo sul frigo, sullo specchio del bagno, o in fronte:
IL BAMBINO DIVENTERÀ ADULTO
e perché diventi un adulto capace di superare le difficoltà, rendersi conto dell’effetto delle proprie azioni sugli altri è assolutamente necessario iniziare a farlo sperimentare, farlo sentire indipendente e autonomo, dal momento in cui nasce. Si proprio così, dal momento in cui nasce: a seconda della narrazione che sceglierò per parlare al mio bambino io creerò le strutture per l’indipendenza o per la dipendenza dalla figura adulta, getterò le basi per processi di autostima e autoefficacia, o al contrario, processi di inefficacia.
Di fronte ad una caduta possiamo rispondere: “Te l’ho detto tante volte di chiamarmi che ti aiuto!” oppure “Eh pazienza, sei caduto, ma ora puoi rialzarti e riprovare!”

Soffermiamoci sulla volontà di indipendenza che si manifesta nel bambino a partire dai 18 mesi, due anni.

Se noi genitori o figure educative sosteniamo quella spinta del “voglio fare da solo”, senza intervenire in ciò che sta facendo, ma semplicemente osservando, legandoci le mani e cucendoci la bocca, stiamo di fatto dicendo al bambino: “sei competente”, “Ci sono, ti osservo, ma non intervengo perché tu ce la fai”.
Quando? quando cercano di fare qualcosa e non riescono, quando vogliono vestirsi autonomamente, ogni volta che un bambino ha voglia di non essere aiutato e di sentirsi competente.
Capisco i tempi del mattino, la fretta…ma questa è una scelta educativa prioritaria: riservate ai bambini spazi in cui possono ascoltare e vivere quella voglia di autonomia e indipendenza. Riservate ai bambini spazi in cui il vostro tempo è finalizzato a sostenere la loro crescita identitaria.

I bambini hanno bisogno di esplorare, di manipolare, di conoscere il mondo e di avere adulti coraggiosi che si assumono il rischio educativo del “pericolo” per poterli fare crescere forti, sicuri.

Un bambino di 18 mesi gioca con la porta, ha scoperto che se la tocca si muove, la può aprire e la può chiudere, per lui è un momento di grande scoperta…istintivamente a qualsiasi adulto verrebbe la spinta a dire: “fermo con la porta che ti puoi fare male”, e in genere lo ripete finché non viene ascoltato, e se non viene ascoltato… seppur protestando, il bambino viene allontanato.

La mia domanda è: “E se si fa male?” Qual’è il problema? Per chi è il problema? È davvero meglio negare questa esperienza al bambino per la mia paura di adulto che al massimo faccia un pianto di 2 minuti e mezzo?

Il bambino può certamente farsi male con la porta (ricordiamoci che la sua forza a 18 mesi non gli farà di certo perdere l’uso della mano!!!) ma sarà l’esperienza a insegnarglielo e quando sarà abbastanza grande per avere una forza maggiore, sarà esperto e attento a non giocarci.
Inoltre scoprirà che l’ambiente richiede cautela e attenzione, diventerà attento al mondo circostante perché contiene in sé qualche pericolo: svilupperà i sensi e imparerà a percepire e riconoscere i pericoli intorno a sé (competenza molto utile soprattutto quando diventerà grande).

La sperimentazione dell’insuccesso (dalla caduta con la bici alla zip che non si chiude, l’acqua che fuoriesce dal bicchiere, ecc) permette al bambino di costruire strategie di risoluzione del problema. Di diventare sempre più competente, esperto. Se si corre a salvare si toglie al bambino la possibilità di sentire la sua spinta a farcela, si depotenzia il suo senso di autoefficacia.

La domanda principale io credo sia un’altra, ovvero: “adulto, cosa fa in te quell’esperienza di dolore? Senti di poterla sostenere oppure sei stato un bambino che veniva spesso limitato nel suo agire e che, in presenza di esperienze dolorose, gli adulti ti dicevano: Te l’avevo detto!!” Quel pianto veniva consolato oppure era necessario soffocarlo, insieme alla rabbia e alla frustrazione per un sostegno mancato?

