Tutti a casa, mai così distanti.

Un anno fa si annunciava il primo lockdown generale.
Tutti a casa!

Da vita frenetica, agende con impegni sovrapposti, tutti sempre di corsa a tutti fermi!
Senza distinzioni.

Il giorno prima pensavi di essere indispensabile. Il giorno dopo scopri di aver poggiato una vita su una serie di robe che… puff! In un attimo possono essere sospese e sostituite da esperimenti culinari, tutorial di chitarra, arcobaleni appesi.

È stato un anno duro, faticoso, ognuno di noi ha cercato di adattarsi a ciò che stavamo vivendo. Qualcuno si è visto costretto a salutare i suoi cari senza nemmeno averli accompagnati nelle lunghe e solitarie degenze.

È stato un anno di bollettini di morte, DPCM, virologi da marciapiede, limitazioni, distanziamenti e ognuno ha cercato, come è stato possibile di sopravvivere. Anche grazie agli ansiolitici e antidepressivi che in molti casi hanno sostituito l’aperitivo delle sette di sera.
Qualcuno ne ha approfittato, per fare le cose sospese, occuparsi della sua felicità e da uno dei periodi più brutti della storia ne è emersa una meravigliosa opportunità di rinascita.

Ora siamo qui, dopo un anno, zona rossa.
Ma dove sono finiti tutti quei cantori da balcone “dell’andrà tutto bene”, aperitivi sul balcone, gomitino e “volemoce bene”?

Siamo messi cosi:
Scuole chiuse.
Bambini a casa.
Ragazzi e ragazze in didattica a distanza.
Professori in didattica a distanza. Da casa.
Industrie aperte.
Genitori al lavoro, quelli messi meglio.
Genitori in smartworking, quelli che stanno peggio.

Cerchiamo di immaginare uno scenario che può apparire fantastico. Ma è tutt’altro che immaginario.
Ipotesi 1
Una appartamento di 80mq. La sala da pranzo è diventata ufficio del papà, il piano di lavoro della cucina si è trasformato in scrivania della mamma. La stanza dei bimbi è aula didattica del figlio più grande, il comodino della camera da letto dei genitori banco di scuola del figlio piccolo.

Ipotesi 2
Papà lavora fuori, mamma lavora da casa due giorni a settimana, il resto è in ufficio. Due figli. Uno in didattica a distanza alla primaria e il secondo più piccolo che ha la sua didattica a distanza, ma è all’infanzia quindi il suo impegno è ridotto ad un paio di collegamenti a settimana. E fin qui…Se non fosse per i compiti da fare, il materiale che viene caricato nelle piattaforme, il cellulare che si impalla con le notifiche e il bambino piccolo che vuole giocare, ma da solo no.

Potrei continuare all’infinito perché di situazioni complesse me ne raccontano tante, e mai come in questo periodo ho ricevuto telefonate e messaggi per un confronto su come intervenire con i bambini.

I bambini, quella categoria dimenticata!
La tratterò in un articolo dedicato, ora quello che mi interessa mettere a fuoco è che in entrambe le ipotesi ci sono intere famiglie in casa. Eppure ogni persona vive nel suo mondo. Dietro ai suoi impegni.

Tutti insieme. Mai così distanti.

I primi gg di zona rossa ero sempre a casa con mia figlia, eppure lei non è mai stata così nervosa, e di riflesso io.
Mi sono sembrati giorni terribili.
Poi ci ho riflettuto, mi sono confrontata e ho capito.

Ero tutto il giorno a casa con mia figlia, ma non ci stavo con la testa. Ero molto impegnata a capire come organizzarmi per le cose che erano rimaste sospese ed ecco che si è rivelata di fronte a me la più nota e scontata legge dell’educazione. Il bambino ha bisogno di quantità di tempo in cui ci sia una qualità relazionale.

Io non credo a quelli che dicono che in presenza di una buona qualità, la quantità di tempo non conta. Riflettiamoci e pensiamo a quando eravamo giovani e innamorati. Io mi ricordo che dopo un weekend di passeggiate, tempo lento, abbracci e coccole, quando arrivava il momento di salutarci ero disperata. Il mio cuore si struggeva.
Ah!!!! se quei binari delle stazioni potessero parlare! quante lacrime hanno raccolto, quante promesse hanno custodito!
Ecco con i bambini funziona uguale.

E allora cercate di godervelo il tempo in cui siete la luce dei loro occhi. Che poi succede che il tempo passa in fretta, prendono la propria strada e anziché lasciarli andare, li teniamo stretti alle nostre sottane, dimenticando però che un tempo, eravamo noi a essere sfuggenti, ad avere altro da fare, a scappare. E pretendevamo che ci capissero, che comprendessero i nostri bisogni.
E noi siamo disposti a capire i loro bisogni?

E come si fa?
Torniamo al principio di questa breve riflessione.

Tutti insieme. Mai cosi distanti.
Come possiamo evitare che questa distanza diventi strutturale e vada a modificare sostanzialmente la relazione all’interno delle famiglie?

Stiamo vivendo una quotidianità in cui siamo costantemente connessi. La connessione verso il fuori ci scollega dalla connessione dentro. Proviamo a fare una prova di famiglia?
ecco la mia piccola proposta per questa settimana:
Il più coraggioso della famiglia chieda al partner e ai figli, se ci sono, se sono disposti a impegnarsi in scelta di famiglia.

Quale?
Tutti i componenti concordano un orario in cui spegnere il telefono. Tipo dalle 20 alle 22 o, per i più temerari, dalle 20 fino alla mattina dopo.
All’inizio è dura. Osservate come ogni 3/4 minuti vi viene automatico andare a prendere il cellulare per controllare se avete notifiche, di qualsiasi tipo. Se succede, non mollate. Controllate il vostro istinto e osservate l’effetto che fa in voi.
Se si rende necessaria una ricerca improvvisa e assolutamente necessaria su google rimandatela alle 22! Agite come se foste voi il padrone di voi stessi.

Che cosa fare?
Perché questa proposta sia proficua dovrete condividere le proposte di cosa fare in quel tempo di disconnessione. Provate ad ascoltarvi e a dire cosa vorreste fare: si accetta di tutto, anche pulire le finestre insieme, oppure impastare una pizza, leggere un libro, costruire un castello o guardare un film. Proposte un po anni ’80, ma io sono di quell’epoca, ed eravamo liberi dai social.

Quando?
Subito! Appena vi viene l’ispirazione, non la perdete.
All’inizio sarà difficile abbandonare l’abitudine di starsene sul divano con il proprio smartphone, c’è sempre una notifica importante da controllare, ma ricordatevi di agire come se foste liberi e non schiavi dalle tecnologie. Ricordate però che la casa, la famiglia ha bisogni di relazioni per mantenersi viva. A meno che non siate semplici coinquilini.
Ma se sentite che quello che sto dicendo ha un pò di verità provate, una volta a settimana, solo il venerdì o tutto il weekend.