Sono una mamma, sono molto umana, e per me all’inizio è stato davvero difficile mediare tra l’automatismo “stai attento!” e la cosa più utile per la crescita di mia figlia, ovvero osservare senza intervenire. Mi sono davvero dovuta armare di tanta intenzionalità.
“È mortale?” Questo per me è stato il parametro che mi ha fatto scegliere se agire o rimanere al mio posto, sempre osservando, sostenendo con lo sguardo.
E accogliendo quando ce n’è bisogno. 


Compito dell’educazione non è sapere le cose 
ma dotare i gli esseri umani degli strumenti per sviluppare proattività, 
trovare un posto nel mondo, 
diventare e sentirsi membri di una comunità.
Paola Nicolini

Tutti a casa, mai così distanti.

Un anno fa si annunciava il primo lockdown generale.
Tutti a casa!

Da vita frenetica, agende con impegni sovrapposti, tutti sempre di corsa a tutti fermi!
Senza distinzioni.

Il giorno prima pensavi di essere indispensabile. Il giorno dopo scopri di aver poggiato una vita su una serie di robe che… puff! In un attimo possono essere sospese e sostituite da esperimenti culinari, tutorial di chitarra, arcobaleni appesi.

È stato un anno duro, faticoso, ognuno di noi ha cercato di adattarsi a ciò che stavamo vivendo. Qualcuno si è visto costretto a salutare i suoi cari senza nemmeno averli accompagnati nelle lunghe e solitarie degenze.

È stato un anno di bollettini di morte, DPCM, virologi da marciapiede, limitazioni, distanziamenti e ognuno ha cercato, come è stato possibile di sopravvivere. Anche grazie agli ansiolitici e antidepressivi che in molti casi hanno sostituito l’aperitivo delle sette di sera.
Qualcuno ne ha approfittato, per fare le cose sospese, occuparsi della sua felicità e da uno dei periodi più brutti della storia ne è emersa una meravigliosa opportunità di rinascita.

Ora siamo qui, dopo un anno, zona rossa.
Ma dove sono finiti tutti quei cantori da balcone “dell’andrà tutto bene”, aperitivi sul balcone, gomitino e “volemoce bene”?

Siamo messi cosi:
Scuole chiuse.
Bambini a casa.
Ragazzi e ragazze in didattica a distanza.
Professori in didattica a distanza. Da casa.
Industrie aperte.
Genitori al lavoro, quelli messi meglio.
Genitori in smartworking, quelli che stanno peggio.

Cerchiamo di immaginare uno scenario che può apparire fantastico. Ma è tutt’altro che immaginario.
Ipotesi 1
Una appartamento di 80mq. La sala da pranzo è diventata ufficio del papà, il piano di lavoro della cucina si è trasformato in scrivania della mamma. La stanza dei bimbi è aula didattica del figlio più grande, il comodino della camera da letto dei genitori banco di scuola del figlio piccolo.

Ipotesi 2
Papà lavora fuori, mamma lavora da casa due giorni a settimana, il resto è in ufficio. Due figli. Uno in didattica a distanza alla primaria e il secondo più piccolo che ha la sua didattica a distanza, ma è all’infanzia quindi il suo impegno è ridotto ad un paio di collegamenti a settimana. E fin qui…Se non fosse per i compiti da fare, il materiale che viene caricato nelle piattaforme, il cellulare che si impalla con le notifiche e il bambino piccolo che vuole giocare, ma da solo no.

Potrei continuare all’infinito perché di situazioni complesse me ne raccontano tante, e mai come in questo periodo ho ricevuto telefonate e messaggi per un confronto su come intervenire con i bambini.

I bambini, quella categoria dimenticata!
La tratterò in un articolo dedicato, ora quello che mi interessa mettere a fuoco è che in entrambe le ipotesi ci sono intere famiglie in casa. Eppure ogni persona vive nel suo mondo. Dietro ai suoi impegni.

Tutti insieme. Mai così distanti.

I primi gg di zona rossa ero sempre a casa con mia figlia, eppure lei non è mai stata così nervosa, e di riflesso io.
Mi sono sembrati giorni terribili.
Poi ci ho riflettuto, mi sono confrontata e ho capito.

Ero tutto il giorno a casa con mia figlia, ma non ci stavo con la testa. Ero molto impegnata a capire come organizzarmi per le cose che erano rimaste sospese ed ecco che si è rivelata di fronte a me la più nota e scontata legge dell’educazione. Il bambino ha bisogno di quantità di tempo in cui ci sia una qualità relazionale.

Io non credo a quelli che dicono che in presenza di una buona qualità, la quantità di tempo non conta. Riflettiamoci e pensiamo a quando eravamo giovani e innamorati. Io mi ricordo che dopo un weekend di passeggiate, tempo lento, abbracci e coccole, quando arrivava il momento di salutarci ero disperata. Il mio cuore si struggeva.
Ah!!!! se quei binari delle stazioni potessero parlare! quante lacrime hanno raccolto, quante promesse hanno custodito!
Ecco con i bambini funziona uguale.

E allora cercate di godervelo il tempo in cui siete la luce dei loro occhi. Che poi succede che il tempo passa in fretta, prendono la propria strada e anziché lasciarli andare, li teniamo stretti alle nostre sottane, dimenticando però che un tempo, eravamo noi a essere sfuggenti, ad avere altro da fare, a scappare. E pretendevamo che ci capissero, che comprendessero i nostri bisogni.
E noi siamo disposti a capire i loro bisogni?

E come si fa?
Torniamo al principio di questa breve riflessione.

Tutti insieme. Mai cosi distanti.
Come possiamo evitare che questa distanza diventi strutturale e vada a modificare sostanzialmente la relazione all’interno delle famiglie?

Stiamo vivendo una quotidianità in cui siamo costantemente connessi. La connessione verso il fuori ci scollega dalla connessione dentro. Proviamo a fare una prova di famiglia?
ecco la mia piccola proposta per questa settimana:
Il più coraggioso della famiglia chieda al partner e ai figli, se ci sono, se sono disposti a impegnarsi in scelta di famiglia.

Quale?
Tutti i componenti concordano un orario in cui spegnere il telefono. Tipo dalle 20 alle 22 o, per i più temerari, dalle 20 fino alla mattina dopo.
All’inizio è dura. Osservate come ogni 3/4 minuti vi viene automatico andare a prendere il cellulare per controllare se avete notifiche, di qualsiasi tipo. Se succede, non mollate. Controllate il vostro istinto e osservate l’effetto che fa in voi.
Se si rende necessaria una ricerca improvvisa e assolutamente necessaria su google rimandatela alle 22! Agite come se foste voi il padrone di voi stessi.

Che cosa fare?
Perché questa proposta sia proficua dovrete condividere le proposte di cosa fare in quel tempo di disconnessione. Provate ad ascoltarvi e a dire cosa vorreste fare: si accetta di tutto, anche pulire le finestre insieme, oppure impastare una pizza, leggere un libro, costruire un castello o guardare un film. Proposte un po anni ’80, ma io sono di quell’epoca, ed eravamo liberi dai social.

Quando?
Subito! Appena vi viene l’ispirazione, non la perdete.
All’inizio sarà difficile abbandonare l’abitudine di starsene sul divano con il proprio smartphone, c’è sempre una notifica importante da controllare, ma ricordatevi di agire come se foste liberi e non schiavi dalle tecnologie. Ricordate però che la casa, la famiglia ha bisogni di relazioni per mantenersi viva. A meno che non siate semplici coinquilini.
Ma se sentite che quello che sto dicendo ha un pò di verità provate, una volta a settimana, solo il venerdì o tutto il weekend.

Concludo, dicendo che non propongo niente che io non abbia sperimentato.
Che propongo solo cose che ho sperimentato e che hanno portato un contributo alla mia vita.

Aspetto i vostri feedback, sarei così curiosa di conoscere le vostre esperienze.
Buona domenica….disconessa.