Concludo, dicendo che non propongo niente che io non abbia sperimentato.
Che propongo solo cose che ho sperimentato e che hanno portato un contributo alla mia vita.

Aspetto i vostri feedback, sarei così curiosa di conoscere le vostre esperienze.
Buona domenica….disconessa.

Questioni di alimentazione

Da quando sono insegnante e vivo molte ore con i bambini mi capita di osservare cosa mangiano durante la merenda.
Il tipo di merenda scelta dalle famiglie, ovviamente, parla di loro!

Non giudico nessuna scelta alimentare, in molti potrebbero giudicare le mie, prendo solo atto. Osservo e constato.
Per motivi di salute ho dovuto fare molta attenzione alla mia alimentazione, con l’aiuto di un medico nutrizionista mi sono documentata, ho imparato le proprietà curative del cibo, e quando sia importante una sana educazione alimentare per stare bene in salute, avere una mente lucida, un cuore tranquillo.

Tutto questo?
Si!

Se viviamo periodi di grande stress emotivo per esempio, è bene avere una alimentazione basica, semplice, è la scelta migliore per affrontarlo in modo più sereno.
Non ci credete? provate!

Avete mai fatto caso che dopo le feste di Natale siete tutti congestionati? Raffreddore, tosse…eppure è proprio durante le festività che esageriamo con gli eccessi alimentari. Oppure dopo Carnevale o ogni periodo carico di zuccheri.
Fateci caso.

Quando avete raffreddore o tosse provate a eliminare glutine e latte…
Provate. Osservate.

Quando un bambino è vivace provate a dargli una colazione a base di zuccheri (brioche al cioccolato, biscotti al cioccolato, latte con cereali al cioccolato o bevanda al cioccolato) e lo vedrete sicuramente più agitato ma mentalmente meno attivo, e con scarse possibilità di concentrarsi. In un corpo piccino poi tutto succede più velocemente.

Ecco quindi che spesso mi trovo ad osservare (senza giudicare) le merende che le mamme preparano ai bambini e constato i momenti successivi.
Osservo scelte casalinghe, attente, che variano ogni giorno.
Osservo scelte confezionate, sempre uguali, cariche di zuccheri.
Osservo bambini che dopo la merenda riescono a concentrarsi e a svolgere un’attività con la massima attenzione.
Osservo bambini irrequieti, poco motivati, che fanno fatica a concentrarsi. E non riescono a stare fermi.

Uno spuntino a metà mattina dovrebbe apportare il 5% delle calorie giornaliere, l’assunzione di alimenti dovrebbe seguire la piramide alimentare, come descritta dalla Società Italiana di Pediatria, che rappresenta uno strumento di educazione alimentare per tutti i bambini sin dall’età prescolare (io direi dallo svezzamento).

Qui trovate una tabella completa per organizzare l’alimentazione quotidiana e settimanale, equilibrata e il più possibile varia. La salute passa attraverso l’alimentazione.
Ricordiamocelo!

Venerdì scorso ho portato i bambini della sezione a fare una passeggiata e ho chiesto alle famiglie “merende di facile consumo” da consumare fuori, all’aria aperta.
È stato così interessante osservare due bambine, sedute vicine, con merende così opposte. Entrambe guardavano alla merenda dell’altra incuriosita.
Io anche.


Non voglio inibire nessuna mamma che prepara la merenda ai figli, per carità! Ognuno fa le proprie scelte ed è bene che si rispetti. Non ho potuto osservare, però, la cura nella scelta di una merenda sana. Io, come insegnante, avevo suggerito cracker, taralli, roba da non sporcarsi insomma!! Ma la mamma di destra ha fatto di più. Ha scelto una merenda di “grassi buoni”, che permettesse alla propria figlia di avere energia e calorie utili da spendere nel gioco all’aria aperta.
Chapeau!

Leggo la tabella: sono previsti per bambini dai 4 ai 6 anni, 30 g dolci da forno o 10 g cioccolato, marmellata ecc. o 100 g dolci a cucchiaio, 2 volte a settimana. Constato che ci sono bambini che, dal lunedì al venerdì, nel loro portamerende hanno: 1 tramezzino cotto e sottiletta + una bevanda al cioccolato + 1 barretta al cioccolato, oppure 1 merendina al cioccolato + 1 bevanda al cioccolato, oppure merendina al cioccolato + succo di frutta.
Leggo, osservo e mi chiedo, cosa posso fare io come insegnante per sostenere lo sviluppo di questi bambini?

Qualche volta ho provato a invitare i genitori a variare la merenda, scegliere frutta al posto delle merendine, ma la risposta spesso è: “vuole solo quello!”

Bene, certo! Ognuno di noi, io stessa, se a 4 anni qualcuno mi avesse messo davanti le due opzioni: barretta o mela, non avrei dubbi sulla scelta che avrei fatto.
Ma davvero 4 anni, o anche 9 anni, possono essere un’età in cui il bambino sceglie la propria alimentazione?

L’alimentazione è una scelta di famiglia, dettata dal principio di salute, di benessere.
Spesso mi trovo a dire, “Beh certo se in casa ci sono barrette o cibo spazzatura, e sono a disposizione del bambino, è normale che poi lui opti per la soluzione più golosa, ma la soluzione più golosa non è la più sana.”
Che poi uno potrebbe dire, “Ma a te che ti interessa? fatti gli affari tuoi!”

Ma quali sono gli affari di ogni persona che vive in questo mondo se non il benessere e la salute degli uomini e delle donne futuri?!

Lo sappiamo che lo zucchero ha lo stesso effetto nel cervello di una sostanza psicotropa, ovvero di una droga? Ci rendiamo conto che se un bambino viene continuamente esposto a cibi con molti zuccheri diventerà dipendente e svilupperà meccanismi di dipendenza?

Un pò forte? No, purtroppo questo è quello che accade.
I cervelli dei bambini vanno a 10 con gli zuccheri mentre i loro corpi vanno a mille. E allora?
E allora ci troviamo con bambini super eccitati, perché quella non è energia, se per energia intendiamo “il motore a fare le cose”, quella è solo eccitazione.
Eccessiva eccitazione in cervelli rallentati. Quindi molto movimento, niente concentrazione, niente attenzione. Solo caos.

Ovviamente sono mamma e mia figlia, come tutti i bambini del mondo, vorrebbe mangiare le caramelle, fare merenda con un leccalecca, cenare con un gelato.
Ma bisogna fare una scelta. A volte bisogna scegliere di non accontentarli, ma di educarli.
Si fanno dei comprimessi, ovvio.