Questioni di alimentazione

Da quando sono insegnante e vivo molte ore con i bambini mi capita di osservare cosa mangiano durante la merenda.
Il tipo di merenda scelta dalle famiglie, ovviamente, parla di loro!

Non giudico nessuna scelta alimentare, in molti potrebbero giudicare le mie, prendo solo atto. Osservo e constato.
Per motivi di salute ho dovuto fare molta attenzione alla mia alimentazione, con l’aiuto di un medico nutrizionista mi sono documentata, ho imparato le proprietà curative del cibo, e quando sia importante una sana educazione alimentare per stare bene in salute, avere una mente lucida, un cuore tranquillo.

Tutto questo?
Si!

Se viviamo periodi di grande stress emotivo per esempio, è bene avere una alimentazione basica, semplice, è la scelta migliore per affrontarlo in modo più sereno.
Non ci credete? provate!

Avete mai fatto caso che dopo le feste di Natale siete tutti congestionati? Raffreddore, tosse…eppure è proprio durante le festività che esageriamo con gli eccessi alimentari. Oppure dopo Carnevale o ogni periodo carico di zuccheri.
Fateci caso.

Quando avete raffreddore o tosse provate a eliminare glutine e latte…
Provate. Osservate.

Quando un bambino è vivace provate a dargli una colazione a base di zuccheri (brioche al cioccolato, biscotti al cioccolato, latte con cereali al cioccolato o bevanda al cioccolato) e lo vedrete sicuramente più agitato ma mentalmente meno attivo, e con scarse possibilità di concentrarsi. In un corpo piccino poi tutto succede più velocemente.

Ecco quindi che spesso mi trovo ad osservare (senza giudicare) le merende che le mamme preparano ai bambini e constato i momenti successivi.
Osservo scelte casalinghe, attente, che variano ogni giorno.
Osservo scelte confezionate, sempre uguali, cariche di zuccheri.
Osservo bambini che dopo la merenda riescono a concentrarsi e a svolgere un’attività con la massima attenzione.
Osservo bambini irrequieti, poco motivati, che fanno fatica a concentrarsi. E non riescono a stare fermi.

Uno spuntino a metà mattina dovrebbe apportare il 5% delle calorie giornaliere, l’assunzione di alimenti dovrebbe seguire la piramide alimentare, come descritta dalla Società Italiana di Pediatria, che rappresenta uno strumento di educazione alimentare per tutti i bambini sin dall’età prescolare (io direi dallo svezzamento).

Qui trovate una tabella completa per organizzare l’alimentazione quotidiana e settimanale, equilibrata e il più possibile varia. La salute passa attraverso l’alimentazione.
Ricordiamocelo!

Venerdì scorso ho portato i bambini della sezione a fare una passeggiata e ho chiesto alle famiglie “merende di facile consumo” da consumare fuori, all’aria aperta.
È stato così interessante osservare due bambine, sedute vicine, con merende così opposte. Entrambe guardavano alla merenda dell’altra incuriosita.
Io anche.


Non voglio inibire nessuna mamma che prepara la merenda ai figli, per carità! Ognuno fa le proprie scelte ed è bene che si rispetti. Non ho potuto osservare, però, la cura nella scelta di una merenda sana. Io, come insegnante, avevo suggerito cracker, taralli, roba da non sporcarsi insomma!! Ma la mamma di destra ha fatto di più. Ha scelto una merenda di “grassi buoni”, che permettesse alla propria figlia di avere energia e calorie utili da spendere nel gioco all’aria aperta.
Chapeau!

Leggo la tabella: sono previsti per bambini dai 4 ai 6 anni, 30 g dolci da forno o 10 g cioccolato, marmellata ecc. o 100 g dolci a cucchiaio, 2 volte a settimana. Constato che ci sono bambini che, dal lunedì al venerdì, nel loro portamerende hanno: 1 tramezzino cotto e sottiletta + una bevanda al cioccolato + 1 barretta al cioccolato, oppure 1 merendina al cioccolato + 1 bevanda al cioccolato, oppure merendina al cioccolato + succo di frutta.
Leggo, osservo e mi chiedo, cosa posso fare io come insegnante per sostenere lo sviluppo di questi bambini?

Qualche volta ho provato a invitare i genitori a variare la merenda, scegliere frutta al posto delle merendine, ma la risposta spesso è: “vuole solo quello!”

Bene, certo! Ognuno di noi, io stessa, se a 4 anni qualcuno mi avesse messo davanti le due opzioni: barretta o mela, non avrei dubbi sulla scelta che avrei fatto.
Ma davvero 4 anni, o anche 9 anni, possono essere un’età in cui il bambino sceglie la propria alimentazione?

L’alimentazione è una scelta di famiglia, dettata dal principio di salute, di benessere.
Spesso mi trovo a dire, “Beh certo se in casa ci sono barrette o cibo spazzatura, e sono a disposizione del bambino, è normale che poi lui opti per la soluzione più golosa, ma la soluzione più golosa non è la più sana.”
Che poi uno potrebbe dire, “Ma a te che ti interessa? fatti gli affari tuoi!”

Ma quali sono gli affari di ogni persona che vive in questo mondo se non il benessere e la salute degli uomini e delle donne futuri?!

Lo sappiamo che lo zucchero ha lo stesso effetto nel cervello di una sostanza psicotropa, ovvero di una droga? Ci rendiamo conto che se un bambino viene continuamente esposto a cibi con molti zuccheri diventerà dipendente e svilupperà meccanismi di dipendenza?

Un pò forte? No, purtroppo questo è quello che accade.
I cervelli dei bambini vanno a 10 con gli zuccheri mentre i loro corpi vanno a mille. E allora?
E allora ci troviamo con bambini super eccitati, perché quella non è energia, se per energia intendiamo “il motore a fare le cose”, quella è solo eccitazione.
Eccessiva eccitazione in cervelli rallentati. Quindi molto movimento, niente concentrazione, niente attenzione. Solo caos.

Ovviamente sono mamma e mia figlia, come tutti i bambini del mondo, vorrebbe mangiare le caramelle, fare merenda con un leccalecca, cenare con un gelato.
Ma bisogna fare una scelta. A volte bisogna scegliere di non accontentarli, ma di educarli.
Si fanno dei comprimessi, ovvio.

La domenica si mangia il dolcetto perché è domenica. La colazione con i biscotti ok, ma fatti in casa. Lo yogurt benissimo, ma scelgo quello bianco e di completarlo con della frutta fresca e granola di buona qualità.

“Eh, ma tu sei fortunata! ti mangia tutto!!!”
Non credo alla fortuna. È stata una scelta dal momento in cui sono rimasta incinta. Durante la gravidanza no fumo, no alcol, no eccessi alimentari.
Perché?
Non solo perché lo ha detto il medico o perché fa bene, ma perché il mio agire ha conseguenze sulla vita di un altro essere umano, che poi non è uno qualunque. È mia figlia. E per lei voglio il meglio. Ogni genitore vuole il meglio per il proprio figlio.

E lo stesso durante l’allattamento. Il mio nutrimento è il tuo nutrimento.
Allora scelte chiare, sane, senza dubbi.

Svezzamento. “Il bambino assaggia tutto quello che lo incuriosisce…” mi disse il Pediatra, “…sta a lei Signora scegliere cosa mettere sul tavolo, se farla incuriosire di alimenti sani per la sua salute o di alimenti che non la aiuteranno a crescere sana, forte, lucida.”

Eh gia! Sta a noi scegliere di cosa riempire le dispense, che cosa mettere a disposizione dei nostri bambini.

Una cosa la devo ammettere. È dura! Durissima! Perchè ci sarà sempre qualcuno che ti guarderà strano quando rifiuti una caramella, la nonna non capirà moltissimo le tue scelte se a Pasqua dai la sorpresa ma nascondi l’uovo, gli amici ti guarderanno storto quando diari un “no!” alla cioccolata calda, “no!” al leccalecca e a tutto quello che per te è cibo che fa male a quella età del bambino.