La domenica si mangia il dolcetto perché è domenica. La colazione con i biscotti ok, ma fatti in casa. Lo yogurt benissimo, ma scelgo quello bianco e di completarlo con della frutta fresca e granola di buona qualità.

“Eh, ma tu sei fortunata! ti mangia tutto!!!”
Non credo alla fortuna. È stata una scelta dal momento in cui sono rimasta incinta. Durante la gravidanza no fumo, no alcol, no eccessi alimentari.
Perché?
Non solo perché lo ha detto il medico o perché fa bene, ma perché il mio agire ha conseguenze sulla vita di un altro essere umano, che poi non è uno qualunque. È mia figlia. E per lei voglio il meglio. Ogni genitore vuole il meglio per il proprio figlio.

E lo stesso durante l’allattamento. Il mio nutrimento è il tuo nutrimento.
Allora scelte chiare, sane, senza dubbi.

Svezzamento. “Il bambino assaggia tutto quello che lo incuriosisce…” mi disse il Pediatra, “…sta a lei Signora scegliere cosa mettere sul tavolo, se farla incuriosire di alimenti sani per la sua salute o di alimenti che non la aiuteranno a crescere sana, forte, lucida.”

Eh gia! Sta a noi scegliere di cosa riempire le dispense, che cosa mettere a disposizione dei nostri bambini.

Una cosa la devo ammettere. È dura! Durissima! Perchè ci sarà sempre qualcuno che ti guarderà strano quando rifiuti una caramella, la nonna non capirà moltissimo le tue scelte se a Pasqua dai la sorpresa ma nascondi l’uovo, gli amici ti guarderanno storto quando diari un “no!” alla cioccolata calda, “no!” al leccalecca e a tutto quello che per te è cibo che fa male a quella età del bambino.

Il segreto è resistere. Tenere duro e non cedere, non avere paura del giudizio degli amici, dei parenti, di chi ti guarda dicendo: “ma lo mangia tutti!”…e pazienza!
Il fatto che lo facciano tutti non significa che è la scelta migliore.
Voi sapete perché lo state facendo. Voi sapete per chi lo state facendo.

Quindi genitori facciamoci forza, non temiamo di essere esagerati, chi definisce cosa è esagerato e cosa non lo è?
Chiariamoci in coppia, in famiglia, il nostro concetto di salute e perseguiamolo, abbiamo una grande responsabilità, quello che facciamo oggi ha una ricaduta sul futuro.
Facciamolo capire ai nonni, agli zii, agli amici, aiutateli a comprendere e ad accettare la diversità di pensiero.
Forza!!!

Concludo:
Vi auguro di scegliere con cura cosa tenere in dispensa.
Auguro ad ogni bambino e ogni bambina di scoprire che il cibo non serve solo a sfamare ma anche a nutrire, curare e sostenere uno sviluppo psico-fisico.
Mi auguro di trovare il canale per sostenere le famiglie nelle loro scelte.
Auguro ad ognuno di noi di sentirci responsabili della salute e del benessere di ogni uomo e donna futuri.

Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo.
Ippocrate

Per chi lo fai?

È un venerdì sera di inizio febbraio, sono stanca, è stata una giornata faticosa di una settimana faticosa, di un periodo faticoso. Sento che devo riposare. 

Per fortuna la bambina è stanca e si addormenta presto, io decido di spendere le mie ultime energie leggendo. 

Riprendo il libro nel cassetto, abbandonato insieme ad altri avviati, anche se questo è diverso… ultimamente richiama la mia attenzione, cerco di leggerne una o più pagine prima di abbandonarmi al sonno. 

E stasera finalmente ho più tempo delle altre sere.

“Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio per me è sufficiente” (C. Ramville)

Wow!!!!
Come terminare una giornata con un pensiero potente e liberatorio.

Eh si perché in un’epoca di performance, di condivisione social senza giustificato motivo porsi la domanda: PER CHI LO FACCIO? è qualcosa che in me, in questo momento della mia vita, risuona come le campane a mezzogiorno in Prato della Valle, a Padova! 
Le avete mai sentite?

Non puoi non sentirle. 

Se avevi l’illusione di vivere addormentato loro ti fanno tornare presente.

Proprio come la frase:

Per chi lo faccio? Che poi porta alla seconda Anche se sono la sola a sapere perché lo faccio, per me è sufficiente.

È davvero sufficiente?

O andiamo ancora a bussare alla porta di chi ci ha preceduto a elemosinare un pezzo di riconoscimento da parte di chi non l’ha mai concesso nemmeno a se stesso?

Quando sono in procinto di fare una cosa, una qualsiasi, lo faccio immaginando di ricevere il “bravo!!!!” che sto aspettando da mio padre, mia madre, ecc, oppure vivo perseguendo l’unica possibile scelta di fedeltà, a me stessa? 

Per chi lo faccio? È stata la domanda che mi sono fatta un attimo dopo aver pubblicato il sito internet e deciso di realizzare quel sogno chiuso in un cassetto da ormai troppi anni. Me lo chiedo ogni volta che pubblico un articolo.

 Per chi lo faccio? Lo faccio per me.
Per essere fedele a quella promessa scritta sullo zaino delle superiori “memento audere semper”, per quella maglietta ai tempi dell’università “non mi avrete mai come volete voi“, ma anche per quella roba lì che ormai ho 40 anni e allora, “o adesso o mai più”. 

Ma soprattutto lo faccio perché la condivisione per me è sempre arricchimento. Chi non lo fa, magari perché spaventato di perdere qualcosa, priva gli altri dei suoi doni, e si priva della possibilità di essere contaminato.

Una volta era normale condividere, lo si faceva intorno ad un camino, seduti davanti casa o sotto un albero. Oggi è diventato “mettersi in mostra”, ma come una volta, bisogna stare attenti al modo in cui condivido, a cosa condivido, perché condivido, per chi condivido.

Io guardo con profonda ammirazione chi non si nasconde ma viaggia libero nel mondo, fiero di condividere se stesso, la sua storia, le sue domande, le sue riflessioni. Non mi piace chi condivide solo risposte senza farsi le domande, non mi piace nemmeno chi non accetta che gli altri si possano fare delle domande.

Chi mi credo di essere? Uno come te, cammino, inciampo, cado e mi rialzo. Non mi chiedo che senso ha rialzarsi, ma tendo a chiedermi che senso ha avuto cadere per me, per la mia storia, per la mia vita. 

Ci sono momenti in cui dimentico quel patto di fedeltà a me stessa e cedo ad altri di potere di farmi dire se valgo, quanto. 

Rimango delusa. Chiedendo a chi non ha avuto so già che non potrò ricevere. Ma allora perché? Perché bramare brandelli di riconoscimento a chi veste di toppe?

La riposta è nella ns storia personale. 