Il segreto è resistere. Tenere duro e non cedere, non avere paura del giudizio degli amici, dei parenti, di chi ti guarda dicendo: “ma lo mangia tutti!”…e pazienza!
Il fatto che lo facciano tutti non significa che è la scelta migliore.
Voi sapete perché lo state facendo. Voi sapete per chi lo state facendo.

Quindi genitori facciamoci forza, non temiamo di essere esagerati, chi definisce cosa è esagerato e cosa non lo è?
Chiariamoci in coppia, in famiglia, il nostro concetto di salute e perseguiamolo, abbiamo una grande responsabilità, quello che facciamo oggi ha una ricaduta sul futuro.
Facciamolo capire ai nonni, agli zii, agli amici, aiutateli a comprendere e ad accettare la diversità di pensiero.
Forza!!!

Concludo:
Vi auguro di scegliere con cura cosa tenere in dispensa.
Auguro ad ogni bambino e ogni bambina di scoprire che il cibo non serve solo a sfamare ma anche a nutrire, curare e sostenere uno sviluppo psico-fisico.
Mi auguro di trovare il canale per sostenere le famiglie nelle loro scelte.
Auguro ad ognuno di noi di sentirci responsabili della salute e del benessere di ogni uomo e donna futuri.

Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo.
Ippocrate

Per chi lo fai?

È un venerdì sera di inizio febbraio, sono stanca, è stata una giornata faticosa di una settimana faticosa, di un periodo faticoso. Sento che devo riposare. 

Per fortuna la bambina è stanca e si addormenta presto, io decido di spendere le mie ultime energie leggendo. 

Riprendo il libro nel cassetto, abbandonato insieme ad altri avviati, anche se questo è diverso… ultimamente richiama la mia attenzione, cerco di leggerne una o più pagine prima di abbandonarmi al sonno. 

E stasera finalmente ho più tempo delle altre sere.

“Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio per me è sufficiente” (C. Ramville)

Wow!!!!
Come terminare una giornata con un pensiero potente e liberatorio.

Eh si perché in un’epoca di performance, di condivisione social senza giustificato motivo porsi la domanda: PER CHI LO FACCIO? è qualcosa che in me, in questo momento della mia vita, risuona come le campane a mezzogiorno in Prato della Valle, a Padova! 
Le avete mai sentite?

Non puoi non sentirle. 

Se avevi l’illusione di vivere addormentato loro ti fanno tornare presente.

Proprio come la frase:

Per chi lo faccio? Che poi porta alla seconda Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio, per me è sufficiente.

È davvero sufficiente?

O andiamo ancora a bussare alla porta di chi ci ha preceduto a elemosinare un pezzo di riconoscimento da parte di chi non l’ha mai concesso nemmeno a se stesso?

Quando sono in procinto di fare una cosa, una qualsiasi, lo faccio immaginando di ricevere il “bravo!!!!” che sto aspettando da mio padre, mia madre, ecc, oppure vivo perseguendo l’unica possibile scelta di fedeltà, a me stessa? 

Per chi lo faccio? È stata la domanda che mi sono fatta un attimo dopo aver pubblicato il sito internet e deciso di realizzare quel sogno chiuso in un cassetto da ormai troppi anni. Me lo chiedo ogni volta che pubblico un articolo.

 Per chi lo faccio? Lo faccio per me.
Per essere fedele a quella promessa scritta sullo zaino delle superiori “memento audere semper”, per quella maglietta ai tempi dell’università “non mi avrete mai come volete voi“, ma anche per quella roba lì che ormai ho 40 anni e allora, “o adesso o mai più”. 

Ma soprattutto lo faccio perché la condivisione per me è sempre arricchimento. Chi non lo fa, magari perché spaventato di perdere qualcosa, priva gli altri dei suoi doni, e si priva della possibilità di essere contaminato.

Una volta era normale condividere, lo si faceva intorno ad un camino, seduti davanti casa o sotto un albero. Oggi è diventato “mettersi in mostra”, ma come una volta, bisogna stare attenti al modo in cui condivido, a cosa condivido, perché condivido, per chi condivido.

Io guardo con profonda ammirazione chi non si nasconde ma viaggia libero nel mondo, fiero di condividere se stesso, la sua storia, le sue domande, le sue riflessioni. Non mi piace chi condivide solo risposte senza farsi le domande, non mi piace nemmeno chi non accetta che gli altri si possano fare delle domande.

Chi mi credo di essere? Uno come te, cammino, inciampo, cado e mi rialzo. Non mi chiedo che senso ha rialzarsi, ma tendo a chiedermi che senso ha avuto cadere per me, per la mia storia, per la mia vita. 

Ci sono momenti in cui dimentico quel patto di fedeltà a me stessa e cedo ad altri di potere di farmi dire se valgo, quanto. 

Rimango delusa. Chiedendo a chi non ha avuto so già che non potrò ricevere. Ma allora perché? Perché bramare brandelli di riconoscimento a chi veste di toppe?

La riposta è nella ns storia personale. 

La soluzione e il cambiamento sono nella nostra storia personale. 

Allora iniziamo a fare qualche piccolo esercizio di consapevolezza, iniziamo a scegliere come spendere le nostre energie anziché disperdere.

Di fronte ad un’azione, ad una scelta lavorativa, ad una condivisione social, chiediamoci:
per chi lo faccio? 

Lo faccio per sentirmi dire bravo? e allora sorridiamo, perdoniamoci, siamo buffi, tremendamente buffi e goffi di fronte ad una vita che non sempre siamo pronti a vivere.

Bisogna pur sopravvivere!!!

Recuperiamo il diritto a vivere la ns vita da protagonisti, non per il bisogno di sentirci dire quanto siamo bravi ma per il diritto a vivere una vita vera, autentica nelle motivazioni che spingono le nostre azioni. Cerchiamo di togliere quel velo di ipocrisia che ci fa trovare tanti falsi nomi perché ci manca il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. 

Per chi lo faccio? Per i like? che valore ha in me quel click.
Che bisogno di amore si nasconde dietro alla considerazione social?
Che valore ha per la mia vita pesare ciò che dico con la quantità di “mi piace” che ricevo?
Ho bisogno degli altri per avere la percezione di essere vivo oppure sento la mia esistenza presente e viva?

Liberiamoci da quell’immagine perfetta di noi che ci hanno dato, nonostante ci hanno sempre trattati come disastro umani. Ci dicevano: “Sei sempre il solito scansafatiche” e poi pretendevano da noi che fossimo i primi della classe, i primi nello sport, come se per essere tutte queste cose insieme non fosse necessario anche una bella dose di supporto emotivo e autostima.
Che poi come può uno che si è sempre sentito dare del fallito sentir nascere dentro di se un’immagine di se stesso positiva?
(è contorta, lo so, oggi è così!)

Abbiamo una storia. Ma come adulti scegliamo ogni giorno che cosa scrivere sulla pagina del nostro presente che poi determinerà il nostro futuro. E il futuro di chi ci seguirà.

E tu? Con quale parola stai scrivendo il libro della tua vita? Scrivi sotto dettatura oppure stai facendo un tema libero?

Per chi vivi?

Auguro ad ognuno di voi di trovare la forza di sapere perché fate le cose e di farvi bastare il fatto che sapete perché lo state facendo.

Riprendo il libro…

“Se lasciamo che sia il nostro atteggiamento positivo a guidare la ns vita,
nulla potrà più fermarci nella marcia verso il successo.”
Claudia Ramville

La lista dei desideri.

Molti li chiamano goal, obiettivi, a me piace chiamarli desideri. Perché gli obiettivi hanno a che fare con il devo mentre la lista dei desideri ha a che fare con il voglio.
La lista dei desideri è per me qualcosa che sa di volontà, di piacere, di intenzione verso un’azione finalizzata al benessere.

Che senso ha fare una lista dei desideri?
La nostra mente è in continuo movimento, riusciamo a pensare a moltissime cose mentre ne stiamo facendo altre. Questo ci consente di avere molte idee, ma di non realizzarla nemmeno una.
Ecco perché credo che in questo tempo “liquido” darsi la possibilità di trovare 10 min per fermarsi, di fronte ad un foglio bianco e fissare 10 desideri per il nuovo anno, sia un atto coraggioso e assolutamente rivoluzionario.
Scrivere significa fare il primo passo perché i desideri si realizzino.