La soluzione e il cambiamento sono nella nostra storia personale. 

Allora iniziamo a fare qualche piccolo esercizio di consapevolezza, iniziamo a scegliere come spendere le nostre energie anziché disperdere.

Di fronte ad un’azione, ad una scelta lavorativa, ad una condivisione social, chiediamoci:
per chi lo faccio? 

Lo faccio per sentirmi dire bravo? e allora sorridiamo, perdoniamoci, siamo buffi, tremendamente buffi e goffi di fronte ad una vita che non sempre siamo pronti a vivere.

Bisogna pur sopravvivere!!!

Recuperiamo il diritto a vivere la ns vita da protagonisti, non per il bisogno di sentirci dire quanto siamo bravi ma per il diritto a vivere una vita vera, autentica nelle motivazioni che spingono le nostre azioni. Cerchiamo di togliere quel velo di ipocrisia che ci fa trovare tanti falsi nomi perché ci manca il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. 

Per chi lo faccio? Per i like? che valore ha in me quel click.
Che bisogno di amore si nasconde dietro alla considerazione social?
Che valore ha per la mia vita pesare ciò che dico con la quantità di “mi piace” che ricevo?
Ho bisogno degli altri per avere la percezione di essere vivo oppure sento la mia esistenza presente e viva?

Liberiamoci da quell’immagine perfetta di noi che ci hanno dato, nonostante ci hanno sempre trattati come disastro umani. Ci dicevano: “Sei sempre il solito scansafatiche” e poi pretendevano da noi che fossimo i primi della classe, i primi nello sport, come se per essere tutte queste cose insieme non fosse necessario anche una bella dose di supporto emotivo e autostima.
Che poi come può uno che si è sempre sentito dare del fallito sentir nascere dentro di se un’immagine di se stesso positiva?
(è contorta, lo so, oggi è così!)

Abbiamo una storia. Ma come adulti scegliamo ogni giorno che cosa scrivere sulla pagina del nostro presente che poi determinerà il nostro futuro. E il futuro di chi ci seguirà.

E tu? Con quale parola stai scrivendo il libro della tua vita? Scrivi sotto dettatura oppure stai facendo un tema libero?

Per chi vivi?

Auguro ad ognuno di voi di trovare la forza di sapere perché fate le cose e di farvi bastare il fatto che sapete perché lo state facendo.

Riprendo il libro…

“Se lasciamo che sia il nostro atteggiamento positivo a guidare la ns vita,
nulla potrà più fermarci nella marcia verso il successo.”
Claudia Ramville

La lista dei desideri.

Molti li chiamano goal, obiettivi, a me piace chiamarli desideri. Perché gli obiettivi hanno a che fare con il devo mentre la lista dei desideri ha a che fare con il voglio.
La lista dei desideri è per me qualcosa che sa di volontà, di piacere, di intenzione verso un’azione finalizzata al benessere.

Che senso ha fare una lista dei desideri?
La nostra mente è in continuo movimento, riusciamo a pensare a moltissime cose mentre ne stiamo facendo altre. Questo ci consente di avere molte idee, ma di non realizzarla nemmeno una.
Ecco perché credo che in questo tempo “liquido” darsi la possibilità di trovare 10 min per fermarsi, di fronte ad un foglio bianco e fissare 10 desideri per il nuovo anno, sia un atto coraggioso e assolutamente rivoluzionario.
Scrivere significa fare il primo passo perché i desideri si realizzino.

Ho iniziato molti anni fa, inizialmente la chiamano Lista degli obiettivi, fissavo le 10 cose che avrei voluto fare/realizzare nell’anno successivo.
Questo mi dava la percezione di vivere una vita in cui ero io la protagonista e la cosa straordinaria era che, pur on rileggendola più e a volte dimenticando cosa avevo scritto, a fine anno, quando la riprendevo, mi accorgevo che non solo avevo fatto le cose che avevo scritto ma anche di più.
Per me è stato straordinario. E ogni “passaggio tra gli anni” mi piace celebrarlo facendo un po un bilancio di quello che ho vissuto e cercando di proiettare la mia mente, la mia energia, verso qualcosa di nuovo.

Che cosa dovrei scrivere sulla lista dei desideri?
Innanzitutto cerca di sentire che cosa vorresti per te. Ti manca il tempo? Non chiedere tempo, ma chiedi che cosa vorresti fare in quel tempo. Per esempio ti manca tempo per stare con tuo figlio? Prova a scrivere sulla tua lista voglio dedicare un’ora al giorno al mio figlio, oppure voglio dedicare una mattina a settimana a mio figlio. Oppure vi manca tanto andare in bici? Provate a scrivere voglio organizzare il mio tempo per andare in bici una volta a settimana.
Queste sono le intenzioni, spetta a voi far seguire le azioni. Cercate quindi di compilare una lista dei desideri sostenibile per voi. Non scrivete grandi progetti se non sentite che poi avrete la forza di attuarli.

Come scrivere una lista dei desideri?
Cerchiamo di seguire un piccolo decalogo che può aiutarci:
1. Iniziare la frase con IO VOGLIO perché quando scriviamo ci prendiamo un impegno con noi stessi: è importante impegnarci in qualcosa che vogliamo piuttosto che in qualcosa che dobbiamo fare.
2. La frase deve essere scritta in positivo, esempio: “non voglio più rimandare” questa frase è sbagliata, perché continuiamo a focalizzare la nostra attenzione sul fatto che rimandiamo. La frase corretta è voglio sviluppare la determinazione nelle scelte
3. La frase deve contenere massimo 14 parole perché richiede un’unica emissione di fiato.
4. Chiedi per te. Non per gli altri. Focalizzati sui tuoi desideri, al massimo chiedi di contribuire al benessere di qualcuno.
5. Evita i paragoni. Ognuno di noi è irripetibile e unico. Quello che vedi negli altri e che ti piacerebbe non è detto che sia la cosa migliore per te.

Quando scrivere la lista dei desideri?
Oggi. Non rimandare più. Scegli per te. Smetti di lamentarti che le cose non vanno bene.
Le cose andranno come vuoi tu. Importante che tu abbia il coraggio di scegliere, la coerenza di far seguire le azioni alle intenzioni, la costanza di perseverare senza accanirti.

La tua vita può cambiare, sta già cambiando ogni giorno. Diventa consapevole di quello scegli per te, delle emozioni che vivi, dei pensieri che affolleranno la tua mente e il tuo cuore. Ora è il tempo di assumersi la responsabilità di noi stessi, della nostra vita.

Focalizza la tua attenzione. Orienta lette azioni. Inizia dal compilare una semplice lista dei desideri, non rimandare, non c’è momento migliore di oggi, basta con le scuse, esci allo scoperto e prenditi un impegno con te.
Se non lo fai rischi di vivere una vita da spettatore e di arrivare alla fine dei tuoi giorni rimpiangendo che non l’hai fatto prima.

E tu? Su quel letto prima di morire come vorresti guardare la tua vita passata? Sei soddisfatto? Se c’è qualcosa che vorresti cambiare, inizia ora.

Ti auguro un anno pieno di scelte, di gioia e di sentire che la vita ti appartiene. Totalmente.
Buon anno. Buona vita.

Come fare spazio al 2021

In una fredda sera di fine anno, ho incontrato Clara Romanelli, professional organizer del metodo Metariordino. E con lei abbiamo parlato di come fare spazio nel 2021.

Che cosa significa fare spazio?
Significa vivere in una casa in un scelgo con presenza viva ciò che la abita. Gli ambienti, ogni spazio parla di noi, dei nostri valori. Qui puoi trovare un articolo interessante in cui approfondire il tema del decluttering, che poi significa fare spazio.


Il decluttering agisce in maniera consapevole sulla tua parte inconsapevole
(cit. Clara Romanelli)

Sì, perché se mi prendo un tempo per scegliere cosa voglio avere intorno a me, di cosa voglio circondarmi, sceglierò inevitabilmente che cosa eliminare: non mi accontenterò di farlo solo con la casa, ma vorrò farlo anche con le mie parole, relazioni, scelte.
Ecco forse un primo passo per vivere una vita felice, piena di volontà.

Scegli chi sei.

Da dove iniziare a fare spazio?
Inizia dallo spazio in cui ti senti meno a tuo agio, quello che ti crea più irrequietezza. Prova in questo penultimo giorno dell’anno a fare spazio. Inizia da un cassetto, piccoli traguardi ti potranno aiutare a sperimentare che ce l’hai fatta e solo così sarà possibile che tu lo ripeta, magari passando a spazi di volta in volta più grandi.
Evitiamo di entrare nel nuovo anno appesantiti dagli oggetti, dal superfluo (e quindi dai pensieri) che hanno fatto parte di un anno che stiamo per chiudere.

Facciamo spazio al nuovo anno che sta arrivando. Senza paura. Con coraggio.
Sennò rischiamo di diventare come quelle case in cui i calendari degli anni terminati non vengono tolti, e i nuovi vengono solo messi sopra.

Vi è mai capitato di trovare case in cui c’erano calendario del 19…?
A me qualche volta si.
E che cosa ci sta dicendo questa immagine?
Sicuramente ci parla di quella famiglia, ci sta dicendo che le persone che vivono quella casa hanno la tendenza a “trattenere” piuttosto che a lasciar andare, perché, oggettivamente, un calendario vecchio è completamente inutile.

E cosa c’entra una professional Organizer?
La professional organizer può sostenere il tuo processo di “decluttering” interno, aiutandoti a darti il permesso di eliminare il superfluo negli ambienti senza sentirti in colpa, cercando di ascoltare la tua voce interiore. Non possiamo pensare di andare avanti negli anni riempiendo le nostre case di cose inutili.

Inizia da oggi a fare spazio al 2021.
Non avere paura di farlo, supera quella voce dentro di te che ti spinge a lamentarti dello stesso piatto scheggiato da… ormai non te lo ricordi nemmeno più. Datti il permessi di fare una piccola rivoluzione dentro di te.
Smettila di lamentarti di quel calzino spaiato o di quel maglione invecchiato. Scegli il meglio per te. E ricorda, Il decluttering agisce in maniera consapevole sulla tua parte inconsapevole (Clara Romanelli).

Fai una breve lista, fatti un piano di azione e agisci.
Solo se fai spazio il nuovo può arrivare.
Inizia da un piccolo cassetto, senti la gioia nascere in te.
Non avere paura, tutto è pronto ha solo bisogno di spazio per giungere a te.

Se vuoi qualcosa che non hai,
devi fare qualcosa che non hai mai fatto prima.
Di tutte le cose che non hai mai fatto

la più efficace è adottare in nuovo metodo di pensiero,
vedere il mondo come non lo hai mai visto prima e

pensare in un modo in cui non hai pensato prima.
IKIGAI
Selena Calloni Williams
Noburu Okuda Do

Natale 2020… è davvero andata così male?

Riflettevo su questo periodo storico “pazzo” dove ognuno di noi, nessuno escluso, è messo nella condizione di vivere le limitazioni, i propri limiti.
È davvero andata cosi male?

Mi interrogo sul senso dei pranzi e delle cene interminabili (soprattutto per chi prepara e pulisce), delle tavolate da 30 persone che poi diventa un conto alla rovescia su chi si autorizza ad andare via per primo, che poi diventa un fuggi fuggi generale.
È davvero andata cosi male?

Quanti di noi sono generalmente presi dall’ansia, anche economica, dei regali, dei cesti e dei pensierini, che poi diventa una corsa a spendere il giusto per poter accontentare tutti?
È davvero andata cosi male?

Personalmente trovo che il senso del Natale e lo spirito del Natale siano altro da tutte le follie descritte sopra. Se mi chiedo: “È davvero andata cosi male?” mi rispondo: “NO!”

Intendiamoci, grande rispetto per le tradizioni e per le famiglie, ma davvero si riduce tutto a questo? Sarà che quest’anno siamo stati veramente nella condizione di poter scegliere come spendere questo tempo lento, di casa e di riposo?

Non si voglia tra le righe cogliere una mancanza di rispetto per tutte le persone che stanno soffrendo per la mancanza dei loro cari, per chi vive un momento precario di salute, tutt’altro. In questo momento vorrei riflettere sull’opportunità che abbiamo in questo Natale 2020: dove gli aperitivi della distrazione sono annullati, i viaggi “per non pensare” cancellati, le tensioni familiari (che poi durante le feste sono sempre scintille) sciolte.
È davvero andata cosi male?

Ci sono ovviamente molte cose che mi mancano, ma se mi interrogo sul senso del Natale questo è sicuramente l’anno in cui l’ho potuto sperimentare.
L’impossibilità avere vaste alternative per “passare il tempo” mi ha messo nella condizione di scegliere con cura il modo in cui trascorrere le mie giornate.
È davvero andata cosi male?

Quante volte ho lamentato di non avere tempo per leggere? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non avere tempo per sistemare la stanza dei giochi, togliendo ciò che non serve? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non riuscire a vedere quel film perché la sera mi addormento sempre troppo presto? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non poter fare una partita a carte in famiglia perché non c’è tempo? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di non avere tempo per fare ginnastica? Ora ce l’ho.
Quante volte ho lamentato di… Continua la tua lista e ricorda di scrivere: Ora ce l’ho.