Ho iniziato molti anni fa, inizialmente la chiamano Lista degli obiettivi, fissavo le 10 cose che avrei voluto fare/realizzare nell’anno successivo.
Questo mi dava la percezione di vivere una vita in cui ero io la protagonista e la cosa straordinaria era che, pur on rileggendola più e a volte dimenticando cosa avevo scritto, a fine anno, quando la riprendevo, mi accorgevo che non solo avevo fatto le cose che avevo scritto ma anche di più.
Per me è stato straordinario. E ogni “passaggio tra gli anni” mi piace celebrarlo facendo un po un bilancio di quello che ho vissuto e cercando di proiettare la mia mente, la mia energia, verso qualcosa di nuovo.

Che cosa dovrei scrivere sulla lista dei desideri?
Innanzitutto cerca di sentire che cosa vorresti per te. Ti manca il tempo? Non chiedere tempo, ma chiedi che cosa vorresti fare in quel tempo. Per esempio ti manca tempo per stare con tuo figlio? Prova a scrivere sulla tua lista voglio dedicare un’ora al giorno al mio figlio, oppure voglio dedicare una mattina a settimana a mio figlio. Oppure vi manca tanto andare in bici? Provate a scrivere voglio organizzare il mio tempo per andare in bici una volta a settimana.
Queste sono le intenzioni, spetta a voi far seguire le azioni. Cercate quindi di compilare una lista dei desideri sostenibile per voi. Non scrivete grandi progetti se non sentite che poi avrete la forza di attuarli.

Come scrivere una lista dei desideri?
Cerchiamo di seguire un piccolo decalogo che può aiutarci:
1. Iniziare la frase con IO VOGLIO perché quando scriviamo ci prendiamo un impegno con noi stessi: è importante impegnarci in qualcosa che vogliamo piuttosto che in qualcosa che dobbiamo fare.
2. La frase deve essere scritta in positivo, esempio: “non voglio più rimandare” questa frase è sbagliata, perché continuiamo a focalizzare la nostra attenzione sul fatto che rimandiamo. La frase corretta è voglio sviluppare la determinazione nelle scelte
3. La frase deve contenere massimo 14 parole perché richiede un’unica emissione di fiato.
4. Chiedi per te. Non per gli altri. Focalizzati sui tuoi desideri, al massimo chiedi di contribuire al benessere di qualcuno.
5. Evita i paragoni. Ognuno di noi è irripetibile e unico. Quello che vedi negli altri e che ti piacerebbe non è detto che sia la cosa migliore per te.

Quando scrivere la lista dei desideri?
Oggi. Non rimandare più. Scegli per te. Smetti di lamentarti che le cose non vanno bene.
Le cose andranno come vuoi tu. Importante che tu abbia il coraggio di scegliere, la coerenza di far seguire le azioni alle intenzioni, la costanza di perseverare senza accanirti.

La tua vita può cambiare, sta già cambiando ogni giorno. Diventa consapevole di quello scegli per te, delle emozioni che vivi, dei pensieri che affolleranno la tua mente e il tuo cuore. Ora è il tempo di assumersi la responsabilità di noi stessi, della nostra vita.

Focalizza la tua attenzione. Orienta lette azioni. Inizia dal compilare una semplice lista dei desideri, non rimandare, non c’è momento migliore di oggi, basta con le scuse, esci allo scoperto e prenditi un impegno con te.
Se non lo fai rischi di vivere una vita da spettatore e di arrivare alla fine dei tuoi giorni rimpiangendo che non l’hai fatto prima.

E tu? Su quel letto prima di morire come vorresti guardare la tua vita passata? Sei soddisfatto? Se c’è qualcosa che vorresti cambiare, inizia ora.

Ti auguro un anno pieno di scelte, di gioia e di sentire che la vita ti appartiene. Totalmente.
Buon anno. Buona vita.