Se non vuoi rischiare di mettere troppa carne sul fuoco crea una lista giornaliera, permettendoti di trasgredirla, di cose che vuoi fare. Pianifica e orienta le tue azioni.
Sentirai che questo tempo ha fatto nascere in te un grande desiderio di “tornare” a te, di prenderti cura di te stesso, perché solo amandoti e prendendoti cura di te, potrai prenderti cura di chi ami.
È davvero andata cosi male?

Non rimandare più. Il tempo è adesso.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato.
A. Einstein

Leggere. Che cosa?

Qualche settimana fa ho scritto un articolo sull’importanza della lettura condivisa in famiglia: un bambino esposto precocemente alla lettura è un bambino che svilupperà una buona capacità linguistica, migliorerà le sue competenze socio-emotive, compresa l’autostima. Perché ritornare oggi sull’argomento?
Si sta avvicinando Natale e io credo che regalare un libro sia davvero la scelta migliore, perché il libro non annoia, difficilmente finisce nel dimenticatoio, inoltre permette di inventare nuovi giochi, diventa strumento di relazione.


Che cosa leggere? Va bene leggere qualsiasi cosa?
Io credo di no. Bisogna scegliere e cercare letture di qualità.
Da qualche settimana nel mio profilo Instagram ho avviato una videorubrica in cui leggo ad alta voce alcuni albi illustrati che trovo molto significativi. Sono un’appassionata di letteratura per l’infanzia e li colleziono da molto tempo prima di diventare mamma.
A lungo gli albi illustrati sono stati l’unico strumento che ho utilizzato durante le formazioni con gli adulti, perché io credo che gli albi illustrati sono creati per i bambini ma sono fatti per gli adulti. Il linguaggio e le immagini ci aiutano spesso a comprendere grandi verità che non vogliamo accettare. O facciamo finta di non capire.

Come devono essere i libri? Nello scegliere un libro è importante prendere in considerazione l’età del bambino. Evitiamo di mettere in mano a bambini molto piccoli libri con pagine leggere e di grandi dimensioni: non sono maneggevoli e in più si potrebbero strappare. Importante è che il bambino impari la cura del libro, e lo faccia attraverso tanta esperienza: sarà necessario dunque fornire quelli adatti all’età del bambino. I libri cartonati fino ai 12-18 mesi sono quelli migliori, essendo resistenti il bambino può maneggiarlo, farlo cadere, morderlo. In questo modo potrà sviluppare familiarità con i libri evitando che strappare le pagine si trasformi in un gioco divertente.
Inoltre, e forse è scontato, ma non basta mettere nelle mani del bambino il libro perché lui lo sappia usare. Sarà necessario che l’adulto mostri al bambino l’uso che se ne fa, che lo leggano insieme tante, moltissime volte… fino ad impararli a memoria.
Per i genitori a volte è noioso, “ma leggiamo sempre questo! Non ti annoi? Lo conosci a memoria!” No, il bambino non si annoia! Il bambino ha bisogno di leggerlo ripetutamente, fino a conoscerlo a memoria, per comprenderne il significato profondo, osservare attentamente le immagini e scoprirne i particolari, solo quando il bambino sarà soddisfatto potrà passare al libro successivo. Spesso in questi libri sono contenute semplici frasi in rima, questo aiuta la comparsa del linguaggio. Scegliere libri con immagini che rispecchia il reale lo aiuterà a dare un nome alle cose che lo circonda.

Dai 18-24 mesi si può passare ad albi illustrati con semplici storie, il libro può diventare meno pesante e le pagine più leggere. Il bambino inizierà a prendere confidenza con questo importante strumento di relazione e conoscenza, fino a padroneggiare la storia, a raccontarla lui stesso e a simulare il momento della lettura che normalmente vive con le proprie figure di riferimento.
Ogni età ha i suoi consigli di lettura, qui puoi trovare una guida completa secondo il comitato scientifico di Nati per Leggere: un importante progetto di nazionale finalizzato a promuovere la lettura nei primi anni di vita, sostenere le madri nei primi momenti di vita dei bambini, favorendo nuove occasioni di relazione.

Come leggere? Quando si legge ad un bambino è necessario cercare di farlo assecondando il tono della voce alla storia, rispettando le pause e creando quella suspence che attiva la curiosità del bambino. Non siate frustrati se vostro figlio vi pone domande, prenda il libro e provi a leggere. Sta solo cercando di imitarvi! Insegnate con dolcezza l’ascolto, è una competenza complessa che si acquisisce poco alla volta; cercate quindi di stare con il vostro bambino, evitate di porvi obiettivi rispetto ai tempi di ascolto, cercate solo di vivere quel momento nel massimo delle vostre possibilità.

Qui puoi trovare un documento condiviso dal sito Nati per Leggere in cui vengono condivise le linee guide per poter leggere in modo efficace un albo illustrato.

Ti auguro di trovare il libro adatto per il bambino che hai in mente. Ti invito a fare un giro nella libreria del tuo paese, sfogliare gli albi illustrati, entrare in questo meraviglioso mondo e farti rapire. Buon viaggio.

Abbiamo così fretta che scrivano…

Questo è un articolo che volevo scrivere da tanto tempo, e a cui tengo molto. Nel farlo sento nascere in me quella sensazione di chi ha fatto una grande scoperta e ha bisogno di condividerla. Perché? Per lo stesso motivo per cui nasce questo sito: offrire un mio contributo sul mondo dell’educazione a tutte quelle persone che per tanti motivi non se ne occupano professionalmente ma se ne stanno occupando praticamente.

Sono molto grata alla possibilità di accedere a conoscenze e percorsi che mi aiutano a riflettere sulle intenzioni delle mie scelte, e siccome riguardano tutti, sento l’urgenza e il dovere di condividerle.
Ciò che potrà seguire, ovvero fare riflessioni, posso interrogativi, adottare nuovi comportamenti, è una responsabilità del tutto personale. E non mi permetterò mai di giudicarla. Ognuno sa cosa può e deve fare per sé.

Oggi vorrei parlare di un comportamento totalmente naturale, a cui i genitori per altrettanto naturale inesperienza espongono il bambino, senza considerare che potrebbero produrre effetti negativi e incidere anche sul futuro successo scolastico del figlio.

Guardate la foto qui sopra:
Se voi foste un genitore, zio/a, nonno/a, educatore o insegnante, quale dei due tipi di colori regalereste ad un bambino dagli 0 ai 6 anni? Con quale dei due colori fareste giocare il bambino in un pomeriggio di pioggia? Perché?

Quello che spesso accade è che uno dei primi regali che vengono fatti ai bambini siano proprio i colori di destra, i pennarelli a spirito per intenderci. E per di più Jumbo.
E non c’è regalo meno adatto per quella età!!!

Proviamo a riflettere insieme su vari aspetti:
Guardate la foto. Pensate alla mano di un bambino di 1 anno di età.
Scegliete il tipo di colore secondo voi più adatto a quel bambino, a quella mano.
Sono certa che avete scelto i colori a pastello. Soprattutto per la loro misura, più vicina alla mano di un bambino. Eh si, perché scrivere è l’ultimo stadio di un lungo processo che richiede molte competenze: ecco perché io credo che non sia necessario esporre i bambini precocemente all’uso di penne, colori, ecc. ma proporre quante più attività propedeutiche all’uso della matita/penna e ad una sua corretta prensione.

Tra i 18 e i 36 mesi le mani del bambino dovrebbero poter lavorare, oltre che con i travasi, anche con allacciature, bottoni e nastri. Tutto ciò che è piccolo può già sostenere l’acquisizione della corretta presa a pinza. A Natale, un buon esercizio in questo senso sarà proprio quello di lasciare che il vostro bambino sposti le palline da un ramo all’altro distribuendole secondo un suo preciso ordine.

La penna, questo strumento magico che permette ai pensieri di fermarsi sulla carta, è un oggetto che i bambini dovrebbero iniziare a usare solo in un secondo momento, dai 2 anni e mezzo; nel periodo precedente (che è puramente indicativo) dovrebbero poter sperimentare i colori a dita, colori a cera piccoli, colori a pastello piccoli. Più sono piccoli, consumati, più aiutano il bambino in maniera del tutto indiretta, e senza nessuno sforzo, a esercitarsi nella presa corretta.
PS: 10 è il numero ideale di colori da mettere a disposizione del bambino (così potrà anche iniziare a interiorizzare il concetto di decina – ma questo discorso merita un articolo a parte).

Ma perché sono migliori i pastello dai colori a spirito? I colori pastello richiedono un maggiore allenamento della mano rispetto ai colori a spirito: il bambino, per imprimere il proprio tratto, deve fare forza e questo permette al bambino, in modo del tutto naturale, di sviluppare forza e resistenza nelle articolazioni fini della mano, utili per scrivere ed evitare i cosiddetti “crampi dello studente” che già nei primi anni della scuola primaria creano molti problemi. Se un bambino associa all’esperienza dell’apprendimento della scrittura la fatica, tenderà a non ripetere l’esperienza, mentre un bambino che associa alla stessa esperienza curiosità, gioia, soddisfazione (e non dolore), grazie ad un buon allenamento della mano (fatto nel periodo 0-6), tenderà a ripetere quell’esperienza, ad amare la scrittura e continuare ad usarla come mezzo per esprimere se stesso, i propri sentimenti, favorendo i processi di autonarrazione.

L’autobriografia ha un valore terapeutico.
Perché non basta avere qualcosa da dire o voglia di raccontarlo, affidando i propri pensieri a un foglio di carta o a una pagina elettronica.
Scrivere di noi e della nostra vita passata sollecita una maturazione interiore.
Duccio Demetrio

Contemporaneamente a queste attività legate alla scrittura in modo diretto, è necessario proporre al bambino attività “pericolose” come l’uso del coltello e della forbice, della grattugia e dello schiaccianoci, in modo da esercitare tutta la muscolatura delle mani, la mobilità e il controllo del polso e delle braccia, oltre a sviluppare la concentrazione, l’autonomia e la prudenza. Preparare dei semplici biscotti natalizi può diventare un importante momento di condivisione in famiglia e un ottimo esercizio per la muscolatura fine della mano, anche questa volta in maniera indiretta e senza nessuna fatica.

I pennarelli a spirito non sono demonizzati, per carità! Qualsiasi forma di rigidità in educazione è bandita, ma è importante conoscere che cosa può favorire o ostacolare un processo di apprendimento. Come genitori dobbiamo domandarci chi è per me il bambino? Come lo sto guardando? Quali sono i suoi veri bisogni? Cosa posso fare per renderlo capace di scegliere e ascoltare le sue esigenze? Saranno proprio le risposte a queste domande che ci permetteranno di operare scelte quanto più vicine all’autentico bisogno del bambino.

Lettura condivisa in famiglia

Che cosa significa per un bambino “fare esperienza di lettura” in famiglia? A quale età è possibile iniziare a leggere ad un bambino? Da che cosa iniziare?
È possibile iniziare a leggere ad un bambino fin dai primi momenti di vita, addirittura c’è chi consiglia di farlo già negli ultimi mesi di gestazione: è importante che anche i papà e non solo le mamme possano farlo: perché i bambini hanno bisogno sia della mamma, sia del papà.

Ma perché leggere è importante e soprattutto leggere insieme? La pratica della lettura ad alta voce, precoce, frequente e di qualità, dal primo anno di vita, influenza il cervello in via di sviluppo, soprattutto dal punto di vista cognitivo. L’accento è posto soprattutto sui benefici relazionali, tra i quali una riduzione delle difficoltà socio-emotive dei bambini e una migliore fiducia in se stesse delle neo madri.” (Giorgio Tamburrini, CSB Trieste) Che cosa leggere? In commercio esistono una varietà infinita di libri suddivisi per fasce di età: ci sono i libri tattili, i libri morbidi, i libri muti, gli albi illustrati. Io credo sia importante leggere ma anche scegliere letture di qualità. Affidarsi ad un libraio di fiducia è la scelta migliore.

Che cosa fare quando si legge ad un bambino? Il genitore, mentre legge, tiene in braccio il bambino, descrive con parole appropriate le immagini e le figure (evitando il linguaggio bambinese), fa domande aperte sulle figure e sulla storia. Anche da piccolissimi e quando il linguaggio è assente? Assolutamente SI!!! Il bambino imparerà, grazie alla narrazione del genitore o della figura di riferimento che legge, a osservare le pagine del libro, a porsi domande su ciò che vede, ad affinare la sua capacità di osservazione, arricchirà in modo naturale il proprio vocabolario, vivrà una relazione significativa con la figura di riferimento. Il bambino fin dai primi momenti di vita potrà toccare il libro, migliorando quindi le abilità fino-motorie (sarà importante quindi acquistarne uno adatto alla sua età), metterlo in bocca, favorendo l’esplorazione e la manipolazione. Mano a mano che il bambino cresce, sarà importante che il genitore gli permetta di completare le frasi del libro, metta a disposizione del bambino libri che possa consultare liberamente senza dover chiedere il permesso ai propri genitori. Evitare di riservare alla lettura il solo momento dell’addormentamento: il libro è un compagno di giochi, è un gioco esso stesso e soprattutto è un valido sostituto di Tv e schermi digitali: l’abuso di libri non ha mai fatto male, a differenza dell’abuso della tecnologia.

“Quando sta nervoso lo metto davanti ad un video del cellulare e si calma subito!” FALSO! Può avere un effetto immediato ma poi…quando si è calmato, provate a toglierlo quello schermo. La luce blu dei dispositivi digitali ha un effetto sul cervello pari all’uso di sostanze psicotrope, droga per intenderci! Crea dipendenza. Uno schermo a luce blu non può e non deve diventare lo strumento di intrattenimento dei bambini. A lungo andare i bambini esposti a schermi a luce blu mostrano nervosismo, disturbi dell’attenzione, difficoltà a dormire. Se un bambino è nervoso provate a prenderlo in braccio, mettetevi seduti, calmi e aprite un libro; abbassate le luci, iniziate a leggere a bassa voce, arricchendo di particolari la narrazione. Il bambino si calmerà. E avrà associato che quando si è nervosi ci si può calmare leggendo. Questa azione diventa esempio per il bambino che non ricorrerà al cellulare come strumento di intrattenimento, ma sarà il libro lo strumento da prendere nei momenti di noia, come gioco, come strumento di relazione. Come genitori cercate di evitare voi stessi di usare i cellulari quando siete in casa sul divano. Evitate di diventare modelli di abuso di dispositivi elettronici. Cercate di diventare modelli di buone prassi.

“La voce di un genitore che legge crea un legame solido e sicuro con il bambino che ascolta. Attraverso le parole dei libri la relazione si intensifica, essi entrano in contatto e in sintonia grazie al filo invisibile delle storie e alla magia della voce”. G. Tamburrini

Perché dobbiamo smetterla di criticare gli altri.

Vi capita mai di avere piccole intuizioni che diventano fasci di luce per la vostra vita?
Mi è successo stamattina! Da un po di tempo a questa parte non mi sento completamente soddisfatta di come mi pongo nei confronti di chi mi circonda, soprattutto delle persone più vicino a me. Sono una mamma, faccio la pedagogista e l’insegnante ma sono anche umana, e quindi limitata. Sto vivendo un periodo in cui vivo sotto pressione, le mie giornate sono piene e inevitabilmente il mio sistema nervoso ne risente.
Divento ipercritica con chi me lo posso permettere, ovvero con chi mi circonda, mi accoglie e so che mi amerà così, anche se sono nervosa.

Questo non mi fa stare bene, ho l’idea di andare con il pilota automatico e soprattutto mi sembra che non sia io a parlare, ma un’altra persona e che non mi è nemmeno troppo simpatica! Ho pensato dunque: “ma è inutile che io con le parole dica a mia figlia di parlarmi con calma, chiedermi le cose per piacere, se lei – in modo totalmente indiretto e passivo – vive un mio modo di fare nei confronti del padre che è intriso di critica, nervosismo”.


I bambini imparano ciò che vivono.
Me lo voglio ricordare.

Cosa posso fare allora? Che cosa voglio fare?
Penso che bisogna avere il coraggio di rompersi, per ricostruirsi.
Voglio avere il coraggio di smettere di fare le solite cose, se voglio diventare nuova.

Da dove posso iniziare? Come posso prendermi cura di me in questo momento così delicato?
1. Posso scegliere di iniziare da un livello esterno che agisce a livello fisiologico: ridurre gli zuccheri, mangiare leggero, per non appesantire l’intestino (il nostro secondo cervello), eliminare il caffè.
2. Posso fare un po di meditazione, prestare attenzione al respiro senza modificarlo. concentrarmi solo su “inhale exhale”.
3. Posso togliermi le scarpe e fare un po di earting.

E poi? E poi, non ci sono scuse, bisogna avere il coraggio di iniziare. Di fare il primo passo. Scegliere l’azione al posto della reazione.
Che poi io questa modalità l’ho imparata, senza nemmeno rendermene conto.
Sono stata esposta ad un ambiente familiare in cui la critica, la denigrazione, era il pane quotidiano. Ma cosa significa questo?
Significa:
a. crescere acquisendo la critica e la denigrazione come modalità privilegiata per rapportarmi al mondo e a ciò che mi circonda;
b. crescere costruendo un se fragile, perché se critico gli altri, figuriamoci nei confronti di me stesso!
c. far pensare al bambino che il mondo che lo circonda non vale niente, favorendo la nascita a la crescita di un grande egocentrismo…che però abbiamo visto essere solo un castello di sabbia.

Ma cosa potrebbe portare questo? Abbiamo veramente bisogno di questo? Abbiamo davvero bisogno di futuri uomini e donne egocentrici, pieni di se che non riescono a sintonizzarsi con le emozioni dell’altro? È solo una remota ipotesi, o siamo già in quel futuro?

Come uomini e donne di oggi ci poniamo mail la domanda: in quale mondo voglio vivere domani? E chi lo fa il mondo di domani? Non lo facciamo forse noi con le azioni di oggi? Non siamo proprio noi a educare gli uomini e le donne di domani?
Siamo sovraesposti all’azione di vomitatori seriali che svuotano le loro frustrazioni nelle piazze, più o meno virtuali, e alimentano la quotidianità con basse frequenze.
Il mondo non può diventare la discarica di chi vive male la propria vita. Io non posso diventare la loro discarica. E nemmeno tu. La mia vita, la tua vita è unica e troppo preziosa, merita di fare e comunicare pensieri di grandezza.

Il pericolo è di criticare chi critica! (diventando esattamente le persone da cui cerchiamo d scappare, che bell’affare eh!)
Voglio prendermi la mia responsabilità. Voglio darmi una seconda possibilità. Voglio una vita nuova. Voglio smettere di rimuginare e pensare a ciò che non va. A come poteva essere diverso. Voglio riconoscere la bellezza che mi circonda. Voglio praticare gentilezza a caso.
Voglio focalizzare la mia attenzione e le mie energie su ciò che desidero per la mia vita e per la mia famiglia.
Inizierò con una lista delle cose da fare, scrivere mi aiuta a prendere maggiormente sul serio i miei propositi. Accompagnare le intenzioni alle azioni è difficile, ma è bene partire da piccoli obiettivi. Sostenibili. Fattibili.

Mi concederò il tempo di essere presente a me stessa, mentre preparo la colazione, mentre mangio, mentre vivo. “La meditazione non è una pratica disgiunta dalle azioni quotidiane; non è altro che il nome per definire una vita vissuta con consapevolezza” Osho.

Voglio provare a vivere consapevolmente. A scegliere le parole che pronuncerò. A vedere l’errore come occasione di rinascita. A selezionare i pensieri con cui alimentare la mia mente. A offrire il mio sguardo. Ad accogliere un abbraccio. A sognare un posto che chiamerò casa. A immaginare un futuro migliore.

L’uomo nobile di animo aiuta gli altri a sviluppare quanto di buono è in loro e a non sviluppare quanto vi è di malvagio. L’uomo da poco fa l’opposto.
– Confucio –